CANFORA LUCIANO.

UN MESTIERE PERICOLOSO.


Titolo originale: Anleitungen zum Umgang mit Klassikern.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Se si pone mente al caso dei filosofi greci (per lo meno di alcuni), il motto celebre, e celebrato,
di Marx, secondo cui i filosofi si sarebbero sino allora limitati a interpretare il mondo astenendosi
dall'imperativo inderogabile di cambiarlo, non sembra corrispondere al vero. Giacch quegli antichi
inventori del filosofare, in verit, operarono. E in una piccola comunit, quale fu la citt antica, la loro
azione risult sommamente visibile: tanto da diventare non di rado il bersaglio della pi popolare forma
d'arte, la commedia. Pi avanti di tutti si spinse Platone, il quale tent addirittura di costruire la citt
nuova; e perci pat la cattivit e rischi il peggio. Molto dopo di lui, uno stoico, Blossio di Cuma, fu
dapprima coi Gracchi. Una volta persili, and a morire combattendo al fianco di Aristonico e dei suoi
ribelli, i quali chiedevano uguaglianza e adoravano il sole. La loro parola era dunque azione. Contro
Socrate  l'uomo che forse meglio rappresenta gli antichi pensatori nella fantasia dei posteri  fu lo
stesso ceto politico a mobilitarsi per neutralizzarlo. E lo colpirono: con lo strumento, talvolta cieco, ma
ognora onnipotente, del verdetto di un tribunale.
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L'Autore.
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Luciano Canfora (1942) insegna Filologia greca e latina. Con questa casa editrice ha pubblicato:
La democrazia come violenza (1982), Storie di oligarchi (1983), Il comunista senza partito (1984), La
sentenza (1985), La biblioteca scomparsa (1986), Vita di Lucrezio (1993), Demagogia (1993),
Manifesto della libert (1994), La lista di Andocide (1998) e Un ribelle in cerca di libert. Profilo di
Palmiro Togliatti (1998). Dirige la collana La citt antica.
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Indice.
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Capo 1. Socrate ovvero l'infallibilit della maggioranza.
Capo 2. L'esule: vita randagia del cavaliere Senofonte.
Capo 3. Platone e la riforma della politica.
Capo 4. Aristotele uno e due.
Capo 5. Epicuro e Lucrezio: il senso degli atomi.
Capo 6. Un mestiere pericoloso.
Note al testo suddivise per capitolo.
Elenco degli autori e dei testi antichi citati.
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Fine Indice.
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Solo gli stupidi fanno dipendere il loro divertimento dal mondo esterno.
W. SOMERSET MAUGHAM, Aschenden.
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Capo 1. Socrate ovvero l'infallibilit della maggioranza.
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Lo trovarono pieno di lividi. Il suo interlocutore lo aveva preso a calci. Ma Socrate non se l'era
presa a male: Se mi avesse preso a calci un asino, l'avrei forse condotto in giudizio? obiett.1
Discuteva con le mani e coi piedi il popolo amante del bello e della filosofia, oltre che inventore della
democrazia. Certo, Socrate era veemente quando il ragionamento lo trascinava: allora i suoi
interlocutori lo colpivano coi pugni e gli strappavano i capelli,2 per non parlare del disprezzo e della
derisione che lo circondavano. Segno che la condanna a morte non giunse all'improvviso. Pi di
vent'anni prima Aristofane aveva pensato di far ridere di cuore il suo pubblico mettendo in scena
l'assalto di un gruppo di fanatici incendiari alla casa di Socrate.3 L'effetto comico nasceva, tra l'altro,
dal fatto che gli assalitori si dimostrassero totalmente incuranti delle grida disperate di coloro che,
dentro la casa, secondo la finzione scenica, morivano tra il fumo e le fiamme.
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Socrate si consolava frequentando altra gente. Quando il bellissimo Agatone vinse per la prima
volta ai concorsi tragici (416 a.C.), Socrate si mise indosso abiti splendenti, e si rec ad un festino nella
casa del poeta alla moda.4 L, tra tanta bella gente, c'era anche Aristofane. Quasi un'altra persona
rispetto al benpensante un po' sboccato che vellicava il risentimento popolare contro i filosofi "atei", e
anche contro i poeti "atei" come Euripide. Citt poco rasserenante, Atene, dove si rischiava la vita per
un reato d'opinione. Ma in una cerchia ristretta e anche un po' gaudente si godeva di una conversazione
intelligente, varia e paradossale, inarrestabile, arricchita da intermezzi dilettevoli.
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Per la strada aveva incontrato Aristodemo, il quale si era molto meravigliato vedendogli dei
sandali ai piedi: di norma Socrate era scalzo. E perci gli aveva chiesto dove andasse, visto che si era
fatto cos bello. Cos Socrate aveva "rimorchiato" Aristodemo, l'aveva portato con s a casa di
Agatone. "Portato con s" non  forse l'espressione giusta, visto che, durante il tragitto, Socrate
preferiva isolarsi, rivolgendo su se stesso la propria forza conoscitiva, dice Platone,5 e lasciava che
Aristodemo lo precedesse di vari passi perch non gradiva disturbasse la sua riflessione deambulante.
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Quando giunsero da Agatone, Socrate si era improvvisamente isolato nel vestibolo dei vicini. Si isola
dove gli capita, spieg, imbarazzato, Aristodemo, e sta l immobile. D'improvviso Socrate entr e
Agatone lo fece sdraiare accanto a s. La conversazione ruotava sul tema dell'amore in ogni suo
aspetto. Le bevute avevano il loro effetto, anche fisico. Aristofane era bloccato dal singhiozzo: quando
se ne fu liberato, alfine parl. E imbast la pi stravagante storia che la fantasia erotica abbia mai
concepito: quella degli uomini sferici e androgini, tagliati in due da Zeus, come si taglia un uovo con
un capello, e destinati a bramare eternamente l'altra met perduta. A questo punto la discussione
divamp, coinvolgendo finalmente anche Socrate. E proprio quando Aristofane stava per riprendere a
parlare, per rimbeccare una allusione di Socrate, ci fu un baccano in cortile. Una allegra brigata (si
distingueva bene la voce di una flautista) era al portone e palesemente domandava di entrare. E fu
allora che Agatone disse le parole che da sempre simboleggiano la complicit che  alla base del
simposio: Ragazzi, andate a vedere. Se  qualcuno dei nostri, invitateli ad entrare; se no, dite loro che
non beviamo e siamo andati a dormire.6 Ma era Alcibiade, completamente ubriaco, sorretto da una
flautista, cinto da una corona d'edera e di violette. Entrato in sala da pranzo riusc a dire: Vi saluto
signori: volete accettare come compagno nel bere un uomo ubriaco fradicio? Oppure dobbiamo
andarcene dopo aver incoronato il solo Agatone?.7 E seguit ripetendo variamente le stesse frasi,
ottenendo un grande successo ed un perentorio invito a continuare a bere con gli altri. Agatone lo volle
nel suo triclinio, dove gi c'era Socrate. Donde le rimostranze del giovane ubriaco, sempre pi
soggiogato dal fascino di Socrate, assimilato da lui al satiro Marsia. La serata prosegu eloquentissima
tra libagioni crescenti e afflusso di nuovi amici fino a che tutti progressivamente crollarono nel sonno,
ultimi Agatone e Aristofane, indotti, complice il vino, ad ammettere la veridicit della tesi sostenuta da
Socrate: che chi  poeta tragico, secondo l'arte,  anche poeta comico.8 Quando tutti furono vinti,
Socrate si alz e si rec al Liceo, dove trascorse, nelle consuete occupazioni, la sua solita giornata.
La serena licenziosit di questa memorabile serata e nottata della primavera del 416 a.C.,
raccontata per filo e per segno da Platone, non deve trarre in inganno. Quello  lo stile dei "grandi"
della citt e del loro sguito intellettuale: di cui Socrate certo era partecipe. Gli Ateniesi, i cosiddetti
"Ateniesi medi" (Durchschnitts Athener), vedevano tutto ci con altri occhi, e con molto sospetto.
Bast che, proprio in quelle settimane, mani ignote commettessero un sacrilegio, traumatizzante non
solo in s ma per il carattere misterioso dell'attentato, perch tutti i sospetti convergessero su
Alcibiade. Pi o meno abilmente pilotati, ma il terreno era fertile. Qualunque demagogo avrebbe saputo
aizzare contro Alcibiade e i suoi amici la "bestia" oscurantista e sospettosa albergante dentro l'animo di
ciascun "ateniese medio". Era lo stile di vita di costoro che li rendeva invisi: e induceva al sospetto. Un
loro contemporaneo che si fece storico della grande guerra con Sparta, finita in tragedia, l'Ateniese di
elevato lignaggio Tucidide, figlio di Oloro, scrisse che Alcibiade aveva rovinato Atene tra l'altro a
causa della sua mania per i cavalli.9 E precis subito dopo ci che quella frase un po' criptica
racchiude: che cio la maggioranza assunse un atteggiamento ostile ad Alcibiade sospettandolo,
grazie al suo stile di vita, di aspirare alla tirannide. Ma per dire stile di vita adopera una
espressione molto allusiva: dice l'enormit anormale da lui praticata in relazione al proprio corpo.
Espressione riferibile in primo luogo all'indisciplina sessuale di cui Alcibiade non faceva mistero. Pur
con le sue consuete felpatezze verbali, Plutarco  in proposito molto chiaro, e parla di hybris nel bere e
negli amori. L'oratore Lisia, che aveva frequentato la cerchia socratica, racconta che Alcibiade ed
Assioco, suo zio ed amante, si erano recati ad Abido per sposare entrambi l'etera Medontis,
celebratissima (come del resto le donne di Abido, alla cui "scuola" Alcibiade si era formato). Dalla loro
convivenza nacque una figlia,10 e quando questa fu in et di amoreggiare, lo fece anch'essa con
entrambi, perch ciascuno dei due sosteneva che era figlia dell'altro.11 Antifonte diceva che, dalle
etere abidene, Alcibiade aveva imparato illegalit e dissolutezza.
Raccontando la notte del Simposio, Platone ha sdrammatizzato e insieme sublimato tutto ci. E
lo ha anche posto nella sua dimensione pi vera. Se ha scelto come ambientazione del Simposio la festa
per la vittoria di Agatone alle Dionisie del 416, cio la primavera del 416, ci non , forse, casuale. Ha
scelto una data che  anche la vigilia della bufera devastante dello scandalo delle erme e della
profanazione dei misteri. Raffigurare, in un vero e proprio mimo filosofico, qual  il Simposio, la vera
natura della festosit scatenata di Alcibiade e della cerchia socratica con cui l'ancor giovane politico
era in rapporto, significava anche cancellare le sospettose fantasie del "popolo" intorno alle terribili e
nascoste nefandezze che si immaginavano compiersi nelle case dei "signori" di mente libera e
spregiudicata. Platone sa bene che, al momento del processo, e sia pure dietro le quinte, uno dei capi
d'accusa contro il vecchio Socrate era stato proprio il "discepolato" di Alcibiade presso di lui.
(Discepolato che si intrecciava con i rapporti personali e l'attrazione fisica: su Alcibiade "amante" di
Socrate molti avevano malignato. Era l'altra faccia, ancora pi "torbida" visto che Alcibiade non era
pi un adolescente, di quel "discepolato". Perci Platone inserisce nel Simposio quella patetica
rievocazione, per bocca dello stesso Alcibiade, del vano tentativo notturno del giovane di farsi amare,
sotto il logoro suo mantello, dal filosofo).12 Il Simposio vuol raffigurare, secondo una verit cui pochi
avrebbero sul momento dato credito, cos'era veramente quel gruppo, disperso di l a poco dalla raffica
di processi che liquid non soltanto Alcibiade, ma buona parte dei suoi amici. Abbiamo ancora traccia
dei documenti in cui erano elencati i beni confiscati agli "ermocopidi" (o presunti tali) e troviamo tra
gli altri Assioco, Fedro, Carmide e molti altri. E tra gli oggetti confiscati ad Alcibiade troviamo anche
quel famoso letto a due cuscini, che tanto aveva eccitato la fantasia dei comici per la facile
congettura che si pu fare sulle posizioni amorose che la dislocazione dei due cuscini ai due estremi del
letto suggerisce.
Ma da quei processi in avanti tutto era andato, se cos si pu dire, di male in peggio. I processi
si erano placati solo quando i delatori avevano dato fondo alla loro inventiva oltre che alla loro
malafede. Ma avevano lasciato sul terreno soltanto macerie. La citt era stata portata a credere che
davvero fosse imminente un colpo di Stato, o meglio, per usare il linguaggio democratico corrente che
Tucidide intenzionalmente riproduce, una congiura oligarchica e tirannica.13 E non s'era rasserenata
se non quando pot incriminare Alcibiade, il quale, ovviamente, si sottrasse al giudizio, ponendosi
prontamente in guerra contro la sua citt. La sua caduta politica determin la sconfitta in Sicilia: per lo
meno un testimone importante come Tucidide ne  persuaso e lo afferma a chiare lettere. E la sconfitta
in terra siciliana, unitamente all'occupazione spartana di Decelea in Attica (mossa a sorpresa suggerita
agli Spartani proprio da Alcibiade), fu causa della crisi istituzionale, breve ma gravida di conseguenze,
dell'anno 411. Allora furono abbattute le istituzioni cardinali della democrazia e tutti poterono vedere
quanto essa fosse debole e priva di veri difensori. Inutile dire che la partecipazione a un colpo di Stato
di un frequentatore, non certo di terz'ordine, della cerchia aristocratica, quale Crizia (e di suo padre
Callescro) non pass inosservata. Socrate non faceva politica, non brigava certo per conseguire cariche
pubbliche importanti, ma i suoi "allievi" continuavano ad inquietare l'"ateniese medio". Erano, ogni
volta, nel campo opposto a quello della democrazia. Arguire che dunque quell'insegnamento
dissolutore e quasi sofistico (o iper-sofistico) del loro maestro, che Aristofane qualche anno prima
aveva sommerso di sberleffi nelle Nuvole, fosse all'origine dei pessimi comportamenti degli scolari pi
in vista, appariva deduzione palmare e forse obbligata.
Tutto questo, in verit, fu detto e scritto con chiarezza e vigore polemico dopo il processo
contro Socrate, ma si trattava di umori e giudizi che preesistevano, che si sono venuti formando, tra alti
e bassi, nell'oscillare ondivago ed emotivo dell'opinione pubblica. Nel 411 Alcibiade, pur lambito al
principio dal colpo di Stato, tuttavia ne era rimasto fuori: parte per il suo ottimo fiuto, parte perch
alcuni dei "golpisti" lo odiavano e lo temevano e di conseguenza avevano preferito tenerlo fuori
dall'impresa. Nell'avventura si era lanciato Crizia, al seguito di suo padre, ma poi si era districato in
extremis proponendosi addirittura come il promotore del ritorno in patria di Alcibiade, assurto nel
frattempo, durante i mesi del governo oligarchico, a "protettore" della resistenza democratica,
arroccata, con la flotta, a Samo. Le parti si erano invertite. E quando Alcibiade finalmente rientr, tra la
generale gratitudine perch grazie a lui Atene aveva ricominciato a vincere, sul mare, parve che la
concordia politica fosse ritornata, e con essa la speranza di farcela, nonostante le gravissime perdite
degli anni precedenti.
Ma fu illusione di breve durata. Bast un piccolo insuccesso ad infrangere l'idillio tra Alcibiade
e la citt. Quando, di l a poco, nella pi spettacolare battaglia navale di tutto il conflitto, alle isole
Arginuse (agosto 406), i generali ateniesi, tra i quali Trasillo e Pericle il giovane, riportarono la vittoria,
proprio ai loro danni fu imbastito il pi inquietante processo politico che la democrazia ateniese abbia
celebrato. In quell'anno Socrate era buleuta, faceva parte, scelto a sorte, del Consiglio dei Cinquecento.
Il processo contro i generali vincitori (ma colpevoli di non aver salvato i naufraghi, travolti dalla
tempesta dopo la battaglia) coinvolse anche lui.
L'assemblea popolare, investita del ruolo di corte giudicante, oscill tra opposti impulsi,
pilotata, com' ovvio, da piccole minoranze agguerrite e  in quella circostanza  determinate a
liquidare quegli strateghi: probabilmente perch troppo amici, o addirittura congiunti, di Alcibiade, e
difesi con abilit ma senza successo da un congiunto di Alcibiade. E difesi dallo stesso Socrate, nella
sua veste di pritano, di componente cio di quella "presidenza della Repubblica", rivestita a turno dai
rappresentanti delle dieci trib, che simboleggiava in modo alquanto evanescente l'unit di direzione
politica della citt.
Socrate in quell'occasione si trov nella situazione pi congeniale alla sua visione della
politica: quella in cui uno (o pochi) si contrappongono, ma purtroppo soccombono, rispetto ad una
maggioranza che ha torto ma prevale in quanto maggioranza. La vicenda della liquidazione fisica (non
si deve dimenticare che la pena prevista per gli sfortunati vincitori delle Arginuse era la pena capitale)
si svilupp in due distinte sedute dell'assemblea. Nella prima il buon senso era quasi prevalso, ma il
gruppo che lavorava per la condanna seppe evitare che si prendesse sul momento una decisione: dissero
che non si poteva votare quella sera perch non c'era luce a sufficienza e non si potevano distinguere
bene le mani alzate dei votanti.14 Nel frattempo lavorarono ben bene per influenzare la successiva
assemblea con qualche colpo di teatro. E ci riuscirono. Portarono all'assemblea alcuni (presunti)
parenti di marinai morti nel naufragio, acconciati nella pi efficace tenuta da lutto: capelli rasati,
mantelli neri.15 Portarono alla tribuna qualche (presunto) sopravvissuto al naufragio, il quale disse che
morendo i compagni gli avevano ingiunto di dire all'assemblea: I generali ci hanno traditi, non hanno
voluto salvarci!.16 I sopravvissuti sostenevano di essersi salvati su di una botte destinata alla farina:
una scena di salvataggio che fa pensare alla Storia vera di Luciano. Il regista di tutta la messinscena era
Teramene. Il suo antagonista Eurittolemo, cognato di Alcibiade, non si aspettava questo ribaltamento di
umori, e tent, sul momento, di sollevare eccezioni formali, peraltro fondate. Ma il "popolo sovrano",
quale, per definizione, era l'assemblea ateniese, gli url contro: E intollerabile che si impedisca al
popolo di fare quello che gli pare!.17 Eterodiretto e subornato, o per meglio dire manipolato, il
"popolo sovrano" proclamava la propria superiorit rispetto alla legge, nell'illusione di affermare, ci
facendo, la propria incondizionata autorit e libert di decisione. Esempio perfetto della forza delle
lites, o minoranze organizzate, la cui azione  irresistibile, e in tanto ha successo in quanto porta la
"maggioranza" a ritenere di esercitare la propria sovrana volont di maggioranza. Nella cruciale 
cruciale anche per gli esiti della guerra  vicenda del processo degli strateghi due minoranze
organizzate in lotta tra loro si contendono il favore della "maggioranza".
Socrate si trovava nella minoranza soccombente. Dov'era l'illegalit che si stava per
commettere? Essa era racchiusa nella proposta che un certo Callisseno, politico di second'ordine, aveva
presentato alla nuova assemblea sfruttando la commozione creata da Teramene con la sua messinscena.
La proposta di Callisseno richiedeva un voto in blocco su tutti i generali arrestati. Le eccezioni di
illegalit riguardavano appunto tale procedura di votazione. E il "popolo sovrano" rivendicava il
proprio diritto a stare al di sopra della legge appunto in riferimento a queste disturbanti obiezioni.
Toccava ai pritani mettere in votazione le proposte. E inizialmente i pritani dissero, poich non
potevano tacere su un punto del genere, che non avrebbero avallato procedure illegali. Callisseno
allora, che era ben diretto, sal alla tribuna per minacciare che il voto che stava per esprimersi avrebbe,
se i pritani si ostinavano, riguardato anche loro.18 Sarebbero stati giudicati colpevoli insieme con i
generali. I pritani furono presi dal panico e si dissero pronti a mettere ai voti la proposta di Callisseno
cos com'era. Solo Socrate, non certo per la sola vicinanza affettiva agli amici di Alcibiade, ma in
qualche misura anche per quella, rimase fermo nella precedente presa di posizione. Anzi fece una
dichiarazione: disse che non avrebbe fatto nulla che non fosse in conformit con la legge.19 Queste
sono le sole parole di Socrate registrate in un libro di storia contemporanea, cio scritto al tempo in cui
si svolsero i fatti. La scelta contro corrente di Socrate appare tanto pi coraggiosa in quanto in fase di
votazione la proposta di Callisseno fu fatta propria dal Consiglio dei Cinquecento: al momento del voto
quella che era stata la proposta di Callisseno  diventata "la proposta del Consiglio" contro quella di
Eurittolemo.20
Nonostante la bravura di Eurittolemo, il quale escogit una linea di difesa estrema per ottenere
il giudizio individuale su ciascun imputato, il "popolo sovrano" ignor ogni sollecitazione diversa da
quella orchestrata dal gruppo di Teramene. Il voto avvenne in blocco su tutti gli imputati, i quali
appunto in un'unica votazione furono condannati tutti e messi a morte con procedura immediata. Val la
pena di notare che ai vincitori della dura battaglia assembleare non interessava, in quel momento,
attuare la minaccia di Callisseno contro i pritani ostinati. Nessuno ritenne utile includere Socrate tra i
condannati (era stata questa la minaccia) anche perch, tranne lui, gli altri pritani si erano presto
piegati. Ma certo il suo gesto di sfida al "popolo sovrano" non fu ben visto. Aveva osato contrastare la
tesi della superiorit del "demo" sulla "legge".
Un suo discepolo, non sempre adeguatamente considerato dai moderni, l'ateniese Senofonte,
volle molti anni dopo, quando Socrate da tempo era stato ucciso, inserire tra le sue "memorie
socratiche" una conversazione, probabilmente veridica, intercorsa tra Alcibiade giovanissimo e Pericle
ormai vecchio. Non sappiamo con esattezza quando si sia svolta, certo prima del 429, quando Pericle
mor di peste, e dunque quando Alcibiade  come scrive Senofonte  aveva meno di vent'anni.
Argomento della conversazione  la dialettica tra "forza" (o violenza) e "legge".21 Il dialogo culmina
nella ammissione, da parte di Pericle, che, quando la "violenza"  del "demo" (e sta volutamente
adoperando le parole costitutive del termine "democrazia"), quella non pu necessariamente chiamarsi
illegalit, mentre lo  quando a porsi al di sopra della legge sono "i pochi" o il "tiranno". Da questo
importante dialogo, che Senofonte avr conosciuto dallo stesso Alcibiade, si cavano varie conseguenze.
Partiamo dalla fine. Alla domanda Quello che il popolo nel suo insieme decide senza far
ricorso alla persuasione ma imponendosi ai ricchi, lo dobbiamo considerare legge o violenza?22
Pericle risponde: Anche noi, alla tua et, abbiamo fatto questo!. E soggiunge: Anche noi abbiamo
adoperato il sofisma che ora stai usando tu. Mostra cio di intendere che Alcibiade implichi come
improponibile l'ipotesi che la legge possa essere al di sopra del "demo nel suo insieme", evidentemente
proprio perch il demo " tutto" come avrebbe detto Atenagora siracusano... E non solo mostra di
intendere la domanda di Alcibiade come ovviamente implicante la superiorit comunque del demo (in
quanto demo!); ma riconosce di aver adoperato a suo tempo anche lui "sofismi" del genere.23 E perci
Alcibiade replica rimpiangendo di non essere stato al suo fianco allora.
Cos Senofonte intende mostrare in modo conclusivo che la fonte della politica democratica
radicale di Alcibiade era fuori dell'insegnamento socratico, dipendeva semmai da un "cattivo maestro"
come Pericle. In verit si pu discutere se davvero il carattere dominante della politica di Alcibiade
fosse la democrazia radicale, visto che proprio da quella parte erano partiti i risentimenti che lo
avevano due volte allontanato da Atene. Comunque  interessante che Senofonte volesse darne questa
immagine (sia pure in riferimento all'inizio della carriera di Alcibiade). Certo non poteva scegliere
argomento migliore per dimostrare la lontananza politica di Alcibiade da Socrate: infatti ci che
Alcibiade sostiene  in quel dialogo  essere legittimo, cio l'onnipotenza del "demo nel suo insieme",
 quello che minacciosamente sostengono, durante il processo popolare contro i generali delle
Arginuse, coloro cui Socrate ostinatamente si oppose. Lo si legge proprio in Senofonte: Urlavano: 
insopportabile che qualcuno impedisca al popolo di fare quello che vuole!24 Al che Socrate aveva
pubblicamente replicato che riconosceva solo l'autorit della legge e che non avrebbe fatto nulla che
fosse in contrasto con la legge.25
Ma presto venne il tempo in cui proprio questo genere di atteggiamento mentale gli avrebbe
creato ostilit di opposta provenienza: questa volta da parte dei nemici del demo. Anche questi
anteponevano il loro interesse e la loro volont alla legge. Socrate, che, pure, era rimasto in citt sotto il
loro predominio (ci che "rovin" definitivamente la sua reputazione), pot constatarlo di persona.
Il processo conclusosi con la esecuzione capitale dei generali fu, anche dal punto di vista
militare, un gesto suicida. Alcibiade era gi stato indotto ad andarsene. Molti si chiedevano se quell'
uomo non fosse l'ultima chance per la citt. Aristofane nelle Rane (1431) escogita un singolare modo
per caldeggiarne il ritorno: fa dire ad Eschilo, dalla scena, nelle battute conclusive della fortunatissima
commedia, che Alcibiade andava richiamato in patria e, ricorrendo al paragone col "cucciolo di leone",
sostenne che bisognava accettarlo comunque, quale che fosse il suo stile. Ma la cricca che aveva
massacrato i generali proprio perch reputati vicini ad Alcibiade, certo non avrebbe mai accettato il
rientro del leoncino. L'ultimo atto fu il tradimento. La battaglia finale della lunghissima guerra, quella
in cui, senza alcuna strategia degna di questo nome, and a picco l'ultima flotta che Atene aveva messo
in mare, fu persa perch i generali (uno in particolare) vollero perdere. Dopo di che, per Lisandro, il
disinvolto e spietato vincitore, il resto fu quasi una marcia trionfale. Dopo mesi di assedio, da terra e da
mare, ridotta al cannibalismo, Atene capitol (aprile del 404 a.C.). Accett tutto quello che i vincitori
pretesero: compreso il cambio di regime politico. Ora il potere pass nelle mani degli oligarchi: di
coloro che avevano passato la vita in attesa di questo momento. Ma andare al potere con le armi del
nemico vincitore  una scelta che alla fine si paga. Fu questo il famoso governo dei Trenta (detti, nella
tradizione successiva, "tiranni").
Il loro leader era Crizia. Egli aveva frequentato Socrate, anche se non era mancata qualche
ombra nei rapporti tra i due (almeno a giudicare da quel che racconta Senofonte). E suo nipote, Platone,
 colui che pi di ogni altro scolaro di Socrate ha voluto porre tutto il proprio pensiero sotto il segno del
maestro. Sin dal principio il governo oligarchico fu cos aggressivo da determinare un fenomeno nuovo
nella storia politica della regione: la fuga in massa di chiunque potesse temere la persecuzione politica
in quanto simpatizzante con il passato regime democratico. Atene si ridusse di dimensioni: il Pireo si
stacc, e l si arroccarono i democratici. Chi rest "in citt", e non furono tanti, perci stesso si
compromise. Socrate fu tra questi. Perch?
Questa domanda attende ancora una risposta soddisfacente. Almeno in principio, egli deve aver
avuto "curiosit" verso il nuovo esperimento. Un esperimento che molti potevano pensare dovesse
durare molto a lungo, visto che la democrazia era stata travolta da una sconfitta militare di proporzioni
mai viste; e non era ragionevole immaginarne una rapida riscossa.26 Platone, in una lettera, la famosa
Settima lettera, che difficilmente gli pu essere tolta per attribuirla ad un falsario impareggiabile,
dichiara di avere inizialmente aderito al nuovo regime dei Trenta. Scrive: Alcuni fra costoro erano
miei familiari e conoscenti, e mi coinvolgevano con l'argomento che la nuova situazione si addiceva a
me.27 Dice anche di aver davvero pensato, in principio, che i Trenta col loro governo avrebbero
liberato la citt dall'ingiustizia ed avrebbero imposto un giusto sistema di vita. E conclude: Perci
rivolsi completamente il mio animo verso di loro. Se questo era dunque, all'epoca in cui i Trenta si
insediano, lo stato d'animo del giovanissimo Platone, non  azzardato pensare che quello di Socrate,
certo pi smagato e maturo, non deve per essere stato tanto diverso. Del resto, che Platone si
attenesse, allora, ai comportamenti e alle scelte di Socrate si ricava proprio da quello che Platone dice
subito dopo: che cio il suo distacco dai Trenta avvenne quando costoro ruppero con Socrate.28 Se ne
arguisce che, gi al momento dell'adesione, era su Socrate che Platone conformava i suoi primi passi
nella politica. E questo spiega l'iniziale scelta socratica di restare in citt. (Usiamo l'espressione tra
virgolette, come se fosse una citazione, perch ben presto, quando tornarono al potere i democratici,
l'espressione quelli che rimasero in citt divenne sinonimo di sostenitori dei Trenta. Ma su ci
torneremo).
Ma c' anche dell'altro. C' la riluttanza di Socrate ad andarsene, a sottrarsi ad una prova.
(Lui non avrebbe fatto come Alcibiade che non esit due volte a separarsi dalla citt). E c'era forse
anche in lui l'idea che un ateniese fuori d'Atene  un pesce fuor d'acqua. La questione, se si possa, o
meno, essere pienamente se stessi fuori dal proprio paese  ritornata, sotto diversi cieli, soprattutto di
fronte ad un potere politico forte e interventista. Alla domanda di Stalin lei parla sul serio quando dice
che vuole andare all'estero?, Bulgakov rispose dopo una pausa: Ho pensato molto in questi ultimi
tempi, se uno scrittore russo possa vivere fuori del suo paese, e mi sembra che non possa. E Socrate,
chi avrebbe interrogato quotidianamente una volta a Megara o a Tebe? Certo le cose cambiarono
quando l'Attica si spacc in due e i democratici si insediarono al Pireo. Allora davvero cominci ad
essere imbarazzante restare in citt. Quell'imbarazzo Socrate lo avverte ancora, quando
nell'Apologia (come la ricostruisce Platone) pronunciata davanti ai giudici adduce come peculiare
tratto del suo carattere, di non aver mai voluto lasciare Atene se non per doveri militari. Alla fine non
volle lasciare Atene neanche per sfuggire alla morte. Platone ha eroicizzato quella scelta di accettare la
sentenza di morte restando in citt. Almeno allora avrebbe potuto salvarsi la vita, fuggendo. E invece,
quando Critone lo visita in carcere e gli propone la fuga gi predisposta  che forse anche i
condannatori si aspettavano (e auspicavano) , lui si  rifiutato. Col rilievo dato a questo rifiuto,
Platone replica ai contemporanei: e spiega ai posteri, attraverso quell'importante dialogo che  il
Critone, che anche allora, in punto di morte, Socrate rest in citt, come gi cinque anni prima sotto i
Trenta. Quell'eroico restare in citt ad aspettare la morte inflittagli dallo Stato  dunque la risposta,
ritardata ma eloquente, alle accuse di chi arguiva le vere inclinazioni politiche del filosofo dal fatto che
nel 404 fosse rimasto nella citt governata da Crizia.
In verit le loro strade si erano presto divaricate. Socrate rischi di subire la vendetta dei Trenta
per essersi rifiutato di far parte della delegazione che doveva prelevare e liquidare Leone di Salamina.
(Il quale, molto probabilmente, era uno dei due generali delle Arginuse ancora vivo perch sfuggito,
per un caso, al terribile processo). Questo era accaduto quando il regime dei Trenta gi vacillava. Nella
sua Apologia Socrate rievoca quell'episodio con parole semplici e senza toni eroici (gli altri andarono
a prelevare Leone, io me ne andai a casa) e commenta: Io per sarei gi morto, se quel governo non
fosse stato buttato gi di l a poco.29 E gi qualche tempo prima c'era stato uno scontro diretto tra
alcuni capi oligarchici e Socrate, conclusosi col divieto imposto a Socrate di proseguire la sua attivit
di interlocutore critico dei giovani. Senofonte ha conservato quasi uno stenogramma del dialogo che
ebbe luogo tra Socrate e i due massimi esponenti del regime, Caricle e Crizia, quando questi vennero a
comunicargli il divieto di dialogare con i giovani.30 Forse Senofonte stesso era presente. Socrate non
abbandon il suo stile neanche in quella occasione. Non perse la sua irritante abitudine di mettersi a
interrogare lui, piuttosto che subire l'iniziativa degli altri. Come sappiamo, interlocutori nervosi
reagivano con i calci e peggio. Crizia e Caricle reagirono con le minacce: che sulle loro labbra erano
particolarmente temibili. Non debbo parlare coi giovani: ma fino a quale et vale il divieto? E se un
giovane mi rivolge la parola e mi chiede ad esempio "Dove abita Caricle?" oppure "Dov' Crizia?".
Questo genere di provocazioni fa capire che Socrate non solo aveva familiarit con quei dottrinari, ma
continuava a trattarli con quel senso di superiorit che manifestava, pur senza atteggiarsi a maestro, con
tutti i suoi interlocutori.
Per quella coerenza sarebbe morto. Il rifiuto di andare ad arrestare Leone ne  gi un indizio.
Del rischio della coerenza era, del resto, consapevole. Non "giocava" a fare il filosofo. Quando si
dovette difendere, nel processo da cui usc condannato a morte, sotto la democrazia restaurata, non
addolc mai le parole. Ad un certo punto disse parlando del suo amico Cherefonte: Egli fu amico del
vostro partito popolare, con voi  stato, da ultimo in esilio, e con voi  tornato.31 Dunque proprio
mentre si ricordava di aver avuto anche lui amici nel campo "popolare" non mancava di prendere le
distanze da quella parte politica. Conosceva il rischio e  per lo meno dal tempo del processo contro i
generali  sapeva che il popolo, impancandosi a giudice, fa sul serio.
Per giunta l'accusa nei suoi confronti era molto pesante: Socrate  colpevole di corrompere i
giovani, e di non credere negli dei in cui crede la citt, e di introdurre divinit nuove. La prima parte
dell'accusa era politica ma non apertamente tale: l'accordo di pacificazione concluso al termine della
guerra civile aveva pur sempre vietato persecuzioni giudiziarie retroattive. E tuttavia era chiaro che,
riferendosi all' intera carriera di Socrate, quella accusa evocava i due allievi per diverse ragioni esecrati
dalla citt (Alcibiade e Crizia). Un pamphlettista che scrisse poco dopo la conclusione del processo, di
nome Policrate, rese esplicita questa implicazione dell'accusa. La seconda parte dell'accusa era la pi
grave processualmente perch riguardava un "guasto" tuttora in atto e dalle conseguenze incalcolabili:
l'empiet. Era l'addebito forse pi grave di fronte al pubblico di una citt antica. Perci Platone, nella
Settima lettera, dice sintetizzando: Lo accusarono di empiet. Ma aggiunge: Lo condannarono e lo
uccisero, lui che non aveva voluto prender parte all'empio arresto di uno dei loro amici nel tempo in
cui essi stessi, esiliati, pativano sventura.32 Ritorsione polemica che rinfaccia ai condannatori il
coraggioso gesto di insubordinazione di Socrate nei confronti dei Trenta.
Ad ogni modo empiet era parola pesantissima. Gi Anassagora, di cui Socrate era stato
frequentatore in giovent, aveva rischiato di finire sotto processo per la stessa ragione, e di regalare ad
Atene il suo primo martire filosofico, lui che oltre tutto non era cittadino ateniese. Ma si era salvato
lasciando la citt.
L'aspetto sconcertante del processo contro Socrate  che su di una accusa del genere fosse
chiamata a giudicare una giuria popolare. I cinquecento giudici che condannarono Socrate costituivano
un significativo campione del corpo civico. La base per formare una corte era una lista di seimila
cittadini, probabilmente volontari, redatta annualmente: semplici cittadini, non esperti del diritto. Erano
un quinto circa dell'intera cittadinanza. Il numero dei giurati variava secondo l'importanza della causa:
comunque si trattava sempre di varie centinaia. Ogni giuria aveva piena autorit e competenza: ogni
giudice un salario di tre oboli al giorno, quanto bastava per vivere. E i non abbienti perci aspiravano
ad essere sorteggiati come giudici. Sicuramente non erano tra i pi "aperti" di idee. Attraverso il lavoro
giudiziario di questi uomini passava quasi tutta la vita della citt. In un modo o nell'altro gli affari e le
controversie, comprese quelle politiche, andavano a finire in tribunale. Qui, pi che nella assemblea
popolare, i cittadini-giudici decidevano della vita della comunit.
Noi non abbiamo il testo di ci che Socrate disse a propria difesa durante il processo. Lui, in
tutta la sua vita, non lasci nulla di scritto: per una precisa scelta in favore del dialogo e della ricerca 
che si realizzano con la parola vivente  rispetto alla asserzione e alla certezza. Tanto meno provvide a
mettere per iscritto quella autodifesa, pronunciata di fronte ai giudici nelle due fasi in cui si
suddivideva il processo (la discussione sulla colpevolezza e quella sulla pena da comminare). Fu
Platone a scriverla impersonando Socrate. La sua Apologia (o meglio Autodifesa di Socrate)  la sua
prima opera. Con ogni probabilit, rispecchia ci che Socrate aveva effettivamente detto.  improbabile
che Platone mettesse in circolazione, attribuendolo al maestro, un discorso tutto di suo conio, lontano
dal vero discorso: sarebbe stato un gesto di incomprensibile arroganza.
Nell'Apologia che Platone gli fa pronunciare, Socrate rende chiaro che una delle principali
ragioni che lo avevano isolato rispetto alla opinione pubblica era stata la sua critica della politica. E
ricorda i suoi incontri con vari politici, coi quali aveva cercato di appurare la natura specifica del loro
sapere: uno sforzo approdato ogni volta alla constatazione della inesistenza di tale sapere. Incalzare con
domande inquietanti (se  una scienza, la politica si potr insegnare?) non soltanto i comuni ateniesi,
ma i detentori stessi del "sapere" politico, cio i politici dominatori delle assemblee e dei destini
collettivi, era stato, da parte sua, il modo pi antidemagogico di prospettare una visione critica della
democratica "fabbrica del consenso": col solo risultato di rendersi inviso a tutti i beneficiar, leaders o
gregari, di quel sistema. Mettendolo sotto processo, i suoi accusatori avevano pensato di intimidirlo
(forse non necessariamente di ucciderlo). Fu lui a "provocare" i giurati con le sue parole che lo
riproposero nella veste di critico disturbante, dinanzi ad un pubblico ed in un contesto che aveva una
risonanza di gran lunga maggiore rispetto ai consueti conversari privati o semiprivati.
Nel Trattato sulla tolleranza Voltaire, in obbligata coerenza con la sua errata convinzione che
Atene fosse la patria della tolleranza, non potendo ignorare il processo contro Socrate, si consola
scrivendo cos: Sappiamo che nella prima votazione [quella sulla colpevolezza] Socrate ebbe 220 voti
favorevoli. Dunque il tribunale dei 500 contava 220 filosofi:  molto (cap. VII). Con questa
formulazione un po' paradossale, il filosofo-simbolo dell'Illuminismo poneva, forse non senza piena
consapevolezza, un problema che  difficile eludere, e che mette seriamente in crisi il principio oggi
acriticamente accettato, secondo cui la maggioranza ha ragione in quanto maggioranza. Poniamo la
stessa questione con le parole di un grande giurista, Edoardo Ruffini (uno dei dodici professori che non
giurarono fedelt al fascismo: su un totale di 1.213): Se il numero [ = il gran numero] venisse a
trovarsi anche dalla parte della minoranza, come nel caso di una deliberazione presa con lieve scarto di
voti, l'argomento che ravvisa la prova della maggiore saggezza nel prevalere di una maggioranza
viene meno.
Se 280 giurati votarono per la colpevolezza di Socrate, ben 220 furono per l'assoluzione. Sono i
"220 filosofi" di Voltaire. Lo stesso Socrate, nel secondo discorso che Platone gli attribuisce, quello
tenuto dopo il verdetto di colpevolezza, mirante ormai a definire la pena, allude, tenendosi sempre al
registro dell'ironia, all'imbarazzo derivante, ai suoi condannatori, dallo scarto modesto. E dichiara la
propria meraviglia per tanti voti espressi in suo favore: la condanna non  giunta inaspettata, piuttosto
 dice  mi meraviglio del numero dei voti, cos com' venuto fuori, dell'una parte e dell'altra. Perch
veramente io non mi immaginavo che ci sarebbe stata una differenza cos piccola, ma di molto
maggiore. Ora, invece, come pare, se una trentina di voti fossero soltanto caduti dall'altra parte, io ero
assolto senz'altro (36A). Come dire: un grande numero (assunto di solito come presupposto
dell'intrinseca giustezza di una decisione presa a maggioranza) s' espresso sia per l'una che per l'altra
tesi. E allora?
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Capo 2. L'esule: vita randagia del cavaliere Senofonte.
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Un giorno di quel duro inverno, all'alba, stava strigliando il cavallo. E con lui gli altri del
manipolo. A sorpresa furono attaccati dai partigiani, che lasciarono sul terreno vari opliti. Dei cavalieri
soltanto tre perirono, sorpresi nel sonno.
Da quando erano al potere i Trenta, era incominciata una guerriglia. Il cui capo era Trasibulo,
un democratico molto noto: un veterano della democrazia. Sette anni prima, quando c'era la guerra,
quell'uomo aveva tenuto testa ai cosiddetti Quattrocento, e con Trasillo aveva capeggiato la riscossa,
avendo con s quasi tutta la flotta, alla fonda del porto di Samo. A quel tempo era come se due citt si
fossero fronteggiate, ciascuna delle quali pretendeva di essere Atene, e quella oligarchica era crollata:
in pochi mesi. Ma ora la situazione era diversa. I Trenta erano giunti al potere con l'appoggio dei
vincitori, i quali avevano persino piazzato una guarnigione sull'acropoli e controllavano tutto. Ora
davvero la lotta era impari.
All' inizio Trasibulo aveva raccolto appena settanta uomini. Con questa pattuglia, non superiore
a quella con cui esord Fidel, mise in crisi la dittatura. Presto i suoi uomini divennero settecento. Poi
mille. Dalle azioni partigiane si pass alle vere battaglie. Presto i democratici occuparono il Pireo, e
daccapo Atene si divise in due: gli oligarchi nella citt, i democratici al Pireo, dove non poteva
mancare loro l'appoggio dei marinai. Senofonte era con i Trenta, proprio tra le truppe pi bersagliate
dai partigiani: la cavalleria.
Ci ha lasciato un racconto, una cronaca, ma potremmo dire un diario, della guerra civile che ha
combattuto in prima persona, dalla parte sbagliata. Nella citt antica, i compiti militari erano parte
privilegiata dei doveri del cittadino, il quale in tanto era cittadino in quanto soldato. Socrate aveva
preso parte a varie campagne della guerra peloponnesiaca: a Potidea (432 a.C.), a Delion (424), dove,
secondo gli antichi aveva salvato la vita a Senofonte, ad Amfipoli, nella fallimentare campagna per la
riconquista della citt (422).1 Se la tradizione biografica tende a collegare alcune delle esperienze
militari di Socrate anche con la persona di Alcibiade, della cui salvezza Socrate si sarebbe ugualmente
dato pensiero, questo non significa che si tratti di invenzioni o di giochi combinatori dei biografi. La
figura del maestro che salva gli allievi non sembra corrispondere a un topos. Quanto a Senofonte, egli
apparteneva per censo alla classe dei cavalieri. Era dunque ovvio che militasse in quel corpo militare, il
quale, oltre ad essere un corpo militare, aveva una sua propria, specifica, sensibilit politica, come ben
sapeva Aristofane che fece i cavalieri protagonisti positivi, e molto reattivi, della pi politica delle sue
politicissime commedie (intitolata appunto Cavalieri).
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Durante la dittatura dei Trenta i cavalieri furono il nerbo dell'armata. Mentre molti cittadini
fuggivano e la citt si svuotava, i cavalieri restavano l, compatti, incaricandosi anche di compiti che
potremmo definire polizieschi o meglio terroristici. Senofonte descrive dal vivo, da testimone oculare, i
comportamenti criminali dei suoi sodali, come ad esempio il massacro di Eleusi. Non giudica, descrive.
E tuttavia il lettore viene sottilmente sospinto a farsi una determinata idea delle effettive responsabilit.
Viene indotto a pensare che tutto dipendesse dagli ordini che promanavano dall'alto: innanzi tutto da
parte dei Trenta, i quali erano al di sopra degli ipparchi, e poi da parte degli ipparchi, i quali
impartivano gli ordini ai cavalieri. I quali eseguivano. Conosciamo bene questo modo di rinviare
sempre pi in alto le responsabilit, fino ad un unico "genio del male" (nel caso dei Trenta, Crizia).
La vicenda di Eleusi ebbe tutto l'aspetto di un rastrellamento. La decisione fu presa dopo
l'iniziale, inatteso, successo di Trasibulo e dei suoi partigiani. I Trenta  racconta Senofonte  vollero
crearsi una retrovia sicura, per ogni evenienza, e scelsero Eleusi. Vollero perci eliminare la
popolazione civile e ricorsero alla messinscena di un simulato censimento: ogni Eleusino dopo essersi
fatto registrare doveva uscire da una porta della citt che dava sulla strada che porta al mare; ma fuori
erano schierati i cavalieri in due file, e arrestavano tutti coloro che, via via, varcavano quella porta. Gli
arrestati furono tutti uccisi. Qui Senofonte riferisce un breve e duro discorso di Crizia tenuto ai
cavalieri il giorno dopo la macabra parata: Amici! Noi prepariamo un ordine nuovo: per voi non meno
che per noi. Dunque, come avete preso parte ai vantaggi e alle cariche, cos dovete condividere i rischi.
Gli arrestati di Eleusi non hanno scampo: debbono essere condannati. Cos voi avrete in comune con
noi le stesse paure e le stesse speranze. Poi Crizia invit i presenti ad approvare con voto palese le sue
dichiarazioni. Senofonte commenta in modo pi che essenziale: Erano schierati in armi i guardiani
spartani, e i cittadini cui stava a cuore unicamente la sopraffazione erano d'accordo. E perci non dice
nemmeno quale fu l'esito, scontato, di quella votazione.2
La battaglia decisiva del conflitto civile fu combattuta a Munichia. L caddero sul campo sia
Crizia che Carmide figlio di Glaucone: l'uno comandava ad Atene, l'altro aveva il comando dei
cosiddetti "dieci del Pireo". Entrambi erano parenti stretti di Platone. Con la loro morte l'oligarchia
parve decapitata. Ma sopravvisse. Eleusi divenne il rifugio dei Trenta, i quali vi si arroccarono, mentre
in citt (per citt intendiamo l'agglomerato urbano centrale che a torto viene identificato con Atene,
laddove giuridicamente Atene  tutta l'Attica) subentr un altro governo, questa volta di dieci oligarchi
considerati "moderati". Subentr, a seguito di un voto all'interno stesso del ristretto corpo civico dei
Tremila. E qualcuno, segnala Senofonte, in quell'occasione disse pubblicamente: Non possiamo
consentire ulteriormente ai Trenta di rovinare la citt. I Trenta si asserragliarono ad Eleusi, ma la
guerra civile non per questo fin. Forse per le implicazioni internazionali: Sparta aveva una guarnigione
sull'acropoli, e di l a poco Lisandro in persona otterr di essere designato "armoste" di Atene (una
sorta di Gauleiter, in termini di storia a noi pi vicina). Forse perch neanche i partigiani democratici si
fidavano di questi nuovi padroni, i quali nella sostanza lasciavano tutto come prima.
I numeri vogliono sempre dire qualcosa. Un collegio di Dieci era un modo di alludere ad un
ritorno alla normalit, giacch dieci erano, in democrazia, gli strateghi, uno per ogni trib clistenica.
Dunque era anche un modo di far capire che non si intendeva pi (come inizialmente minacciato)
intaccare la radice stessa (le dieci trib) da cui era scaturita la costruzione degli ordinamenti
democratici. I Trenta, invece, quando avevano preso il potere, avevano scelto di cancellare per
l'appunto quel numero. E gi con il loro insolito numero facevano chiaro a chiunque il carattere
straordinario e "costituente" del loro collegio. Accanto ai Dieci  precisa Senofonte  governavano i
due ipparchi, i due comandanti della cavalleria.3 E anche questo sapeva di ritorno alla tradizione, se si
considera che, nella normalit democratica, il potere supremo era in mano ai dieci strateghi affiancati
dai due ipparchi. Senofonte d anche un altro dettaglio: che cio col nuovo governo, e nella nuova
difficile situazione, gravida oltre tutto di sospetti, i cavalieri dormivano, con le armi e coi cavalli,
nell'Odeon.  un altro dettaglio della quotidianit di quella campagna, vista dall'interno della
cavalleria. Nel seguito il racconto si concentra appunto sulla cavalleria, ma con una singolarit nella
quale  racchiuso, probabilmente, il pi importante "segreto" della vita di Senofonte. Segreto,
beninteso, per noi, non per i suoi concittadini.
Quando parla delle prodezze della cavalleria, Senofonte fa sempre e soltanto il nome di uno dei
due ipparchi, mai dell'altro. E fa quel nome, Lisimaco, per chiarire che a lui si debbono episodi
infamanti, quale l'uccisione a freddo, in una strada di campagna, di alcuni contadini che andavano al
lavoro, evidentemente sospettati di simpatizzare per i partigiani di Trasibulo. Fu Lisimaco che li
trafisse mentre invano imploravano la salvezza. Ma  aggiunge Senofonte  molti cavalieri
manifestarono il loro dissenso.4 Dei cavalieri d, di tanto in tanto, anche i nomi. Nell'attacco notturno
con cui era incominciata la ribellione precisa che mor un cavaliere di nome Nicostrato,
soprannominato "il bello".5 Qui dice che, per rappresaglia dell'eccidio compiuto da Lisimaco, quelli
del Pireo tesero un'imboscata ad un cavaliere, Callistrato, della trib Leontide, e lo fecero fuori.
Insomma non solo  evidente che Senofonte ha preso parte alle azioni della cavalleria, prima sotto i
Trenta poi sotto i Dieci, ma probabilmente  lui che, sotto i Dieci, ha ricoperto il ruolo di ipparco. 
lecito pensare che l'ipparco di cui non fa mai il nome sia proprio lui, Senofonte. Il quale ha dedicato un
trattato ai doveri e ai compiti del comandante della cavalleria, l'Ipparco. Questa militanza, specie se
svolta in una posizione cos eminente, fu gravida di conseguenze: segn tutto il resto della vita del
socratico Senofonte.
La guerra civile fin, dopo alcuni mesi, col successo di Trasibulo, propiziato dal re spartano
Pausania, il quale intese contrastare anche cos lo strapotere di Lisandro. Ancora una volta la parola
decisiva spettava alla politica estera. Alle parti in lotta fu imposto un patto di pacificazione
("amnistia"), un impegno a rinunciare alle persecuzioni giudiziarie con cui di norma i conflitti civili
proseguono sotto altra forma. Fatti salvi, naturalmente, i reati di sangue: Se uno ha ucciso di sua
mano un altro, o lo ha ferito. Queste precise parole dell'accordo noi le conosciamo da Aristotele, che
le cita nel suo profilo della storia costituzionale di Atene (Costituzione di Atene, 39). Aristotele d il
testo dell'accordo compresa la famosa frase entrata poi in tutti i proclami di amnistia: non serberemo
memoria dei mali subti. Invece Senofonte tutto questo non lo dice: e soprattutto non dice che i reati di
sangue erano esclusi dall'amnistia. Dei termini dell'accordo gli preme in particolare ricordare la
clausola che riservava ai sopravvissuti, irriducibili, dei Trenta e dei Dieci, la possibilit di ritirarsi
indisturbati ad Eleusi. Tutto ci va ricordato per meglio comprendere il seguito di questa vicenda.
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Senofonte assistette alla ascesa di Trasibulo sull'acropoli, seguito, alquanto minacciosamente,
dai suoi uomini in armi: una parata militare di partigiani divenuti, grazie all'accordo di pacificazione, le
forze armate legali della citt. E riferisce le sue parole, dure e non del tutto rassicuranti. ( l'unico che
le ricordi). Trasibulo disse apertamente in quel discorso, schernendo gli avversari sconfitti, che i loro
ex-amici Spartani li avevano piantati in asso lasciandoli in preda al popolo che aveva subito le loro
ingiustizie: e fece anche un paragone tra gli Spartani che abbandonavano i loro servi oligarchici e i
padroni che mettono alla catena i cani rabbiosi.6 Insomma un discorso che non faceva presagire nulla
di buono. Non a caso Senofonte gli dedica tanto spazio. Egli ha anche il merito di non impancarsi a
riscrivere pi o meno di fantasia i discorsi dei protagonisti: dice, anche in breve, ci che effettivamente
espressero. Anche questo fa parte della sua cronaca. Nel caso del discorso di Trasibulo, Senofonte ha
scelto di riferire puntualmente il brano pi importante, a suo giudizio: quello che fa capire, al di l delle
parole di pura convenienza (da Senofonte parafrasate rapidamente), che i vincitori consideravano gli
avversari sconfitti come una preda nelle loro mani. Ci  messo in grande evidenza perch ha a che fare
con la successiva scelta di vita di Senofonte, di cui presto diremo.
Senofonte completa il suo racconto con un episodio che, posto subito di sguito al discorso di
Trasibulo,  pi eloquente di qualunque commento. Tempo dopo  cos scrive  si sparse la voce che
quelli di Eleusi [cio gli oligarchi che avevano ottenuto il permesso di ritirarsi l indisturbati]
arruolavano mercenar. Allora contro di loro marciarono in massa [il soggetto non  espresso, ed 
ovvio pensare ad un diretto riferimento agli uomini di Trasibulo]: i capi, venuti a colloquio, li
ammazzarono, gli altri li indussero a rappacificarsi facendo intervenire amici e parenti. Poi giurarono di
non serbare l'odio, e ancora oggi il popolo mantiene fede ai giuramenti.7  una scena raccapricciante
quella dell'agguato  raccontata con la consueta essenzialit , che torner presto, inaspettatamente, e
in tutt'altro teatro, nell'esperienza di Senofonte. Qui  alla fine della cronaca  c' un trucco narrativo.
Dietro quel generico nesso tempo dopo c' in realt un intervallo di quasi tre anni. Senofonte,
invece, fa in modo, con la sua narrazione compendiaria, che l'agguato "democratico" di Eleusi figuri
quasi come l'immediata conseguenza delle parole di Trasibulo vincitore. Invece Aristotele, nel narrare
quei fatti, fornisce la data esatta dell'agguato: nel terzo anno da quando erano andati via, dunque nel
401-400. In compenso Aristotele  elusivo sul contenuto della vicenda: dice elegantemente che nel
terzo anno dopo che quelli erano andati via [ = si erano ritirati ad Eleusi] si riconciliarono anche con
quelli che si erano trasferiti ad Eleusi!8 Difficile trovare un'espressione pi spudorata. L'agguato ed il
massacro a tradimento dei capi scompare del tutto, e seraficamente si fa parola solo dell'accordo
(successivo all'agguato). Insomma, Senofonte dice il fatto, nella sua crudezza, ma falsa la cronologia;
Aristotele d la data esatta ma nasconde (lui o meglio la sua fonte) il fatto infamante. Da notare infine
che l'amnistia Senofonte la ricorda solo qui, non dove effettivamente dovrebbe farlo: cio a
conclusione della "pacificazione" di due anni prima.
Perch? Senofonte ha da far quadrare un po' di conti. Il fatto pi importante della sua vita,
quello da cui  scaturito il suo libro pi bello, l'Anabasi,  la sua fuga da Atene all'incirca nel momento
dell'agguato di Eleusi. Fuga, beninteso,  parola troppo forte. Le cose lui le racconta cos. Un suo
vecchio amico tebano, di nome Prosseno, lavorava per Ciro il giovane, fratello minore del nuovo re di
Persia, Artaserse. Un giorno gli scrisse una lettera e gli chiese di unirsi al corpo di spedizione che Ciro
stava allestendo.9 Senofonte mostr la lettera a Socrate chiedendo consiglio. La presenza, ancora in
quel momento, di Socrate nella vita, anche privata, di Senofonte era tale che, per una decisione del
genere, Senofonte faceva capo a lui. Socrate lo sconsigli, con una argomentazione politica: poteva
suscitare sospetto in citt  cos gli disse  diventare amico di Ciro, poich Ciro aveva notoriamente
aiutato gli Spartani nella guerra contro Atene. Se si considera che, in quel momento, Atene  pur
sempre, nonostante la caduta dei Trenta, "amica e alleata" di Sparta, questo ragionamento, a prima
vista, non ha molto senso. Lo ha, invece, se si sottintende che Senofonte si era gi esposto come
"filospartano" durante la guerra civile (cio come fedele sostenitore dell'oligarchia), e che, in quanto
gi molto esposto per quel suo recente "incidente", avrebbe, con tale imbarco al seguito di Ciro,
aggravato la sua posizione di persona "sospetta" agli occhi della citt. Il seguito  ben noto. Socrate
sugger a Senofonte di rivolgersi al dio di Delfi, all'oracolo, per chiedergli se partire o meno. Senofonte
si rec a Delfi ma pose al dio un'altra domanda: a quali dei fare sacrifici per aver un buon viaggio e un
felice ritorno. Tema sul quale, puntualmente, Apollo rispose. Socrate non fu per nulla contento della
disobbedienza dell'allievo, gli fece notare che la domanda da porre al dio era un'altra, comunque 
concluse  fa' quello che il dio ti ha detto.10
Ecco perch , in sostanza, giusto parlare di "fuga". Senofonte ha voluto andarsene comunque:
nonostante fosse molto vagamente (e, come poi scopr, ingannevolmente) informato sull'obiettivo del
viaggio, e anche a costo di disgustare Socrate (che, pare, aveva tentato di coinvolgere proponendogli il
problema).
Ha deciso di andarsene comunque, perch riteneva di non essere sicuro in Atene?  l'ipotesi pi
probabile. Riprendiamo gli indizi sin qui raccolti leggendo il suo "diario della cavalleria dei Trenta". 1)
Non solo ha militato in quel corpo militare particolarmente compromesso coi Trenta (anche se,
stranamente, non lo dice), ma con ogni probabilit  stato ipparco sotto i Dieci. 2) I cavalieri hanno
compiuto, sia pure con le attenuanti ("erano ordini!") e i distinguo ("fu Lisimaco ad ammazzare i
contadini") che Senofonte non trascura di mettere in luce, veri e propri crimini; in un caso, quale il
massacro di Eleusi, sono stati coinvolti tutti, e certo non  per caso che Senofonte riferisce testualmente
le parole di Crizia, a massacro appena compiuto, incentrate proprio su questo punto: "era necessario
compromettervi". 3) A questo punto  molto sospetto il silenzio di Senofonte sulla clausola dell'atto di
pacificazione del 403 che escludeva dall'amnistia i reati di sangue. Quella clausola implicava che i
cavalieri non potevano star troppo tranquilli: sarebbero stati portati in tribunale, almeno i capi! 4) E
altrettanto sospetto  che ponga la clausola stessa dell'amnistia dopo l'agguato teso, ad Eleusi, ai capi
oligarchici col pretesto che "arruolavano mercenari". (Vedi caso, anche lui si  arruolato con i
mercenari che Prosseno, tebano, raccoglieva per Ciro). In questo modo viene suggerito  al lettore
contemporaneo pi che ai lontani posteri  che Senofonte se n' andato perch mancava in Atene la
tranquillit minima indispensabile introdotta dall'amnistia. (Amnistia che comunque comportava quelle
pesanti eccezioni su cui Senofonte preferisce tacere). Anzi il clima cui fuggendo intende sottrarsi 
quello caratterizzato dal durissimo proclama di Trasibulo, da lui puntualmente riferito. 5) Alla luce di
tutte queste implicazioni personali, ora latenti, ora esplicite, il racconto senofonteo della guerra civile, e
soprattutto del suo esito, appare molto polemico e abilmente apologetico. L'agguato di Eleusi, macchia
che intacca seriamente l'immagine della rinata democrazia (che nel 399 porter Socrate in tribunale e
lo uccider),  un episodio che altri preferivano addirittura occultare (le fonti di Aristotele): per
Senofonte  la conclusione dell'intera vicenda. 6) Ma perch tanta cura nel costruire un cos abile
racconto? In esso c' una netta presa di distanze da Crizia, c' un costante chiarimento delle
responsabilit individuali, e, elemento non secondario, vi  una cruda raffigurazione della sete di
vendetta dei vincitori. Una cos abile ricostruzione ha come fine, evidentemente, la precisa difesa della
propria condotta.
Non c'erano dunque molte speranze, per Senofonte, di scampare ad una resa dei conti
giudiziaria. Del resto Socrate, che, secondo il suo solito,  rimasto in citt,  finito cos. Era solo
questione di tempo: e bene gli era andata se non era finito, come gli altri capi oligarchici, nell'agguato
che poi scomparve dalle cronache ateniesi. Perci part. L gli si  aperto dinanzi un altro mondo. Un
mondo molto pi grande gi sul piano geografico: spazi, masse di uomini, strade, montagne, e ancora
usi diversi, linguaggi mai ascoltati. E nondimeno lui  rimasto arroccato psicologicamente, coi suoi
uomini, nella sua "superiorit" di Greco tra i barbari, e, una volta ritornato, dopo anni, in Grecia ha
ripreso a pensare la politica in termini tradizionali, come se l'esperienza del mondo fosse stata per lui
soltanto una parentesi. Da vecchio nell'ultimo suo trattato, intitolato Risorse, si sforzer di proporre
una soluzione ai problemi finanziari dell'Attica. Eppure, come vedremo, quella esperienza aveva
lasciato il segno.
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3.
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Durante la lunga avventura in Asia, quando si  spinto con le truppe di Ciro fin nel cuore della
Mesopotamia e poi quando  tornato indietro nella interminabile e tortuosa ritirata, la sua citt lo ha
accompagnato come un'ombra. Questo stato d'animo  probabilmente comune al mondo dei mercenari,
e tale  diventato ben presto Senofonte, a tutti gli effetti: addirittura un loro capo, dopo l'agguato
architettato dal satrapo Tissaferne (di cui diremo). Tutti costoro si sono comportati, nella lunga marcia
che li ha riportati dall'Eufrate al Mar Nero e poi in Europa, come altrettanti pezzi delle citt d'origine,
con le loro rivalit e gelosie. Ma nel caso di Senofonte quell'ombra aveva un risvolto pi sinistro. Certo
lui non lo dice mai apertamente, ma un paio di volte si tradisce nell'Anabasi. Nel quinto libro apre sul
pi bello una digressione con queste parole: Quando poi Senofonte [lui parla sempre di s in terza
persona, come far Giulio Cesare nei Commentarii] fu in esilio etc..11 Ma il lettore non ha mai
sospettato, fino a quel punto, che al narratore, dopo l'avventura asiatica, incominciata contro il
consiglio di Socrate, sia toccato anche l'esilio. E molto dopo, quando ormai la marcia  finita da un
pezzo ed  finita anche la stravagante avventura al servizio dello sconosciuto Seuthes, piccolo re di una
trib tracia, Senofonte  il quale, in quanto narratore e protagonista al tempo stesso, sa benissimo di
non essere mai pi tornato in Atene  dichiara che si era ormai deciso a rimpatriare (visto che non
c'erano pi pretesti per continuare a fare il soldato di ventura), e spiega, come se il lettore fosse al
corrente: Infatti in quel momento non era ancora andata in votazione, in Atene, la proposta di
condannarlo all'esilio.12 Ma subito dopo si lascia convincere ancora una volta a non tornare: segno
che, nel frattempo, quel voto sul suo esilio c' stato. Le porte della citt gli si sono definitivamente
chiuse. E lui  passato stabilmente al servizio dei generali spartani in Asia. Non aveva dunque sbagliato
la sua previsione Socrate, nel dialogo avvenuto prima della partenza, quando aveva previsto un risvolto
"spartano" dell'avventura in Asia.
Quella piccola frase (non era ancora andata in votazione etc.)  una spia preziosa, che ci fa
capire molte cose. In primo luogo fa capire che di l a poco, in quella primavera del 399 quando
Senofonte decise di non rientrare pi, in Atene si  infine votato: e Senofonte  stato condannato
all'esilio. Non pu sfuggire la concomitanza. Nelle stesse settimane, viene celebrato il processo contro
Socrate. (Anni dopo, Senofonte scriver un opuscolo sulla morte di Socrate, la cosiddetta Apologia, in
cui ricorder con rammarico che lui non c'era in quel momento in Atene: non c'era perch,
disobbedendo al maestro, aveva per tempo deciso di andarsene). In secondo luogo  un indizio
psicologico notevole:  il pensiero latente, il cruccio segreto che riemerge, com' chiaro da quel non
ancora, che denota quanto quella decisione avversa fosse paventata e attesa come inevitabile. Ma
soprattutto, e questa  forse la deduzione pi inquietante che quelle parole suggeriscono, ci apre uno
spiraglio, e pi che uno spiraglio, sulle ragioni della condanna. Una condanna appunto all'esilio. E
l'esilio si infliggeva come pena per i reati di sangue (in assenza poi dell'imputato, la pena era
obbligatoriamente quella). Non dunque lo "pseudo-esilio", come lo chiamano i moderni giuristi
intendendo l'auto-esclusione dalla comunit cui si condanna il cittadino che si sottrae al processo, ma
un vero e proprio esilio "votato" appunto come specifica pena per quel genere di reati che neanche
l'atto di pacificazione del 403 aveva potuto cancellare. Non era dunque per caso che Senofonte, nella
sua cronaca del governo dei Trenta, aveva omesso proprio quella clausola, che lo colpiva direttamente
e personalmente per qualcosa che forse ignoriamo ma che fu alla base di quella scelta di andarsene, di
lasciarsi alle spalle per sempre i postumi interminabili della guerra civile.
O, almeno, cos si era illuso che potesse essere. Ma non fu. All'inizio la campagna contro il
Gran Re, disvelata man mano nei suoi veri obiettivi, focalizz l'attenzione e le energie. E il culmine
della tensione fu raggiunto nella grande battaglia campale di Cunassa, nell'autunno ormai del 401, a
due passi dall'odierna Baghdad, poco a nord di Babilonia, nel punto dove pi i due fiumi della
Mesopotamia si accostano l'un l'altro e creano un corridoio largo chilometri nel cuore del deserto. Il
fronte della battaglia era cos vasto che in un punto dello schieramento si ignorava cosa accadesse
chilometri pi in l. I mercenari greci, e Senofonte con loro, comandati dal rude Clearco, esule spartano
con qualche condanna a morte sulle spalle, si coprirono di gloria, come si suol dire, e tornarono al
campo convinti di aver vinto. Solo al mattino seguente appresero di aver perso. E allora incominci
davvero la loro odissea. (In Senofonte in quanto protagonista dell'Anabasi vi  un processo di
identificazione con Odisseo: e l'Odissea  il modello di tutti i romanzi, ivi compresi quelli storici). In
verit la sera, e poi la notte, al campo, via via che il tempo trascorreva e invano attendevano Ciro, il
giovane pretendente al cui seguito si erano mossi, una strana inquietudine aveva incominciato a
serpeggiare tra le tende e tra i fuochi. All'alba decisero di andarlo a cercare. Ma non fu necessario.
Vennero loro incontro uomini ad annunciare che Ciro era morto, ucciso in battaglia, e che i suoi
Persiani avevano tradito. Delle sue concubine, quella che era detta "la bella e la saggia" era stata presa,
l'altra, la Milesia, era fuggita nuda dalla tenda e s'era salvata grazie ad alcuni Greci.13
Poco dopo sopraggiunsero i messi del Gran Re e del potente Tissaferne, il satrapo che fino a
qualche anno prima aveva regolato la politica greca giocando Spartani e Ateniesi gli uni contro gli altri
come pedine su di una scacchiera. I vincitori dettavano le condizioni: presentarsi da Tissaferne e
consegnare le armi. I vinti, non riuscendo ancora a capacitarsi di essere tali, recalcitravano. Un greco al
servizio dei Persiani, che faceva anche da interprete per i messi del Re, spiccava per arroganza.
Senofonte lo affront con un ragionamento: non abbiamo ormai altro che le armi e il nostro valore;
senza armi neanche il valore possiamo dimostrarvi; con le armi le parti tra noi e voi si possono
addirittura invertire. Falino scoppi a ridere ed inizi la sua replica sarcastica con le parole:
Giovanotto, tu sembri proprio un filosofo!.14 Questa che abbiamo riferito  solo una parte, per
molto significativa, di un lungo dialogo tra sopraffattori e vittime, che vuol forse riecheggiare il celebre
dialogo tucidideo tra Mel e Ateniesi, in cui la situazione  analoga. All'interno del dialogo, Senofonte
colloca proprie parole e si fa identificare con la replica "Sembri un filosofo!". Probabilmente non si
presenta col suo nome, anche se, in questo passo, alcuni buoni manoscritti danno il suo nome (allora
Senofonte Ateniese disse). Invece in questo caso si dovr dar ragione a manoscritti meno pregiati, che
hanno Teopompo al posto di Senofonte. Ce n' poi qualcuno che sceglie una via intermedia: Allora
Senofonte, detto anche Teopompo, disse. Insomma la cosa pi probabile  che anche qui Senofonte
preferisca giocare con la propria identit ricorrendo a falsi nomi. L'Anabasi stessa, del resto, la mise in
circolazione sotto falso nome (si firm Temistogene di Siracusa), tra l'altro per poter parlare di s
liberamente, e magari confutare altri che vollero narrare queste stesse vicende.  quasi certo che nel
dialogo con Falino il nome di Senofonte non venisse fatto, ma solo adombrato, con un nome molto
parlante e posto in maggior rilievo appunto dalla replica "sembri un filosofo". Nel caso del dialogo con
Falino ci pu essere la volont di far entrare in scena Senofonte solo pi tardi, in funzione di
"salvatore", all'inizio del libro terzo. In certi casi sembrerebbe un gioco. Per esempio il navarco che
nelle Elleniche si chiama Samio, nell'Anabasi diventa Pitagora.
Ma il ricorso ai falsi nomi ha un valore pi concreto, legato essenzialmente alla vicenda umana
e politica di Senofonte. Per tutto un periodo della sua vita, durante il quale si  trovato nella condizione
di esule, Senofonte ha diffuso quello che scriveva (certo per un pubblico "panellenico", ma in primo
luogo per gli Ateniesi) sotto falso nome. La cronaca della guerra civile, molto probabilmente, circol
come di Cratippo. L'Anabasi come di Temistogene.15 Per un esule, era un modo di procedere quasi
obbligato. Tutta l'opera di Senofonte  dominata dall'evento traumatico dell'esilio. L'anonimato pi o
meno trasparente (svelato solo molto pi tardi, quando la sua situazione personale cambi) consentiva
anche una sottile e instancabile opera di autodifesa.  quello che Senofonte scrive, nella cronaca della
guerra civile e nell'Anabasi, ha innanzi tutto tale fine.
Si pu elucubrare a piacere sulle ragioni che possono avere indotto Senofonte a scegliersi, per
quella parte dell'Anabasi che precede la sua vera entrata in scena da protagonista, uno pseudonimo
come "Teopompo", una parola che, se interpretata nel suo significato letterale,  molto pretenziosa:
"inviato da dio", "dono di dio", o simili. Una allusione, probabilmente, al ruolo che Senofonte ebbe (o
pretese di avere) nella salvezza di quegli uomini, trovatisi improvvisamente soli in balia di un nemico
infinitamente pi forte e certo non incline alla tenerezza. Ad ogni modo quell'intervento, che tanto
provoc Falino, non ebbe effetto. Dopo inconcludenti oscillazioni, ed un inizio di ritirata con i Persiani
alle costole, Clearco e gli altri capi dei mercenari accettarono di incontrare Tissaferne alle sue
condizioni. Furono catturati a tradimento e massacrati. Senofonte rivide allora la stessa scena con cui
ha voluto concludere il suo resoconto della guerra civile: un agguato in cui quelli della sua parte
accettavano il colloquio e venivano presi a tradimento e massacrati. In Atene ad opera del "popolo
sovrano" e dei suoi leaders, in Persia ad opera del pi temibile e ambiguo dei satrapi del Gran Re, quel
Tissaferne che aveva giocato a suo tempo anche con la vita di Alcibiade.
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4.
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Fu allora che Senofonte riprese le armi. Nel suo racconto tutto sembra dovuto a lui, alla sua
iniziativa di convocare, come accadeva nell'Iliade, un consiglio notturno, e inoltre alla sua proposta
coraggiosa di nominare nuovi capi (uno dei quali sar lui stesso) subordinati per ancora una volta ad
uno Spartano: quel Chirisofo che per un lungo tratto della celebre ritirata prender il posto e il ruolo
dello sfortunato Clearco. Negli anni dell'indiscussa egemonia spartana, decennio breve e feroce, il
primato viene sempre riconosciuto allo Spartano: anche all'interno di una accozzaglia di sbandati in
ritirata, lontani migliaia di chilometri dalla madrepatria, quali erano gli uomini alla cui salvezza
Senofonte si consacr. Incominci allora il ritorno (nostos). Un ritorno lento, tortuoso, periglioso, in
cui Senofonte vide di tutto, come era gi accaduto ad Odisseo, l'eroe che, secondo Omero, di molti
uomini vide le citt e conobbe l'indole. Vide spazi sterminati e monti impervi, e popolazioni
sconosciute, spesso ostili. Vide perfino i barbari del sovvertimento totale, sperduti tra le montagne del
Caucaso, i Mossineci, i quali fanno in pubblico ci che gli altri uomini fanno in privato. E raccont il
suo viaggio in un libro, l'Anabasi, che fu una delle letture di Alessandro Magno cui indic e descrisse
la strada che portava nel cuore dell'impero persiano. Non andrebbe sottovalutata l'importanza
scientifica, oltre che militare, di quel libro. Fu una esperienza che lo avvicin ad Erodoto (il quale ne
seppe cavare un insegnamento filosofico sommamente tollerante). Ma soprattutto ad Odisseo, l'eroe
che non voleva tornare, l'eroe sempre in viaggio e sempre lontano da casa cui pure dice di agognare.
L'eroe che, alla fine dell'Odissea  quando  appena tornato , prevede che si rimetter in viaggio, e
che Dante immagina sospinto da un ardore di conoscenza pi forte di qualunque altro affetto, e da
tale pungolo portato ad affrontare, ormai vecchio e tardo, l'ultimo viaggio. Come Odisseo, Senofonte
trov di continuo, lungo il ritorno, occasioni per non tornare e vi si invischi. Giunse a vagheggiare
l'idea di fondare colonie greche sul Mar Nero, e come Odisseo, per questa sua riluttanza a ritornare,
venne persino in odio ai suoi uomini, che pure gli dovevano molto. Essi non conoscevano il suo
segreto: quel segreto che viene fuori obliquamente, verso la fine del racconto, nell'accenno ad una
votazione di condanna all'esilio, incombente su di lui in Atene.
Non ci volle molto perci a convincerlo, finita l'avventura dei "Diecimila", a mettersi, con un
pugno di uomini, che orgogliosamente continuarono a chiamarsi i Ciri (quelli di Ciro), al servizio
dei comandanti spartani. Ormai Sparta apriva direttamente le ostilit in Asia, dopo il fallimento di Ciro,
la cui impresa aveva guardato con favore e forse propiziato. Per Senofonte, ormai un senza patria,
quella divent la sua guerra. Anche di questa esperienza ha lasciato un diario: sono i libri III e IV
dell'opera che poi si chiam Storia greca (Hellenik). Cos sappiamo quali comandanti conobbe; come
entr in amicizia con Agesilao, il re spartano che anticip, senza successo, il disegno di Alessandro
contro la Persia; come al suo seguito ritorn in Grecia e si trov coinvolto a Coronea, in Beozia, in una
battaglia in cui gli Ateniesi combattevano nel fronte opposto (394 a.C.). Situazione non insolita per un
esule.
Quanto grande fosse il suo prestigio a Sparta si arguisce dal dono che gli fu fatto: un terreno nei
pressi di Olimpia, in Elide, regione sotto autorit spartana, in una localit chiamata Scillunte (dove
negli scorsi anni gli archeologi ritengono di aver rinvenuto i resti della sua casa). Una concessione del
genere non era soltanto un premio al soldato fedele e amico, era come una formale assunzione nella
comunit spartana. Infatti quando, sconfitta a Leuttra dai Tebani (371 a.C.), Sparta perse l'Elide e altre
aree del Peloponneso, Senofonte dovette fuggire dal paese, come gli altri Spartani: perse quel
"paradiso", che ha descritto in una pagina molto studiata dell'Anabasi,16 e ripar a Corinto. Dieci anni
dopo (362 a.C.) i suoi figli, che erano stati educati a Sparta, come attesta Diocle nelle Vite dei
filosofi, combattevano, a Mantinea, nella cavalleria ateniese. Questo vuol dire che l'esule non era pi
tale. E gli onori postumi resi a Grillo, il figlio suo che cadde in quella battaglia, onori particolarmente
solenni e reiterati per rendere omaggio al padre, come scrisse Aristotele, ventenne quando avveniva
tutto ci, sono una ulteriore conferma del ripristino di Senofonte nella pienezza dei suoi diritti di
cittadino ateniese. Non pare per che ritornasse stabilmente in Atene.
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5.
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Con le sue opere aveva intrecciato un dialogo a distanza con l'altro socratico che poneva il
maestro al centro dei suoi dialoghi, Platone. Un dialogo aspro che non sfugg agli studiosi antichi.17 Il
terreno dello scontro era, come ovvio tra socratici, la teoria politica, la ricerca della "migliore" forma
politico-statale. Al modello platonico culminante nell'idea dei filosofi reggitori, Senofonte oppone, con
la Ciropedia, l'idea del monarca "educato" in modo completo (filosofia compresa), e l'esempio che
propone, idealizzato al massimo,  appunto quello di Ciro il Grande. Gi ai critici antichi non era
sfuggita la stoccata che Platone rivolge contro un tale modello: nelle Leggi, nell'opera dell'estrema
vecchiezza, l'unica dove non c' pi Socrate tra gli interlocutori. L Platone fa dire all'interlocutore
denominato l'Ateniese che certamente Ciro era stato un generale abile e patriottico, ma che non
era stato nemmeno lambito da una educazione degna di essere considerata tale.18 Per parte sua, nei
Memorabili, Senofonte aveva contestato  considerandolo lontano dal vero  il Socrate dei dialoghi
platonici che discetta di geometria.19 Ma la rivalit dovette comportare anche risvolti personali. Non
capiremmo altrimenti l'accanimento con cui Senofonte tratteggia un profilo non solo negativo ma si
potrebbe dire repugnante, di Menone, quando, nell'Anabasi, parla dei capi mercenari catturati a
tradimento da Tissaferne.20 Quel Menone  certamente il personaggio cui Platone ha intitolato
l'omonimo dialogo Menone ovvero della virt, e che viene presentato da Platone con estremo favore.
In quel dialogo Menone non ha nulla dei tratti deteriori che Platone consuetamente attribuisce ai sofisti,
ed anzi alla fine del dialogo si pone, verso Socrate, sempre amichevole, gi quasi come un allievo.
L'asprezza di Senofonte sar forse da collegarsi alle rivalit interne al gruppo dei socratici, rese ancora
pi complicate e velenose dalla guerra civile e dal ruolo che ciascuno vi aveva svolto. Ma il tutto 
ulteriormente inasprito dal sospetto che grav su Menone di essere stato lui a tradire gli altri capi
nell'illusione di guadagnarsi l'animo di Tissaferne.  comunque lecito chiedersi come mai Menone,
originario di Larissa in Tessaglia, e attivo, a quanto ci  dato sapere, essenzialmente come capitano di
ventura, venisse assunto da Platone come interlocutore di Socrate, e per giunta sul pi impegnativo dei
problemi: la natura di ci che definiamo "virt", e la possibilit di insegnarla. Molti elementi ci
sfuggono, ma non possiamo certo dimenticare, alle prese con questo enigma, un fattore che gioca ancor
pi a sfavore di Senofonte: il disprezzo verso coloro che avevano lasciato la citt per imbarcarsi con
Clearco e Ciro, definiti da Isocrate, in un passo che ha di sicuro di mira Senofonte, la feccia di tutte le
citt.
La polarit tra i due grandi socratici sembra comunque focalizzarsi intorno alla questione
sempre aperta della "migliore forma di governo": questione che in tempi di convulsioni esasperate,
quali quelle in cui i due vissero, si ripropone come problema pratico prima ancora che speculativo. Non
dimentichiamo che entrambi, sia Platone che Senofonte, hanno creduto in Crizia e nel suo esperimento.
Platone dice di essersi presto ritratto, quando vide che perseguitavano o minacciavano di perseguitare
anche Socrate. Senofonte visse quella esperienza fino all'ultimo e ne pat le conseguenze per larga
parte della sua vita. Platone continu a sognare i filosofi reggitori (anche Crizia e i suoi si erano illusi
di essere tali). Senofonte, forse anche in ragione della sua diretta esperienza tanto della monarchia
persiana quanto della monarchia spartana, riprese e rilanci, con la maggiore sua opera, la Ciropedia,
l'ideale monarchico: quello del buon re posto (e perci stesso non pi "tiranno") alla guida di una
lite di eguali, identificati talora con i Persiani "purosangue" dell'antica Perside, dove Ciro era stato
allevato, talaltra con gli eguali di Sparta. Di entrambi quei mondi vide la decadenza, e, nondimeno,
pi di Platone intravide o intu, pur conscio dell'imperfezione di qualunque modello, le forme politiche
che si sarebbero affermate nel nuovo secolo, aperto di l a poco dalla conquista macedone dell'Oriente.
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Capo 3. Platone e la riforma della politica.
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Rispetto a Senofonte Platone era pi giovane di almeno una decina d'anni. Se a Delion (424
a.C.) l'allora giovanissimo Senofonte era stato salvato dal suo maestro1 (il quale, nella rotta ateniese,
seppe tenere i nervi saldi), ci vuol dire che era nato almeno una ventina d'anni prima. Dunque
Senofonte aveva visto la grande guerra con Sparta sin dal principio e quando salp per l'Asia aveva
ormai una quarantina d'anni. Platone invece era nato nell'anno in cui Pericle mor di peste (430-29
a.C.) o forse l'anno dopo.2 Era appena quindicenne quando la citt fu sconvolta dalla mutilazione delle
Erme: il misterioso attentato che mirava a terrorizzare il popolo, proteso alla conquista della Sicilia. Un
attentato che rimase di fatto impunito, almeno per quanto attiene ai veri responsabili, e la cui scia di
odio e di oscure trame sfoci, qualche anno dopo, nel colpo di Stato. Quella vicenda, maturata proprio
negli ambienti cui Platone apparteneva per nascita, segn i suoi esordi. Persone a lui vicine patirono la
repressione. Fedro fu tra coloro i cui beni vennero confiscati nella ondata di processi conseguenti a
quella provocazione. In un dialogo giovanile intitolato al figlio di Pisistrato, Ipparco, Platone ha voluto
ricordare quelle Erme che proprio il figlio del tiranno aveva collocato in tutte le strade dell'Attica, e
nell'agor. Due anni dopo, spettatore sgomento, vide la pi grande tragedia della sua citt: la perdita di
tutta la flotta e di migliaia di uomini adulti, che erano il nerbo della cittadinanza, ad opera dei
Siracusani. Allora per la prima volta Siracusa si impose alla sua fantasia. Non era pi la citt
interessante e remota dell'Occidente, il cui destino, almeno dal tempo delle guerre persiane si era ogni
tanto intrecciato con quello della madrepatria: era ormai la nuova grande potenza, la prima rivelatasi
capace di sconfiggere Atene sul mare.
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1.
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Dei suoi congiunti il pi in vista, sulla scena politica, era Crizia. Ma non solo sulla scena
politica. Anche sulla scena teatrale: il luogo pi importante della comunicazione di massa in Atene al
pari dell'assemblea, ma forse pi affollato e frequentato. All'assemblea ormai regnava un certo
assenteismo, nelle grandi occasioni si arrivava a cinquemila persone, ma nella routine molto meno. A
teatro una volta Platone parla di trentamila spettatori (Simposio 175E). L si forgiava la coscienza della
citt, attraverso una forma d'arte controllata, certo, dallo Stato, ma attraverso cui si esprimevano anche,
e sempre pi spesso negli anni critici della giovinezza di Platone, autori che sottilmente, proprio
attraverso il teatro, mettevano in discussione i fondamenti della citt. Crizia era uno di questi, e il suo
sodale era Euripide. Si scambiavano le tragedie; se necessario, l'uno portava sulla scena quelle
dell'altro. Si trattava di istruire il coro e gli attori, e chi faceva questo poteva anche figurare come
autore, e molto spesso lo era. Ragion per cui in seguito gruppi di tragedie, anche tetralogie complete,
vennero denominate come di Euripide oppure di Crizia.3 In molti casi si sar trattato del frutto di una
elaborazione comune. Niente di pi ovvio, in quel lavoro di grande artigianato che  il teatro. Da
sempre l'autore di teatro si fa aiutare, come ogni altro artigiano, da apprendisti che poi prenderanno il
suo posto; e anche gli attori dicono la loro. N solo nel teatro antico. Nel nostro tempo, il finale
adottato da Kubrick nel pi importante suo film (Orizzonti di gloria, 1957), fu voluto dal suo
impareggiabile interprete. Tra Euripide e Crizia c'era qualcosa di pi: una vicinanza intellettuale, che fa
pensare all'apporto di Elizabeth Hauptmann o di Helene Weigel alla drammaturgia di Brecht.
Del Sisifo di Crizia abbiamo un ampio frammento. Esso ci fa comprendere perch il "sofista"
Crizia abbia condiviso con Euripide l'accusa, cos spesso rivolta a entrambi, di ateismo. Raccontava del
tempo, assai remoto, quando la vita umana era senza ordine, schiava della forza, quando davvero
homo homini lupus; e spiegava la nascita della legge come correttivo purtroppo imperfetto e
inefficace (la gente compiva il male di nascosto); onde alla fine un uomo accorto e saggio invent
per gli esseri umani il timore degli dei, unico rimedio.4 Questo teatro era sentito come eversivo e in
certo senso lo era. Come politico, Crizia partecip sin dal primo momento, insieme con suo padre
Callescro (fratello di Glaucone, avo di Platone) ai tentativi di sovversione oligarchica. Euripide, poco
dopo il fallimento del "governo dei Quattrocento", se ne and in Macedonia, mentre Crizia prefer
rifugiarsi per un po' di tempo in Tessaglia. E pochi anni dopo, proprio sotto il governo di Crizia, sotto
il terribile regime dei Trenta, in una Atene vuota e spettrale il figlio di Euripide mise in scena le
tragedie postume del padre, morto "esule" alla corte macedone, e ottenne proprio allora quel primo
premio che quasi mai la citt democratica aveva concesso all'inviso seminatore di dubbi. Addirittura
una tradizione metteva in relazione direttamente Platone con Euripide: sarebbero andati insieme in
Egitto dai profeti.5 In Egitto Euripide si sarebbe ammalato e i sacerdoti lo avrebbero guarito con una
cura non altrimenti nota, la cura del mare, del che sarebbe traccia nell'Ifigenia in Tauride: dove
Euripide fa dire ad Ifigenia che il mare lava tutta la sozzura umana (v. 1193). Non sappiamo la data
esatta dell'Ifigenia in Tauride: potrebbe essere del 412 a.C., quando Platone aveva gi raggiunto
l'efebia. Questo racconto, che dobbiamo a Diogene Laerzio, pu essere falso: per giunta Diogene lo
inquadra in modo cos anacronistico da far apparire Euripide vivo dopo la morte di Socrate. Quel che
tuttavia suscita interesse  che comunque una tradizione collegava Platone ad Euripide, e questo , in
s, un dato significativo. Quanto al viaggio in Egitto, esso  un momento della vita di Platone di cui
vorremmo sapere di pi e su cui torneremo pi oltre. Quando per leggiamo, nello stesso passo di
Diogene, che Platone aveva deciso di incontrarsi con i Magi, ma le guerre d'Asia lo costrinsero a
rinunciarvi,6 intravediamo quasi un programma di viaggi istruttivi che Platone avrebbe concepito: i
"Magi" farebbero pensare infatti ad un viaggio in Persia, impedito da imprecisate "guerre d'Asia" (le
campagne di Agesilao?). Ad ogni modo il nesso con Euripide non dovrebbe essere disgiunto dal
giovanile cimentarsi di Platone nell'arte tragica.
Nel dialogo intitolato Crizia, della cui autenticit nessuno pi dubita, ad un certo punto Platone
rappresenta Socrate che amabilmente incoraggia Crizia nella sua attivit teatrale.7 Dicearco, scolaro
diretto di Aristotele, diceva, in un suo scritto biografico, che Platone aveva avuto un'attivit poetica
intensa: non solo ditirambi e canti lirici, ma anche tragedie, e che, inoltre, aveva studiato pittura. Il
distacco di Platone dall'arte scenica era avvenuto cos: mentre lui si preparava a partecipare, con una
sua tragedia, alla gara, udita la voce di Socrate dinanzi al teatro di Dioniso, bruci i suoi versi
esclamando: Efesto, avvicinati: ora  di te che Platone ha bisogno!.8  curiosa l'idea che Platone
andasse in teatro, alla rappresentazione dei suoi drammi, portandosi il testo scritto di ci che gli attori
avrebbero recitato. Comunque questo racconto lo dobbiamo a eruditi di molto successivi, che non
avevano le idee del tutto chiare sulla pratica del teatro attico. Che significhi questo aneddoto (al di l
dei suoi anacronismi) risulter chiaro se si considera il valore simbolico del bruciare: doveva essere una
rottura completa con una intera fase della vita, e quindi quegli scritti non andavano solo ripudiati ma
annullati. Lo schema di base  quello che ritroviamo nella vita di altri uomini "folgorati" da Socrate.
Esso funziona anche per Senofonte. Socrate lo incontr in una stradina, gli sbarr la strada col bastone
(sembra la figurina di un vaso attico), e gli domand: Dove si acquistano le merci?; la risposta fu
immediata; poi Socrate incalz e qual  il luogo dove si diventa persone dabbene?; l'altro non seppe
cosa dire; e allora Socrate: Seguimi e lo saprai.9 In questo aneddoto, in cui forse per la prima volta,
in Occidente, filosofia e merce vengono posti agli antipodi, c' gi il "clima" del proselitismo e della
"conversione". L'incontro col maestro comporta un taglio col passato. Appunto come Platone, che
brucia le sue tragedie per il richiamo di una voce. Quello che pertiene a Socrate e alla sua cerchia si
colora spesso di elementi che bene figurerebbero nei racconti su Ges o su Apollonio di Tiana. Non va
dimenticato che la gran parte di questa aneddotica socratica  confluita in Diogene Laerzio, cio in un
autore al quale il fenomeno Socrate giunge ormai trasfigurato da molteplici filtri filosofici e non solo.
Non siamo ancora all'erasmiano O Sancte Socrates ora pro nobis, ma quella  la strada.
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2.
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Platone rest accanto a Socrate fino alla sua morte. Il fatto che nel 404 abbia accettato gli inviti
di Crizia e di Carmide, suoi stretti congiunti, ad impegnarsi nel nuovo regime non implica un distacco
da Socrate: come sappiamo, anche il maestro rimase in citt. Su questa vicenda non dipendiamo da
fonti tarde ma dallo stesso Platone, nella Settima lettera: lui si ritrasse dalla collaborazione coi Trenta 
 questa la sua ricostruzione dei fatti  quando i Trenta vennero in urto con Socrate. Ma subito dopo
Crizia e Carmide morirono, e presto la situazione da affrontare fu tutt'altra: quella determinata dal
ritorno al potere dei democratici. Chi nel regime appena abbattuto si era seriamente compromesso   il
caso di Senofonte , prese altre strade, fece di tutto per scomparire dalla circolazione. Altri presero per
buona l'amnistia. L'incertezza dur poco. L'anno 399 fu ricco di processi scaturiti in un modo o
nell'altro dalla guerra civile: alla fine Socrate, portato in tribunale, fu condannato a morte, e nel
generale sconcerto di allievi e condannatori non volle sottrarsi alla condanna. Platone, che ha
raccontato con pathos e profondit di pensiero tutto il finale della vita del maestro, dalle parole che
pronunci in tribunale al momento in cui il veleno ingerito lo vinse, pens di dover lasciare per un
certo tempo Atene. Ripar a Megara. Insieme con altri socratici dice Diogene.10 Questo significa
che gli allievi si sentirono minacciati, o per lo meno intimoriti, dall' esito drammatico di quel processo.
E perci si rifugiarono presso Euclide, a Megara. Pensarono di sottrarsi ad ulteriori, eventuali,
rappresaglie. Non va dimenticato che nello stesso torno di tempo c' stata un'altra condanna,
riguardante un altro socratico processato in contumacia: la condanna di Senofonte all'esilio. Certo nel
caso di Senofonte si trattava di ben altro. E tuttavia dagli imprevedibili Ateniesi maniaci dei
processi, in un momento del genere, un uomo come Platone, le cui parentele erano a dir poco
compromettenti, poteva temere molto. Se, tornato pi tardi in Atene, sceglier di filosofare "al chiuso",
in una cerchia remota e separata, lontana dagli occhi dei concittadini, se cio far l'esatto contrario del
continuo incontrarsi e scontrarsi con la citt caratteristico di Socrate, questo sar dovuto anche, se non
essenzialmente, alla tragica conclusione dell'esperienza socratica.
Per tutti questi anni cruciali il punto d'osservazione dei due socratici  stato difforme. E questo
spiega perch parlino in due modi diversi di persone loro affini e di eventi che avrebbero dovuto
colpirli alla stessa maniera. Cos, mentre Platone, pur deluso dai Trenta, "salva", per cos dire, Crizia e
Carmide consacrando loro dei dialoghi in cui costoro conversano in amicizia con Socrate, Senofonte
invece ha verso quei due, specie verso Crizia, tutta la durezza che discende dalla compromissione
diretta nella guerra civile. Per lui, Crizia  colui che ha voluto macchiare i cavalieri col massacro di
Eleusi,  insomma colui che ha portato alla rovina personale la sua parte (Senofonte compreso). Perci
non gli concede nulla, e nei Memorabili attribuisce a Socrate parole sprezzanti (forse anche
autentiche)11 verso di lui, in particolare sulla passione porcina di Crizia per Eutidemo (allusione alla
smania sessuale di Crizia per il suo amato, ed al gesto dei maiali di strofinarsi contro le pareti). Vuole
cio retrodatare la rottura tra Socrate e Crizia rispetto al momento in cui Crizia ormai al potere viet a
Socrate di insegnare. Il suo livore contro quel dottrinario che gli aveva rovinato la vita non era inferiore
all'astio che nutriva verso Trasibulo e i suoi minacciosi compagni. Per Platone invece quella guerra
civile era soltanto una brutta parentesi: il vero trauma, indelebile, era il processo mostruoso con cui la
democrazia restaurata aveva messo a morte Socrate. E a quell'evento che dedica una riflessione
altissima che  per anche una ricostruzione storica (Apologia, Critone, Fedone), perch da
quell'evento scaturisce la sua scelta di vita: la rinuncia a misurarsi con la democrazia e la ricerca di
altre strade. Rispetto alla condanna capitale di Socrate, Senofonte, che era lontano al momento del
processo (e ne paventava uno a proprio carico), ha una reazione deludente: formula, nella sua Apologia,
l'idea banale e infondata secondo cui Socrate si era lasciato uccidere perch ormai stanco di vivere.
Non sappiamo quando esattamente abbia scritto questa banalit, certo essa suona singolarmente
indulgente nei confronti di quell'assassinio di Stato perpetrato dalla democrazia restaurata. Le due vite
restano dunque, in certa misura, parallele, ma con una differenza: Senofonte rompe con Atene per
effetto della guerra civile e dei suoi postumi, e da quel momento prende altre strade che daranno anche
alimento al suo pensiero politico. Platone rompe anche lui con Atene, ma in conseguenza non gi della
guerra civile bens dell'uccisione di Socrate, ed  da allora che, giudicato irriformabile il modello
politico rappresentato (per eccellenza!) dalla sua citt, cerca altre strade, fa altre esperienze che saranno
anch'esse alimento, e banco di prova, del suo pensiero politico.
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3.
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Si mise forse in viaggio alla ricerca di qualcosa che alla fine estrasse da s medesimo. Dopo
Megara, and a Cirene, fiorente colonia greca sul suolo libico, presso il matematico Teodoro, maestro
di Teeteto. Poi in Italia, dai pitagorici Filolao ed Eurilo. Quindi in Egitto, ma di quel viaggio  forse il
pi importante  ci sfugge molto. Siamo indotti a pensare che quanto dice nel Timeo su Solone in
Egitto e sui miti antichissimi l appresi sia un modo criptico di fare intravedere quella sua esperienza.
Ma questa non  che una congettura. Si pu immaginare una iniziazione di Platone in Egitto. L pot
apprendere molto, in campi che lo affascinavano (matematica e astronomia): segreti di una scienza e di
un pensiero che si impegn a non divulgare, com' giusto per un iniziato. Di qui forse l'idea di parlare
dell'esperienza egiziana attraverso la "maschera" di Solone e la strana invenzione secondo cui i
sacerdoti egizi avrebbero raccontato al vecchio Solone la storia dell'Atlantide, che appare un modo
mitizzante di dilatare indefinitamente la nozione di tempo. Ma potrebbe anche essere la metafora di
altri concetti e di altre "verit" velate attraverso quella incontrollabile rievocazione storica.  la storia
di eventi e di luoghi di cui lo stesso narratore dice che si era persa completamente la traccia! Questa
realt che ci fu in un tempo remotissimo, che non ha per lasciato traccia visibile, ma di cui dei grandi
detentori di saggezza (i sacerdoti egizi) si ricordano e ne trasmettono la memoria ad un "eletto"
(Solone) , sul piano degli eventi, l'analogo dell'iperuranio mondo delle idee per quel che attiene alla
realt: la sede (l'oltre cielo) in cui stanno (ma parlando di idee l'espressione appare troppo
materialistica) i modelli dell'essere. Una sorta di anti-materia (l'analogia con tale concezione della
moderna fisica non appare infondata): archetipo remoto, secondo la intuizione platonica, dell'empirico
mondo dei fenomeni, mondo che il senso comune scambia per realt o, per meglio dire, assume come
unica realt.
Si pu arrivare a pensare che il movente primo di questa grandiosa concezione, grazie alla quale
idealismo estremo e ricerca fisica avanzata si incontrano, gli sia venuto appunto dall'esperienza egizia;
e che Platone adotti l'inconfutabile (in quanto non verificabile in nessuna sua parte) invenzione
dell'Atlantide per evocare il suo debito verso quella saggezza antichissima. Non verificabile, non solo
perch riferita a qualcosa di totalmente scomparso, ma anche perch chi raccont quel mito era, a sua
volta, vissuto ben prima del racconto platonico: al tempo di Solone e dell'avo di Crizia.  straordinario
come Platone riporti questa grandiosa visione nell'ambito della sua famiglia. L'avo di Crizia, amico di
Solone (cui gli Egizi avevano fatto quella rivelazione), era infatti un suo congiunto, come del resto lo
stesso Solone era, in linea ascendente, ad un certo punto dell'albero genealogico della famiglia di
Platone.  peculiare della piccolissima Atene ricondurre realt molto grandi, e perfino ipotesi
cosmogoniche, al proprio microcosmo, o addirittura ad una frazione di esso, ad una singola famiglia.
Ebbero gli Ateniesi la straordinaria capacit, a partire da un minuscolo angolo di mondo, di pensare
l'universo. Ma  anche un segno della forte coscienza di s, del proprio rilievo e del proprio ruolo, che
serbarono le grandi famiglie pur entro la cornice della democrazia ateniese. Il veicolo di questa loro
straordinaria avventura mentale fu il pensiero matematico.
A Cirene, in Libia, Platone aveva imparato da Teodoro, il grande matematico di scuola
pitagorica, la nozione, passibile di sviluppi, di numero irrazionale: cio un numero reale che per non
pu essere rappresentato neanche come numero periodico. In questo apparente nonsenso (o ultra-senso)
c'era gi la matrice delle idee, che nella concezione platonica sono la vera realt, ma non raffigurabile
n sensorialmente percepibile. Teodoro aveva dimostrato che numeri irrazionali sono: ?3, ?5, ?6 fino a
?17. I moderni si sono domandati perch non avesse incluso anche ?2. La spiegazione pi ovvia
sembra essere che la scoperta della natura "irrazionale" di ?2 era stata gi fatta, se non dallo stesso
Pitagora, dalla cerchia dei suoi immediati successori. Uno di loro, Ippaso, era morto in mare, in un
naufragio. E la leggenda che circondava la sua persona e la sua cerchia narrava di quel naufragio come
di una punizione: perch Ippaso aveva rivelato il segreto della setta, cio appunto la scoperta del
numero irrazionale. Teodoro era venuto molto dopo Ippaso, e aveva insegnato a Teeteto, il protagonista
del dialogo platonico che porta il suo nome, il geniale matematico cui tantissimo debbono gli Elementi
di Euclide. In quel dialogo Teeteto discute con Socrate (ed  contro questo "falso" Socrate interessato
alla matematica che  come sappiamo  Senofonte protesta nei Memorabili), e, ad un certo punto, fa
intendere chiaramente di aver insegnato in Atene. In questo modo Platone lasciava intendere di aver
ascoltato Teeteto in Atene:12 non voleva parlare del suo soggiorno a Cirene. Teeteto rievoca
l'insegnamento ateniese di Teodoro, quando  dice  disputava con l'omonimo di Socrate, Socrate il
giovane.
Teodoro ci disegnava le costruzioni di qualcuna delle potenze, mostrandoci come quelle di tre
piedi, di cinque piedi non possono per lunghezza commisurarsi a quella di un piede. E in tal modo le
metteva in luce ad una ad una fino a quella di diciassette piedi. Giunto a questo punto, non so perch si
fermava.13 Teodoro illustrava il fenomeno, ma non spiegava il perch. Allora a noi venne in mente
[...] di raggrupparle in una figura unica, con cui avremmo chiamato tutte queste potenze. [...]
Dividemmo in due ci che  numero. Quello che pu risolversi in un prodotto di una cifra con s
medesima lo rappresentammo con un quadrato e lo si chiam equilatero. [...] Ma tutto quello che [...]
non pu risolversi in un prodotto di un numero con se stesso, ma si risolve in un prodotto di un pi
grande con un pi piccolo o viceversa, questo noi lo rappresentammo con un rettangolo, e lo
chiamammo numero rettangolare [...] Le linee il cui quadrato costituisce un numero i cui fattori sono
diseguali le chiamammo potenze, in quanto per la lunghezza non sono commensurabili a quelle prime
ma lo sono se si ha riguardo alle superfici che formano.14 Qui  chiaro che Teeteto descrive come
loro, ascoltatori di Teodoro, s'erano mossi a tentoni per intendere il fenomeno di cui Teodoro non
spiegava il perch. Ed avevano scelto l'unica strada possibile per le conoscenze numeriche dei Greci:
quella della dimostrazione geometrica. Molto dopo, alla fine del dialogo, Platone fa dire a Socrate,
rivolto a Teeteto, che non  giusta la veduta di chi non considera scienza ci di cui non  possibile dar
ragione, e che qualcuno sostiene che gli elementi primi, di cui siamo composti noi e gli altri esseri,
sono irrazionali.15 E ricorre poco dopo al paragone, che poi avr fortuna, con le lettere alfabetiche:
nelle sillabe  insita una ragione, mentre le lettere, gli elementi sono non razionali.16 Le lettere, la
cui invenzione  ascritta, poche battute prima, all'egizio Theut, sono i modelli, una nozione che rinvia
alle idee: e sono irrazionali nello stesso senso in cui lo sono i numeri.
 difficile dire se Schleiermacher, nel suo importante commento a Platone, abbia visto giusto
quando ha proposto di considerare la figura di Teeteto un "velame" dietro cui, come in altri casi, si cela
lo stesso Platone, sicch a Platone medesimo andrebbe restituita la scoperta dei numeri irrazionali.
Quello che si pu dire  che quel dialogo  probabilmente dell'ultimo Platone. Lo si arguisce da quel
cenno ironico a coloro che credono che tra Eracle (o tra suo padre Anfitrione) e Agesilao intercorrano
venticinque generazioni. Questo pu essere un riferimento ironico all'Agesilao di Senofonte, o ad altri
encomi di Agesilao, scritti anch'essi post mortem come quello senofonteo: ed allora la datazione del
Teeteto, per lo meno nella forma definitiva in cui noi lo leggiamo, sarebbe successiva, appunto, alla
morte di Agesilao, avvenuta nel 358 a.C. Se cos stanno le cose, questa sarebbe una conferma
dell'orientamento spiccatamente matematico dell'ultimo Platone, se non addirittura di un tentativo di
dare veste matematica alla dottrina delle idee.
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4.
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Quanto abbia influito su di lui la conoscenza diretta dei pitagorici non sappiamo bene. Nella
Settima lettera Platone accenna, ad un certo punto, al suo viaggio in Italia e in Sicilia,17 ma poi parla
essenzialmente della vicenda siciliana. Quello in Italia e in Sicilia fu il pi importante dei viaggi che
segnarono la sua vita. Sul piano politico ( di questo che essenzialmente parla la Settima lettera)
Siracusa fu per lui ci che Sparta era, circa negli stessi anni, per Senofonte. Platone motiva
esclusivamente in termini politici quella esperienza. E la fa discendere direttamente dai fallimenti degli
anni precedenti: la meteorica e fallimentare dittatura dei Trenta prima, la restaurazione democratica
poi, caratterizzata, per lui, dal processo contro Socrate. Alla fine mi resi conto che tutte le citt di
allora erano mal governate, [...] e fui necessariamente indotto a fare l'elogio della vera filosofia, e a
dire che solo essa consente di vedere ci che  giusto nelle cose pubbliche e in quelle private. Dunque
le generazioni umane non si sarebbero mai potute liberare dalle sciagure, finch al potere non fossero
giunti i veri e autentici filosofi oppure i governanti delle citt non fossero divenuti, per una grazia
divina, essi stessi veri filosofi. Questi pensieri avevo in mente quando venni in Italia e in Sicilia per la
prima volta. Appena giunto mi disgust la vita che qui era chiamata felice etc..18
Questo resoconto procede per scansioni sommarie. Tra la morte di Socrate (399) ed il primo
viaggio in Sicilia (388) passano in verit pi di dieci anni. E di mezzo ci sono altre esperienze, sulle
quali Platone non si sofferma. Platone qui presenta il nucleo del suo pensiero politico (i filosofi
reggitori) come gi formato prima del viaggio in Occidente. La suggestione che ne deriva  forse
depistante. Si  portati infatti a pensare che, maturata quella convinzione, Platone venisse in Italia a
cercare un banco di prova delle sue idee. Appena giunto [in Italia?] mi disgust la vita che quivi era
chiamata felice, piena com'era di banchetti italioti e siracusani, e quel riempirsi lo stomaco due volte al
giorno e non dormir mai solo la notte. Lo spettacolo dell'esistenza gaudente che in quelle contrade si
conduceva lo port ad un ulteriore passo avanti nella sua riflessione sulla politica: Non vi  citt, per
quanto buone siano le sue leggi, che possa vivere in uno stato di tranquillit, se i cittadini pensano che
sia giusto consumare i loro averi in piaceri smodati. Tali citt non finiscono mai di assistere al
susseguirsi di tirannidi, oligarchie e democrazie. Dunque la bont delle leggi ha importanza relativa:
un'ottima legislazione  impotente se gli uomini sono alla deriva sul piano etico. Con in mente questi
pensieri, che si aggiungevano alle riflessioni precedenti, passai a Siracusa.19 Qui l'unico incontro
positivo fu col giovanissimo Dione, subito conquistato all'insegnamento platonico: gli espressi quelli
che secondo me sono gli ideali cui tutti gli uomini devono tendere, e lo esortavo a dare ad essi pratica
attuazione: ignoravo di preparare cos, senza averne sentore, l'abbattimento della tirannide.20 Dione
lo ascolt con vera passione, e si propose di vivere il resto della sua vita in modo diverso dalla gran
parte dei Sicelioti e degli Italioti, amando la virt.21
Ma quel primo viaggio fin molto male. Il vecchio tiranno era insofferente di quel che Platone
andava predicando. Quando l'ospite ateniese, conversando intorno alla tirannide, afferm che il diritto
del pi forte vale solo se presuppone anche una maggiore virt, il vecchio Dionigi irritato sbott: Le
tue parole sanno di rimbambimento senile!. E Platone: Ma le tue sanno di tirannide!.22 Questo
incidente non ce lo racconta Platone, la cui lettera settima, tesa e drammatica, va all'essenziale e
trascura l'aneddotica personale, quand'anche significativa. Lo racconta Diogene con molti altri dettagli,
che ricava dalle fonti storiche che raccontavano di Platone in Sicilia, quelle fonti che anche Plutarco
aveva messo a frutto nel racconto della vita di Dione. Fonti che a tal punto idealizzavano Dione come
nemico dei tiranni, da indurre il grande biografo di Cheronea a comparare Dione con Marco Giunio
Bruto, l'uccisore di Giulio Cesare.
Il primo impulso di Dionigi era stato di mettere a morte Platone. Intervennero Dione e
Aristomene e la vita dell'ospite fu risparmiata. Ma, nelle intenzioni del vecchio despota, quella doveva
essere una concessione apparente. Impose infatti che il filosofo venisse imbarcato nella nave di Pollide,
ambasciatore spartano, presente in quel torno di tempo in citt, e segretamente a Pollide fu affidata
l'incombenza di vendere quel disturbatore ateniese come schiavo. Pollide, ottuso esecutore, fece rotta
verso l'isola di Egina, e l vendette Platone al mercato degli schiavi, che ad Egina era fiorentissimo.23
(Basti ricordare la cifra enorme che Ateneo di Naucrati leggeva nelle sue fonti a proposito degli schiavi
di Egina: cifra fraintesa gi dagli antichi, e che invece ha senso solo se riferita ad un mercato, non alla
popolazione schiavile stabilmente residente nell'isola). Allora Platone fece l'esperienza estrema per un
greco: l'esperienza della schiavit. Tanto pi drammatica per un nobile di antichissima schiatta quale
egli era. Davvero egli pot ritenere, non a torto, di avere nella sua vita fatto esperienza della condizione
umana in ogni suo aspetto: e quando parla del governo degli uomini, che  tema su cui si 
grandemente impegnato, ne parla come uomo che ha visto e ha sofferto, non come un pensatore
libresco che tratteggia a tavolino la citt ideale.
Come sia avvenuta la sua liberazione, o il suo riscatto, fu oggetto di molte ricostruzioni tra le
quali  difficile scegliere. Sentiamo, attraverso le fonti che ce ne parlano, che il tema "Platone restituito
alla libert" dovette appassionare storici ed eruditi. Favorino di Arles, che visse al tempo
dell'imperatore Adriano, ed aveva una erudizione immensa, conosceva una versione dei fatti
sicuramente idealizzata ma che aveva un puntello storico nella circostanza della guerra in atto
effettivamente tra Atene ed Egina in quell'anno (387 a.C.) in cui Pollide ebbe l'idea, cinica, di andare a
vendere Platone come schiavo proprio ad Egina. Era in realt un modo di condannarlo pi che alla
schiavit alla morte. A seguito del conflitto in atto, infatti, era in vigore ad Egina una legge che
prevedeva l'immediata messa a morte di qualunque ateniese approdasse nell'isola. L'imprevisto per
sarebbe stato che, di fronte all'assemblea che avrebbe dovuto decidere di attuare contro il nuovo
arrivato il feroce provvedimento, un tale disse: Ma  un filosofo!. Lo avrebbe detto per celia, ma la
battuta bast ugualmente a far prosciogliere il prigioniero. Viene alla mente che anche Senofonte, in
una situazione molto difficile, si era sentito dire dal sarcastico Falino sembri un filosofo!. Perch poi
ad Egina venissero tenuti in tanta considerazione i filosofi non  dato sapere. Un'altra versione dei fatti,
pi credibile, parla di un riscatto che qualcuno pag e altri, a gara, vollero rimborsare al benemerito
liberatore (tra gli altri proprio Dione). N manca la tradizione che mette in rapporto la liberazione dalla
schiavit con la fondazione dell'Accademia. Dione volle rimborsare Anniceri di Cirene del denaro
versato per riscattare Platone, ma quello non volle intascarlo, e con quei soldi compr, per Platone, il
terreno su cui sorse l'Accademia.24 In verit non  detto che un cittadino di Cirene potesse acquistare
cos facilmente del suolo attico, n possiamo agevolmente immaginare come esattamente sia andata,
sul piano delle forme, la compravendita. Ma qui conta il dato cronologico. La fondazione
dell'Accademia  successiva al primo viaggio in Sicilia nonch all'imprevista avventura a lieto fine.
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La fondazione dell'Accademia  un evento memorabile non soltanto nella storia del pensiero
umano, giacch cre la struttura durevole che si incaric di salvaguardare e tramandare l'opera di
Platone nei secoli (la scuola platonica tent di chiuderla Giustiniano circa novecento anni pi tardi), ma
anche nella storia di Atene. Da quel momento i filosofi si separarono definitivamente dalla citt. Quasi
mai i rapporti erano stati cordiali: Anassagora si era salvato fuggendo, Socrate era stato ammazzato.
Platone cre una comunit separata e autosufficiente, incentrata intorno al culto delle Muse, una specie
di tiaso, o anche  come  stato detto  una specie di college. Era una comunit che mostrava di non
aver bisogno della citt, e che tuttavia osava anche occuparsi della citt, quando ad esempio affrontava
al proprio interno l'eterno e insolubile problema della migliore forma di governo. Talvolta persino
insieme con ascoltatori provenienti da altre parti della Grecia (come ad esempio Aristotele, o come
quell'Eufreo di Olinto che tanto viene elogiato da Demostene).  proprio questo dato, oltre a quello
della separatezza, che rinfocolava il ricordo delle "eterie" oligarchiche, non faceva che insospettire e
irritare i "buoni" ateniesi. Cosa tramava quella gente al chiuso? Si sa quanto la citt fosse
"interventista", come amasse interferire nella vita di ogni singolo: Atene non meno di Sparta.
Figuriamoci come poteva gradire questa consorteria di filosofi che, alla maniera degli oligarchi di un
tempo, si consideravano estranei alla citt e legati invece alle proprie regole interne, oltre che alla
fedelt ad un maestro, il quale non era certo un campione dell'ortodossia e del perbenismo democratici.
Analogo sospetto avvolger, alcuni anni pi tardi, la scuola di Aristotele: fondata sullo stesso modello
dell'Accademia, con alcune aggravanti molto pericolose, che porteranno anche ad iniziative legislative
apertamente repressive.
Ci nonostante, il prestigio di questa scuola era grande, in tutto il mondo greco. Platone era un
maestro ascoltato e autorevole. Erano trascorsi circa vent'anni dalla fondazione della scuola, quando
giunse una lettera che sconvolse gli equilibri. Era Dione che scriveva a Platone, ora che il vecchio
tiranno di Siracusa era morto, e Dione si era persuaso di aver portato il nuovo signore della citt, il
giovane Dionigi, ad una attiva e promettente curiosit nei confronti di Platone. Quale altra occasione
dovremo aspettare che sia migliore di quella che ora, per aiuto divino, ci si presenta? Dionigi  giovane
e desidera una educazione filosofica; anche i suoi nipoti, i suoi familiari possono essere attratti verso la
tua dottrina, e sono i pi adatti a guadagnare Dionigi alla medesima causa.  questo il momento in cui
pu attuarsi la nostra speranza che filosofi e reggitori di grandi citt finalmente coincidano.25 Platone
rievoca il turbamento che quella lettera provoc in lui: dato che si trattava di giovani, il mio animo era
pieno di inquietudine, perch i desideri dei giovani presto si accendono e spesso si rivolgono in opposta
direzione; per lo confortava la fiducia in Dione per natura grave e gi maturo.26 Alla fine 
scrive  la bilancia trabocc in favore della considerazione che, se mai si voleva tentare di dare
attuazione alle mie idee sulle leggi e sullo Stato, era quello il momento di agire. Se fossi riuscito a
persuadere un solo uomo [illusione speculare a quella del tirannicida], avrei assicurato il compimento
di tutto il bene possibile. Con questo pensiero e con questa ardita speranza salpai, non per la ragione
che alcuni credevano [ma non dice quale fosse], ma perch mi vergognavo molto di apparire di fronte a
me stesso un uomo capace solo di parole. Anzi per l'esattezza dice: di non apparire solo parola di
fronte a me stesso.27
Queste sono forse le parole pi importanti che Platone abbia scritto: per non apparire soltanto
parola. E la forza dell'espressione  accresciuta dall'uso del semplice parola per dire uomo che si
limita alle parole.  quello il tarlo che lo insidia: poco dopo immagina le parole che Dione gli avrebbe
potuto rivolgere ove lui si fosse tirato indietro: la filosofia, che tu sempre esalti mentre dici che dagli
altri uomini e disprezzata, non  stata forse da te tradita nel momento che tradivi anche me?.28 Tra i
filosofi che si sporcano le mani, come Seneca o Marx, e quelli che, come Aristotele o Hegel,
serenamente osservano il mondo e ne forniscono, al pi, una morfologia, Platone ha un posto di grande
rilievo tra i primi. Non era di quelli che scelgono retroattivamente la parte "giusta", quando ormai torti
e ragioni sono stati distribuiti dalla storia o dai posteri. Si rimise in mare pi che sessantenne e rimise in
discussione tutto: certezze di vita, prestigio, serenit. Lasciai le mie occupazioni che non erano certo
sconvenienti, scrive, nel rievocare quella decisione.29 Dava un cos grande peso alla politica? Sembra
singolare una tale scelta (comprovata del resto dalla preponderanza schiacciante del problema politico
all'interno dei suoi scritti) da parte di un filosofo cos profondamente convinto che la realt vera,
autentica, sia altrove, in quel cosmico "altrove" che  l'iperuranio. Ma appunto  lui stesso che ha
scritto lucidamente che, quale che sia il loro posto e il loro rango, le cose umane non sono degne per
s di grande preoccupazione, d'altra parte  necessario interessarsi anche di queste; e questa non  cosa
fortunata.30 Tra "altrove" e "qui", tra idea del sommo bene e concreto operare politico per il bene
degli umani, non vi  dunque abisso n separazione ma coincidenza. Perci la politica  altissima
disciplina che focalizza in s e sintetizza tutti i presupposti, etici e metafisici. , per lui, impegno totale,
di vita. E Siracusa poteva essere, nella nuova situazione descrittagli da Dione, appunto l'insperato
banco di prova. Grandezza di pensiero ed ingenuit, o meglio freschezza giovanile, si coniugano in lui,
persuaso che la prova decisiva alla quale ad un certo punto si  chiamati non , come pensano molti,
lontana e di l da venire o relegata in un passato (ormai mitizzato) di cui non potemmo essere
protagonisti, ma  qui, a portata di mano, in un immediato presente dal quale  vile tirarsi indietro.
Appunto come lo ammoniva l'amato Dione.
Tutto il successivo sviluppo della vicenda ci  noto dalla Settima lettera, apologetica e
retrospettiva: quando Platone la scrive, quella esperienza era ormai pervenuta alla sua fallimentare
conclusione. Ecco come precipit la crisi. Quando Platone  giunto a Siracusa, ha trovato che la
posizione di Dione si era molto logorata e lui, a corte, era isolato e costantemente calunniato come
cospiratore presso il nuovo signore della citt. In capo a tre mesi Dionigi mise sotto accusa Dione, lo
fece caricare su di una nave, e lo esili infamandolo al cospetto della citt. Platone  rimasto a corte,
insieme con quelli che chiama gli amici di Dione, esposto anche lui alle accuse di chi additava in lui
il suggeritore occulto del sovversivo Dione.  rimasto, mentre circolavano voci di una sua condanna a
morte gi eseguita, nell'illusione  dice  di catturare ugualmente l'animo del giovane tiranno. Per
parte sua Dionigi  rievoca Platone  ci trattava con benevolenza e in particolare cercava di consolare
me, e mi esortava a stare di buon animo, e mi pregava in ogni modo di restare: perch la mia fuga da lui
non gli avrebbe fatto onore, ma la mia dimora s.31 Faceva mostra di pregarmi  commenta , ma le
preghiere dei tiranni si intrecciano con la costrizione. Anche Senofonte, che nello lerone aveva
riflettuto sulla "infelicit" del tiranno, aveva scelto di porsi dal punto di vista del potere in quella sua
importante riflessione sulla tirannide. Qui Platone va alla radice del bisogno di consenso intellettuale,
che  un bisogno primario del potere, soprattutto del potere totalitario. E coglie quell'impasto di
preghiera e costrizione che vi  nella parola del potere nei confronti dell' lite di cui non pu fare a
meno. Avrebbe certamente capito la telefonata di Stalin a Bulgakov, e soprattutto la risposta di
Bulgakov.
 questo il momento pi tormentoso dell'esperienza siciliana. Ripensandola Platone non riesce
a chiarire compiutamente a se stesso i propri sentimenti verso Dionigi. Mi amava s, sempre di pi,
con il passare del tempo, scrive ad un certo punto, ma mette a fuoco che Dionigi pretendeva di
catturare tutto per s il suo animo: Voleva che io considerassi lui molto pi amico di Dione.32 Dalle
sue parole cogliamo il suo imbarazzo alle prese col potere in carne ed ossa. Vediamo Platone indotto a
scendere a patti col tiranno, che pretende di usarlo e sospetta per che sia l'altro a volerlo usare.  qui il
vero fallimento di Platone: nell'essere caduto nella spirale del potere, fallendo l'obiettivo di pilotarlo;
nell'aver finito, in sostanza, e nonostante l'amore per Dione, col mettersi dalla parte di Dionigi. Quasi
prigioniero, gli  stato concesso, infine, di ripartire per Atene. Ma si  impegnato a tornare, ed  tornato
(361-360 a.C.) seguito dagli scolari pi adulti e a lui vicini, Speusippo, Senocrate, Eudosso: terzo,
disastroso, viaggio conclusosi con la fuga.
Nel 360, ad Olimpia, sulla via del definitivo ritorno, Platone ha incontrato l'esule Dione ormai
proteso ad una azione militare contro Dionigi. Ma si  rifiutato di seguirlo. Tu ed altri  gli disse  mi
avete forzato ad essere partecipe della mensa, del focolare, dei sacrifici di Dionigi. E lui, forse per le
calunnie di molti, era davvero convinto che io cospirassi contro di lui, insieme con te, e contro il suo
governo dispotico. E tuttavia non mi mise a morte, ma mi rispett. N io ho pi l'et per combattere al
fianco di qualcuno. Sar con voi, se sentirete il bisogno di diventare amici gli uni degli altri e vorrete
fare qualcosa di buono. Ma, finch desiderate il male, chiamate altri in vostro aiuto.33 Sono parole
gravi, e dure da ascoltare per Dione. Parlandogli direttamente, ed in una situazione altamente
drammatica, Platone gli ha detto due verit: tu mi hai portato ospite di Dionigi, e Dionigi pur
sospettandomi di quella che ai suoi occhi era la colpa pi grave (la cospirazione politica) non mi mise
a morte, ma mi rispett. In queste parole si insinua anche il veleno dell'intrinsichezza col tiranno:
non mi ha messo a morte come merito, di cui al tiranno va dato atto. Parole che a Dione, impegnato
nella lotta armata, debbono essere parse incomprensibili, o forse intollerabili. Ma era proprio l, in quel
dissenso, il nodo della questione. Proprio in quel drammatico colloquio, Platone ha avuto la percezione
della lontananza abissale che lo separava non gi (il che era scontato) da Dionigi, ma da Dione. Cosa
aveva mai capito Dione del suo insegnamento se pensava di procedere a forzare l'animo umano con le
armi? Non aveva capito nulla del nucleo centrale del pensiero del maestro, dell'idea di conquistare la
mente dei reggitori. La scorciatoia "militare" era ai suoi occhi solo un colossale fraintendimento. Perci
ad un certo punto della Settima lettera Platone fa una pausa sapiente, e ricorre al paragone del medico,
il quale  veramente tale se sa rinunciare a dar consigli al malato riottoso e refrattario, ed  incapace
invece se continuer a farlo. La stessa cosa  soggiunge  vale per una citt, sia che essa abbia uno o
pi capi [precisazione preziosa, che mostra come fosse, giustamente, trascurabile ai suoi occhi l'aspetto
monarchico o poliarchico del potere].34 Perci in un altro punto della lettera spiega che molti credono
di aver capito il suo pensiero (ci che  oggetto del mio studio), ma si illudono e diffondono
falsit.35 Quella sua dottrina non  assolutamente, come le altre, comunicabile, ma dopo molte
discussioni su questi problemi e dopo una lunga convivenza, improvvisamente, come luce che si
accende da una scintilla, essa nasce nell'anima e nutre se stessa. Lo dice in polemica, distaccata, verso
i goffi tentativi di Dionigi (di cui gli era giunta voce) di presentare, in una sua opera, l'insegnamento
che riteneva di aver tratto da Platone. Ma la diagnosi vale altrettanto per Dione, che non aveva nulla
inteso se gli chiedeva di tornare a Siracusa con le armi.
Deluso dai propri fallimenti, Platone ha abbandonato Dione. Il quale tre anni pi tardi, alla testa
di un esercito di mercenari (tra i quali molti Ateniesi), ha scacciato Dionigi dal trono. Ma nel 354 una
congiura, sorta tra i mercenari e guidata dall'ateniese Callippo, ha stroncato la vita di Dione, e posto i
suoi amici nella condizione di rivolgersi ancora una volta a Platone, chiamato ad un arduo redde
rationem, cui non si  sottratto.  in questa situazione che nasce la Settima lettera. Il suo messaggio,
utopistico se messo a raffronto con le aspre lotte di potere in atto a Siracusa,  racchiuso nell'invito ad
abbandonare la forma politica della tirannide: Voglio dare a voi, per la terza volta, lo stesso consiglio
che gi due volte diedi. N la Sicilia n alcuna altra citt deve essere soggetta a despoti, ma alle leggi.
Perch la tirannide non  buona n per chi domina n per chi  dominato, n per loro n per i figli, n
per i loro discendenti. Essa  esperienza totalmente deleteria. Solo anime piccole e servili amano
strappare tali guadagni.36 All'inizio della sua esperienza siciliana quando ha pensato di conquistare
l'animo di un solo uomo (il tiranno appunto) per dare corpo al bene di tutti, la forma della tirannide
come tale dovette apparirgli una circostanza trascurabile. Anni di concreta esperienza della tirannide
hanno demolito questa illusione. E nella Settima lettera ci tiene a ricordare di aver tentato di presentare
il carattere unicamente negativo della tirannide a tutti i suoi interlocutori. La prima volta cercai di
convincere di questo Dione, la seconda Dionigi, la terza voi, ora. E voi datemi ascolto in nome di Zeus
terzo salvatore.37
Rispetto a questa crisi, l'Ottava lettera  ben pi che uno sviluppo empirico suggerito
dall'evolversi degli avvenimenti. Ormai Ipparino, alla testa dei "dioni", ha vinto; ma lo scontro con
Dionigi  inevitabile. E Platone, che non rinuncia a cimentarsi nel concreto agire politico, propone una
soluzione che, nella situazione siracusana, rasenta l'assurdo: una monarchia costituzionale e collegiale
di tre re, Ipparino medesimo, Dionigi e il figlio di Dione. Il ripiegamento verso soluzioni tradizionali 
qui evidente: il richiamo, esplicito,  alla monarchia spartana e agli antichi ordinamenti di Licurgo (due
re che regnano contemporaneamente ed i loro poteri sono limitati da un senato e dagli efori). Un
approdo non poi cos lontano da quello di Senofonte nella Costituzione degli Spartani. Una scelta
"tradizionale", ma per Platone densa di implicazioni, non tutte rese esplicite nella Settima lettera ma
sottese alla grande costruzione delle Leggi.
Ma va detta ancora una parola prima di separarci da quella lettera. Non sar forse mai possibile
provarne in modo certo l'autenticit (che comunque  sommamente probabile). Ammettiamo per
anche che essa non sia stata scritta da Platone. Nondimeno essa  talmente vicina a lui ed appare cos
indubitabilmente composta dall'interno della sua esperienza ateniese e siciliana da potersi comunque
considerare come la sua biografia scritta in forma autobiografica da chi gli fu vicinissimo e seppe
entrare in profondit nei suoi convincimenti pi radicati, compartecipando alle sue scelte pi
tormentose. Ma a quel punto la differenza tra autentico e inautentico viene meno: quella lettera
conserva saldamente il suo ruolo di fonte autentica, primaria e insostituibile della biografia di Platone.
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6.
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La lettera ottava  davvero un preannuncio delle Leggi, ma  ancora troppo legata al mito
spartano, in particolare al motivo che aveva affascinato generazioni di pensatori: quello della
lunghissima durata, mai sconvolta da crisi, degli ordinamenti di Sparta. Un motivo che ritorna pi o
meno in tutti i pensatori politici ateniesi: da Tucidide, a Isocrate, a Senofonte (il pi prudente tra tutti
perch di Sparta aveva fatto diretta esperienza), alla lettera ottava di Platone, dove l'accento  posto,
pi che sull'equilibrio dei poteri, sulla sovranit della legge: E cos, poich [a Sparta grazie a Licurgo]
la legge  divenuta la sovrana assoluta degli uomini e gli uomini non sono pi i tiranni delle leggi, il
potere regio si  l potuto mantenere per tante generazioni senza perdere il suo prestigio.38
Potere assoluto, dunque delle leggi sugli uomini, ivi compresi i governanti. Questo  il punto
d'arrivo dell'ultimo Platone, del Platone delle Leggi, monumentale costruzione della vecchiaia.
Diversamente dalla Repubblica  che tratteggiava una societ comunistica limitata alle caste
dirigenti dello Stato ideale, ma rimuoveva per cos dire i bnausoi (i "proletari") e concedeva loro, in
ragione appunto della loro inferiorit, soddisfazioni egoistiche e fuorvianti come la propriet e la
famiglia , le Leggi prevedono una rigorosa normativa anche per la terza classe, quella appunto dei
lavoratori. Sottomessi bens, ma continuamente guidati, sorvegliati e, se colpevoli, puniti. Platone si 
ormai persuaso che  rischioso lasciare svolgersi liberamente una dinamica incontrollata, sia pure
settoriale, e limitata ai ceti inferiori. Si  persuaso che l'imposizione della "virt" deve raggiungere tutti
i corpi e i soggetti dello Stato ideale: Bisogna estirpare  osserva prendendo spunto dalla disciplina
militare ma parlando in generale  dall'intera vita di ciascun individuo lo spirito di indipendenza (che
lui chiama anarchia).39 E in Platone che si esprime nel modo pi netto l'antitesi tra comunismo e
anarchia. E la legislazione viene perci da lui prefigurata, per la citt ben governata, come
sommamente pervasiva e necessariamente repressiva.
In questa inquietante, forse, ma non facilmente eludibile esigenza si racchiude, come in una
formula di sintesi, il nucleo centrale della riflessione e dell'azione politica di Platone. Il dilemma tra
"anarchia" e "virt", tra caotico spirito di indipendenza e coazione mirante a diffondere la pratica del
"bene"  la volta che lo si sia riconosciuto come tale ,  il dilemma che si ripropone lungo l'intero
corso della sua riflessione e viene risolvendosi, in modo sempre pi coerente, nel senso della necessit
del bene, della necessit della "virt".
Platone  un aristocratico discendente dalla pi antica e illustre nobilt attica, che ha sentito sin
dal principio potente l'attrazione della politica, che ha avuto la ventura di vivere una serie di esperienze
straordinarie e traumatiche: i Trenta  il cui capo era un suo stretto congiunto , la restaurazione
democratica, la dispersione dei socratici, la grandezza e la miseria della tirannide siciliana, l'irretimento
nelle beghe della corte siracusana, la delusione, il definitivo ritiro nella scuola. Ha idoleggiato una
societ comunistica e profondamente "interventista" nella vita di ogni singolo come unica via per la
realizzazione non individualistica  ch sarebbe impossibile  ma collettiva del "sommo bene". Ma una
tale societ non ha saputo concepirla che come rigidamente  sempre pi rigidamente  castale e
autoritaria; attratto, come gi Crizia, da un modello che  pur sempre presente alla sua coscienza:
quello della Sparta egualitaria, povera, virtuosa, delle leggi di Licurgo.
Assumendo i "tiranni" di Siracusa come interlocutori del suo esperimento di
"monarchi-filosofi", Platone ha inizialmente adottato un punto di vista che potremmo definire
"hobbesiano": quello della indistinguibilit tra monarca e tiranno (se non in ragione delle azioni
compiute) e il rifiuto, per converso, della usuale loro distinzione basata sul giudizio soggettivo di
sostenitori e avversari. Questo atteggiamento dovette essere comune anche ad altri socratici, e discende,
forse, dall'atteggiamento radicalmente critico dello stesso Socrate  il quale non a caso rest in Atene
durante il governo dei Trenta  nei confronti di tutte le forme politiche tradizionali. Ma Platone and
oltre. Col suo esperimento siracusano, egli si  aperto, nella prassi, ad una empirica intesa con i tiranni.
 stata una scelta di realismo politico che di solito resta in ombra, quando si parla di Platone, collocato,
di norma, agli antipodi del realismo o addirittura della "Realpolitik".
Non sar forse mai del tutto esaustivo lo sforzo volto a scandagliare le molte facce di questo
genere di scelte: il misto di fascinazione del potere (e della persona che eventualmente lo incarni); di
illusione o ragionevole convinzione di riuscire ad incidere in dinamiche e meccanismi che, lasciati a se
stessi, sarebbero, forse, di gran lunga peggiori; di certezza che una testimonianza resa fino alle estreme
conseguenze pu rendere frutti a distanza di tempo; di fatalismo per non saper pi "uscirne"; di
effettiva commistione di comportamenti tra il politico e il filosofo, che si produce comunque, anche nel
loro configgere. E siamo certi che questa casistica  del tutto incompleta: non rende appieno la
ricchezza di possibilit che il difficile intreccio comporta o suscita.
Il moderno fautore del Principe, che teorizz  nel libello cos intitolato  la necessit di
affidarne l'educazione ad un ideal-tipico Chirone perch mezzo uomo e mezzo bestia, fu al tempo
stesso uomo d'azione che, dalla diretta esperienza della politica, usc schiacciato. E tuttavia egli 
riuscito a ripensare quell'esperienza con un distacco tale da finire coll'apparire ai lettori  specie a
quelli non benevoli ma non per questo impertinenti  addirittura come il "cantore" dei metodi di
governo del Duca Valentino.
 probabilmente illusorio il proposito di conciliare o di ricomporre morale individuale e morale
politica. Ed  difficile sostenere che, in questo campo, le esperienze risolutive non siano state ancora
fatte, che il ritrovato risolutivo non sia stato ancora escogitato. Al contrario, la vastit e la ripetitivit
delle esperienze che abbiamo alle spalle, e che i superstiti racconti storiografici ci documentano,  tale
da indurre piuttosto a ritenere che quel ritrovato non esista. Al punto che la medesima persona, ove per
avventura trapassi da intellettuale a politico  raro ma non impossibile scambio di ruoli (l'imperatore
Claudio, il cardinale Bellarmino, Robespierre, Lenin)  cambia anche morale.
La politica  arte troppo grande e troppo rischiosa, gi per il fatto che grazie ad essa alcuni
divengono arbitri del destino di tutti gli altri, per non comportare, per chi vi si cimenta da protagonista,
prezzi altissimi. Come ben sapeva il Socrate platonico,  l'unica arte che non dispone di canoni
"insegnabili", e che tuttavia qualcuno, necessariamente, deve praticare. Anche il tiranno  dunque
vittima, e talora vittima sacrificale. A ben vedere,  talmente "ovvio" che la morale da lui praticata sia
diversa da quella individuale (e non per sua libera scelta malefica), che, a distanza di tempo, sorge
talora, tra i molti, pungente nostalgia di lui: consapevoli tutti,  da pensare, che egli fosse, per cos dire,
costretto ad una morale diversa. Donde il sorgere, ad esempio, dopo la morte di Nerone, di "falsi
Neroni" ritornanti nel tempo nella fantasia collettiva, pur dopo la fine fisica di quel determinato
principe che port quel nome e che mor esecrato. Fenomeno destinato a coesistere con l'altro,
complementare, e indissolubile dal primo, dell'alta stima, anche da parte dei critici pi acerbi, nei
confronti della "via alla libert" che Seneca, quando lo ritenne doveroso, seppe praticare: Una
qualsiasi vena del tuo corpo.40
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Capo 4. Aristotele uno e due.
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1.
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Guglielmo era venuto dal Brabante. Quando lui era nato, Costantinopoli non era pi la
capitale dell'impero greco: era la capitale di un regno latino dominato da feudatari francofoni. Dei
Greci si diceva che si fossero arroccati al di l del Bosforo nelle province d'Asia minore, dove se la
dovevano vedere continuamente con i Turchi Selgiuchidi, infinitamente pi forti di loro. Lui comunque
si era impiantato in Grecia, e li traduceva. Frate Tommaso d'Aquino lo pungolava. Aveva un vitale
bisogno di leggere, in un affidabile latino, i trattati di Aristotele.
Gi da tempo, da troppo tempo, a quei capisaldi del pensiero si nutrivano i Greci (come li si
chiamava allora, cio i Bizantini), detestati scismatici, e soprattutto gli Arabi, aiutati da studi di
traduttori di ogni provenienza.
E battevano  soprattutto questi ultimi  strade originali nella loro infaticabile ricerca e
ponevano pericolose premesse per una ereticale presa di possesso dell'impareggiabile maestro di
color che sanno. Perci frate Tommaso aveva fretta, e metteva fretta al suo servizievole amico. Lo
incalzava per avere da lui, oltre ai trattati, i grandi commenti, antichi e tardo-antichi all'opera di
Aristotele. Ottenne moltissimo, e in un tempo relativamente breve. Guglielmo tradusse Politica,
Metafisica, Poetica, Logica, Retorica ma anche Alessandro di Afrodisia, Ammonio, Temistio, Giovanni
Filopono, Simplicio: insomma tutto lo stuolo degli interpreti da invocare quando il testo del maestro si
fa arduo, ostico, e, per dirla francamente, oscuro. In breve, perch gi nel 1261, qualche anno prima
che l'impero "latino" di Costantinopoli si sfasciasse, Guglielmo fu nominato penitenziario della Curia
romana. E qualche anno dopo lo stesso Tommaso si impose un inspiegabile silenzio: non volle scrivere
pi nulla n spieg perch. Mor nel 1274 lasciando ai suoi ammiratori il compito di attribuirgli il
rango di Aristotele cristiano.
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Nell'anno 367 a.C. Aristotele, appena diciassettenne, approd ad Atene, nell'Accademia, alla
scuola di Platone. Vi affluivano da ogni dove i migliori ingegni. Lui era nato a Stagira in Macedonia, e
suo padre era stato il medico personale del re di Macedonia, Aminta, padre di Filippo, e poi dello stesso
Filippo. La Macedonia, almeno dal tempo di Archelao, il quale era morto trent'anni prima, era un paese
che guardava alla cultura ateniese con interesse, anzi con avidit. Certo era la famiglia regnante, con la
ristretta lite di corte, che aveva compiuto questa scelta alla Pietro il Grande, ma aveva calamitato
molte forze esterne per dare corpo a questa scelta filellena, che era anche una opzione strategica: la
Macedonia non guardava all'Illiria, ai Balcani, ma alla Grecia da cui voleva essere accettata e di cui
l'audace e intrepido Filippo ben presto avrebbe preteso la leadership. Aveva un bel protestare
Demostene contro la usurpata grecit dei Macedoni. Quella scelta era irreversibile. Mandare il
promettente figlio del medico di corte alla scuola di Platone era dunque, per la casa regnante macedone,
innanzi tutto un investimento: Aristotele, l'adolescente promettente, veniva messo a contatto col centro
di pensiero pi avanzato della grecit continentale. Scienza disinteressata per eccellenza l si praticava:
e appunto perci quella fu una scelta lungimirante. Aristotele veniva inviato a fare esperienza
intellettuale, la pi avanzata e nuova possibile, non alla gretta ricerca di un mestiere. Si nutriva a quella
educazione da re per portare a sua volta, o trapiantare, nel suo paese, e soprattutto nell'educazione del
giovanissimo principe ed erede, i frutti di quello straordinario apprendistato.
Ma proprio in quell'anno Platone nella scuola non c'era: era in Sicilia, impegnato nel suo
secondo viaggio. Tra il secondo e il terzo viaggio trascorsero pochi anni: anni tormentati, in cui
Platone, ormai vecchio, affrontava il pi duro cimento della sua vita.  questo Platone, avanti negli
anni e tormentato dal fallimento siciliano, che Aristotele ha conosciuto. Aristotele rest nella scuola di
Platone vent'anni. Quello che doveva essere un periodo formativo divenne un'adesione permanente,
una scelta di vita: tale era il fascino di Platone e del suo insegnamento vivente. Non  superfluo
insistere su questa scelta, su questo mutamento di progetti esistenziali determinato dall'incontro con
l'uomo che  come ebbe a scrivere  i malvagi non hanno neanche il diritto di elogiare. Non fu un
rapporto facile, perch erano intelligenti e caratterialmente diversi maestro e allievo. Una traccia di
questa tensione, che la tradizione delle contrapposte scuole accentu,  nella considerazione piuttosto
amara attribuita a Platone, che si legge al principio della vita diogeniana di Aristotele: che cio
Aristotele avrebbe fatto come i puledri, i quali prendono a calci la madre che li gener.1 Un
dettagliato e rattristante racconto di epoca tarda, ma di buona fonte, parla di una vera insofferenza
determinatasi, alla fine, in Platone verso Aristotele, persino per il suo modo di vestire e di tagliarsi i
capelli, e di una intraprendenza intellettuale dell'allievo tale da portare, ad un certo punto, alla rottura.2
Ma, al di l di queste insofferenze, Platone sapeva benissimo chi fosse e quanto valesse quel
giovane macedone. Raffrontandolo con il devotissimo, ma intellettualmente modesto, Senocrate (il
quale poi gli succedette alla testa dell'Accademia) soleva commentare, a quanto pare, Quale asino
[Senocrate] io allevo a lottare contro un tale cavallo [Aristotele]!.3
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A Baghdad Aristotele era di casa, e la sua casa era la Casa della saggezza. Il califfo
al-Mamun aveva avuto un sogno. Un vecchio si era venuto a sedere sul suo letto, con ampia fronte, gli
occhi di fuoco e la barba bianchissima, e in tono di rimprovero aveva incitato a riprendere la fiaccola
dell'ellenismo, smarrita dai Greci. Al-Mamun si dest, sconvolto da quella apparizione ammonitrice, e
fond la Casa della saggezza, dove i filosofi greci vennero letti e tradotti e commentati. Opera
necessaria quella che gli Arabi si accollarono, perch ai loro occhi i Greci  a parte il grande
imperatore Giuliano  erano divenuti intolleranti e bruciavano le opere dei filosofi. I califfi furono
allora i protagonisti di una nuova, grande, tappa della lunghissima storia dell'Ellenismo.
I califfi sapevano dove mandare a cercare le opere del maestro. Alla met del secolo settimo,
nel fatale anno 639/640 dell'era cristiana, essi avevano staccato dall'impero le due province pi
importanti e pi colte, la Siria (Palestina inclusa) e l'Egitto. Erano in quelle regioni le scuole pi
prestigiose di filosofia, di geometria, di retorica, di medicina, e perci anche le pi pregevoli raccolte
di libri. E soprattutto c'era Alessandria, che brillava ancora, nonostante quello che aveva subito per le
feroci repressioni dei vescovi cristiani oscurantisti; come quel Teofilo che aveva fatto distruggere, in
un tripudio selvaggio dei suoi fedeli, il tempio di Serapide, dov'era racchiusa la biblioteca del
Serapeo, antichissima fondazione tolemaica. Certo, con l'arrivo degli Arabi qualcosa s'era spezzato: il
patriarcato di Alessandria, sede di uno dei cinque papi della policefala cristianit, era rimasto
vacante. Ma i libri erano rimasti l presso i privati che leggevano il greco e presso le scuole.
Nel IX secolo, il secolo di al-Mamun e degli altri califfi filelleni, un flusso di libri greci si
moveva verso la nuova capitale Baghdad, ed una schiera di ben addestrati traduttori aveva gi svolto
un meritorio lavoro. Gi disponevano di traduzioni dal greco al siriaco, ed ora ritraducevano dal
siriaco all'arabo. Ma alcuni maestri di quell'arte, come il grande conoscitore di Galeno, Hunain ibn
Ishaq, il quale aveva trascorso anni e anni ad Alessandria ed ha raccontato in un libro affascinante la
sua esperienza fianco a fianco dei "nostri amici cristiani", tradussero direttamente dal greco. E le loro
traduzioni rispecchiano preziosi manoscritti di autori greci, tra gli altri di Aristotele, che non trovano
l'uguale nella tradizione che si  salvata in Occidente.
Di Aristotele essi vollero conoscere tutto. Non va trascurato il fatto che la tradizione biografica
araba sul maestro risulta, per noi, pi ricca di quella greca.4 Nel Kitab al-Fihrist, il grande Catalogo
di al-Nadim, le opere di Aristotele note agli Arabi alla fine ormai del X secolo sono classificate cos:
1) I trattati di logica, cio Categorie, Sull'interpretazione, Analitici primi e secondi, Topici,
Sofistici (cio le confutazioni dei sofisti), e, accanto a questi pilastri che costituiscono quella
straordinaria macchina ragionativa che  l'Organon, i trattati sulla Retorica e sulla Poetica. In coda a
questo gruppo al-Nadim ricorda alcuni commenti siriaci e arabi a questi trattati.
2) I trattati di argomento fisico. La Akroasis Physik (la "Lezione di fisica": torneremo sulla
forma di questo titolo), Sul cielo e sul cosmo, La generazione e la dissoluzione, i Trattati di
meteorologia, Sull'anima, Sulla sensazione e sui sensibili, i libri Sugli animali.
3) I trattati delle Lettere noti anche sotto il nome di Teologia. Si tratta in realt dei libri della
Metafisica e il riferimento alle "lettere" riguarda la numerazione dei libri, con la segnalazione della
peculiarit dei due libri iniziali segnati con alpha (A, a).
4) I trattati di etica in dodici libri. (Non vi sono cenni precisi ad altre opere aristoteliche
relative all'etica).
5) Un trattato sullo specchio, tradotto da Haggag ben Matar.
6) Un trattato intitolato Theologoumena, che  stato commentato da al-Kindi.
Com' chiaro, gli studiosi arabi accoglievano sotto il nome di Aristotele, e includevano nelle
loro raccolte dell'opera del filosofo, anche testi non suoi e commenti. Ci meglio si comprende se si
considera che lo studio di Aristotele non era, per la cultura araba, puramente filologico: era  come
del resto nel caso di frate Tommaso d'Aquino  il modo in cui si esprimeva la loro ricerca originale,
nuova. Di qui l'indifferenza per i problemi di autenticit. Lo stesso accadde nel caso degli altri grandi
autori che hanno dato alimento alla scienza araba, Galeno ed Euclide.
A ben riflettere, peraltro, il meccanismo era molto pi antico. Sin da quando, nel solco
dell'insegnamento di Platone e di Aristotele, erano sorte delle scuole, e queste scuole avevano
conquistato prestigio e dimostrato capacit di durata nel tempo, il progresso della ricerca
filosofico-scientifica si era realizzato attraverso l'instancabile attivit di commento e di riscrittura. Nel
caso di Aristotele si aggiungeva un fattore religioso. Il califfato era luogo d'asilo per eretici cristiani
delle pi diverse eresie: nestoriani e monofisiti in primo luogo. Per molti di loro Aristotele  o scritti
fatti passare sotto il suo nome  era puntello dottrinale. Di qui la larghezza con cui importanti
commenti, quello di Giovanni Filopono per esempio, o scritti pseudo-aristotelici sull'eternit del
mondo o sulla teoria della conoscenza (la "tabula rasa"!) venivano accorpati con igrandi trattati.
Quello che era eretico a Bisanzio era bene accolto e tollerato a Baghdad. E in questo scontro
Aristotele era un ingrediente primario.
Ma se i due imperi si fronteggiavano, i dotti viaggiavano e quello che si poteva leggere o
copiare a Baghdad o ad Alessandria o in Palestina faceva gola anche ai colti bizantini.
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La eco della politica e della guerra non arrivava in genere fin dentro le scuole. Ma quando, sotto
l'impulso un po' fanatico di Demostene, Atene si mobilit a sostegno di Olinto assediata da Filippo re
di Macedonia e Olinto capitol, Aristotele cap che non era il caso di restare ad Atene. Spezz un
soggiorno durato vent'anni e se ne and in Troade, sulla costa microasiatica antistante la Tracia e la
Calcidica: ad Atarneo.
La successione degli eventi era stata incalzante. Demostene, che fino a qualche tempo prima
aspettava il suo turno per parlare all'assemblea, era ormai il politico pi influente. Ora parlava con la
durezza e la sicurezza di un educatore della citt, con la durezza (e senza il timore di apparire
sgradevole) che aveva caratterizzato nel secolo precedente Pericle e Cleone. E incitava ossessivamente
alla lotta contro Filippo, rappresentato da lui, quando parlava all'assemblea, come un mostruoso
criminale senza scrupoli che aveva in Atene il suo bersaglio principale.
Per Aristotele, tutto questo agitazionismo sfrenato non poteva essere indifferente: del re di
Macedonia lui era un suddito, e suo padre ne era il medico personale, cio il cortigiano pi importante e
pi esposto. Nell'ultimo periodo dell'assedio di Olinto, Demostene era riuscito a spingere Atene
all'intervento a sostegno della citt della Calcidica. Cos Atene era ormai in guerra con la Macedonia.
Nel settembre del 348 Olinto capitol: sotto il colpo di questa sconfitta, pochi mesi dopo, all'inizio del
347, la guida politica di Atene pass nelle mani di Demostene e dei suoi. Nella primavera del 347
Aristotele lasci Atene e si and a stabilire ad Atarneo. Platone non era ancora morto, mor
probabilmente in maggio. Fino alla distruzione di Tebe da parte di Alessandro Magno ed alla definitiva
sconfitta del partito di Demostene, Aristotele non rimise pi piede ad Atene.
 sbagliato porre in relazione la fuga di Aristotele da Atene con la morte di Platone e la
successione di Speusippo alla testa dell'Accademia. Era ovvio che a Platone succedesse Speusippo, suo
congiunto, il quale garantiva, tra l'altro, la continuit della propriet del suolo dove sorgeva la scuola.
Per giunta Speusippo era lo scolaro pi vicino agli interessi filosofici dell'ultimo Platone. E comunque
Aristotele, che non era cittadino ateniese ma un suddito macedone, non poteva menomamente aspirare
a succedergli.
La decisione fu politica. Sotto il governo di Demostene, Aristotele si sent in pericolo.
Sicuramente era sospettato e spiato dagli oltranzisti anti-macedoni (dal "partito patriottico"). Anni
dopo, Democare, nipote di Demostene e suo erede politico, in una circostanza sulla quale torneremo,
tir fuori che, a suo tempo, erano state intercettate delle lettere di Aristotele dalle quali risultava il suo
ruolo come quinta colonna a sostegno della Macedonia.5 E indubbiamente un osservatore attento
avrebbe potuto ben chiedersi perch mai, invece di tornare in Macedonia, Aristotele fosse andato a
collocarsi in un posto strategico come Atarneo.
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Le grandi potenze si spiano e reciprocamente si rubano i segreti scientifici, anche per le loro
implicazioni pratiche. Lo stesso accadeva tra il califfo e l'imperatore greco. Il raffronto pu apparire
troppo sommario o modernizzante. Nondimeno anche la caccia ai libri di filosofia degli scienziati greci
rientrava in quella rivalit  emulazione senza esclusione di colpi.
 noto che ci si modella sull'avversario.
A Bisanzio, tra i fattori che inducevano a raccogliere antichi libri dell'importanza del corpus
aristotelico, c'era sicuramente ci che, agli ambasciatori, ai viaggiatori, ai mercanti, risultava fosse in
atto a Baghdad.
In verit la spinta a cercare nei monasteri e nelle chiese gli antichi libri era nata, a Bisanzio,
da vari altri fattori, ivi compresa la lotta pro e contro le immagini sacre. Furono in particolare gli
iconoclasti ad applicarsi a quella caccia in un anno che ci  noto con esattezza da un'eccellente fonte
loro avversa: l'anno 814. Ma Aristotele? Certamente lo adottarono come testo "universitario"
altamente formativo. Fozio, che fu patriarca nella seconda met del secolo IX, e che nell'814 era un
bambino o al pi un adolescente, scrisse poi un commento alle Categorie di Aristotele, cio al testo
capitale della raccolta capitale, l'Organon, la macchina logica che la cultura del tempo poneva alla
base di ogni scienza.6 Non sappiamo quanto tempo prima di lui, e della sua fervida attivit di lettore
ed esegeta al vertice in una cerchia di scolari, Aristotele fosse gi tra le letture "universitarie" a
Bisanzio. Per noi, che ci dobbiamo accontentare del poco materiale superstite, il pi antico
manoscritto conservatosi delle Categorie di Aristotele , se ci si passa l'espressione, coetaneo di
Fozio. Peraltro il fatto che lui abbia sentito la necessit di scrivere dei commenti significa forse che
non circolavano abitualmente i commenti del Filopono o degli altri pi antichi commentatori. Per da
vari capitoli della cosiddetta Biblioteca foziana, dedicati a varie opere del Filopono, possiamo arguire
che, man mano, Fozio e la sua cerchia erano riusciti a procurarsi le opere di quel dotto, che era stato
attivo ad Alessandria un po' prima dell'arrivo degli Arabi. Opere che a Bisanzio venivano bollate
come eretiche per il modo in cui il Filopono immetteva il suo aristotelismo nella teologia cristiana, ma
che a Nisibi e a Gunde-Shapur erano state trasportate, lette e tradotte in siriaco dai cristiani
nestoriani, quando l'imperatore Zenone aveva chiuso la scuola di Edessa.
Fozio ostenta di prendere le pi nette distanze dagli eretici nestoriani, tra i quali l'aristotelista
sommo Giovanni Filopono. Per ha fatto in modo di procurarsi i suoi libri.  lecito il sospetto che la
strada che quei libri percorrevano per giungere a Bisanzio venisse dall'Oriente. Certo la "collezione
filosofica", cio l'importante raccolta platonica e neoplatonica che viene sommariamente indicata cos
(Platone, Proclo, Damascio, Olimpiodoro, Commenti ad Aristotele), giunse nella capitale dell'impero
alla fine del IX secolo da Alessandria. I pregevolissimi manoscritti che allora portarono ai dotti
bizantini quei testi tutt'altro che innocenti agli occhi della teologia cristiana sono tuttora conservati
nelle biblioteche d'Europa.
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Approdato in Asia, Aristotele mise in piedi una scuola, o un cenacolo filosofico, che sembrava
piuttosto un distaccamento della scuola platonica. Infatti con lui approdarono ad Atarneo, sotto la
protezione del dinasta del luogo, Ermia, altri due platonici: Erasto e Corisco. Questo dato in verit non
fu noto finch non fu scoperto, all'inizio del Novecento, un papiro egiziano contenente un bel pezzo del
commento di Didimo alessandrino a Demostene. Vedremo perch, ancora una volta, i percorsi di
Demostene e Aristotele vengono ad incontrarsi. Ci informa dunque Didimo di un dato molto
interessante: che cio fu Ermia a chiedere ai tre  Aristotele, Erasto, Corisco  di venire presso di lui.7
 dunque il momento di capire chi fosse Ermia. Ce lo rivela Demostene. Nella cosiddetta
Quarta Filippica  che  un centone di differenti discorsi  c' un brano molto importante, databile con
precisione al 340-39, in cui Demostene lancia un grido, alquanto ferino, di esultanza. L'agente e
complice di Filippo  cos egli si esprime in tono duro e con l'aria di chi pu finalmente fare una
rivelazione  in tutta l'azione che Filippo prepara contro il Gran Re,  stato finalmente arrestato. Cos il
Gran Re verr a conoscere tutta la trama, e non dalle nostre accuse, che potrebbe ritenere generate dal
nostro interesse particolare, ma proprio dal principale artefice ed esecutore.8 Questo "agente" 
Ermia, dinasta di Atarneo; la trama contro il Gran Re  la campagna contro la Persia alla quale Filippo
si preparava da tempo ed una cui tappa era l'assedio di Bisanzio; l'arresto di Ermia  effettivamente
avvenuto in quel momento ad opera di Mentore, satrapo fedelissimo del re di Persia. L'arresto di Ermia
ebbe poi, come sappiamo da una serie di fonti, conseguenze drammatiche: l'uomo fu massacrato e
orrendamente torturato perch non solo parlasse ma soffrisse il pi a lungo possibile. Nelle parole, un
po' agghiaccianti, di Demostene ("cosi il Gran Re sapr direttamente" dall'arrestato quello che i nostri
messi avrebbero stentato a fargli credere), c' la piena consapevolezza dei "metodi" con cui il re di
Persia estorceva la verit alle sue vittime. Sapeva che ci sono torture cui  impossibile resistere. La
ferocia festante di quella uscita demostenica merita di essere segnalata.
Ma rischia di sfuggire il punto pi importante. Demostene sa gi quello che Ermia dovr
confessare; sa anche un importante segreto del re macedone: che cio Ermia  un agente di Filippo,
incaricato di preparare, data la posizione strategica da lui controllata, l'attacco macedone. Demostene
sa tutto questo perch ha i suoi infiltrati nel campo avversario. Se ne parla in pubblico nella Filippica 
perch ormai la spia nemica  caduta in trappola. Spia  il termine necessario, perch Ermia ,
ufficialmente, un dinasta protetto dal re di Persia ed ha la sua sede nel territorio del regno di Persia: ma
lavora segretamente per Filippo. Proprio perci Ermia ha dovuto agire sempre con estrema
circospezione: tra l'altro perch anche il Gran Re ha i suoi uomini e i suoi servizi (e uno degli uomini
che erano nel suo libro paga era proprio Demostene, come si vide quando Alessandro apr gli archivi
persiani).9 Di questa circospezione fu parte essenziale il poter mantenere i contatti con Filippo
attraverso intermediari insospettabili. Ecco perch (la congettura  legittima e plausibile) aveva
infiltrato suoi uomini nella scuola di Platone, i quali stessero accanto ad Aristotele sotto l'eccellente
copertura della frequentazione di studio presso quella scuola dove tutto avveniva al chiuso, al riparo
dagli occhi della citt. Corisco era nativo di Scepsi sullo Scamandro, cio veniva in pratica dal "regno"
di Ermia. L'Accademia platonica  stata giustamente assimilata dai moderni ad un college di Oxford o
di Cambridge: non  forse accostamento esteriore ricordare quanta parte dello spionaggio ad alto livello
nel nostro secolo sia passato per quei colleges. Sono ancora un mito i cinque di Cambridge. Ma per
tornare ad Aristotele, comprendiamo ora perch appena salito al potere Demostene si era allontanato da
Atene con quegli altri due, e tutti e tre si erano installati ad Asso, accanto ad Atarneo, a proseguire l (ai
limiti del credibile!) l'attivit di ricerca che svolgevano nell'Accademia. Poi, dopo un po' di anni,
Aristotele  stato chiamato in Macedonia come precettore di Alessandro figlio di Filippo. Quale
migliore copertura per un intermediario di alto rango, del farsi chiamare a corte, lui, figlio del medico
di Filippo, col compito di fare da precettore all'erede? Il soggiorno ateniese non aveva fatto di lui uno
dei pi rinomati sapienti del tempo? Dunque il precettore ideale per l'erede ambizioso di un cos
ambizioso sovrano. Chi poteva insospettirsi del fatto che quel macedone di rango, dopo Atene, passasse
in Troade a fare scuola secondo il modello che aveva appreso ad Atene, e poi venisse richiamato nel
suo paese appunto in ragione della sua rinomanza? A chi questo andirivieni poteva apparire sospetto?
Forse proprio a Demostene visto che, qualche anno dopo, proprio Democare suo nipote ed erede
brandiva lettere di quel filosofo (ormai defunto) per dimostrare che il grande intellettuale era stato in
realt un agente macedone.
Gli sviluppi militari subito successivi all'arresto di Ermia sono oltremodo indicativi: Filippo
marci ugualmente contro Bisanzio, e Demostene intraprese una frenetica attivit diplomatica volta a
creare una minacciosa coalizione antimacedone in Grecia, che infatti fu il "diversivo" che impose a
Filippo di cambiare rotta, di entrare nella Grecia centrale dal passo delle Termopili e risolvere la partita
con "patrioti" al servizio della Persia nella battaglia campale di Cheronea (agosto 338).
...
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...
4.
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Prima dell'arrivo degli Arabi, ad Alessandria nella scuola neoplatonica, felicemente
coesistevano l'orientamento neoplatonico di fondo con lo studio ed il commento dei trattati di
Aristotele. Quelle due, un tempo lontane e conflittuali, correnti di pensiero ormai convergevano, non
senza una comune apertura all'influenza cristiana. L'orientamento scientifico, cio l'attenzione alle
scienze empiriche, tipica di Alessandria, faceva s che i platonici di Atene (Damascio, Isidoro)
restassero tali in piena ortodossia, mentre quelli alessandrini (Ammonio, Simplicio, Giovanni
Filopono) scivolavano verso l'aristotelismo.
Ammonio, figlio di Ermia, mor nella prima met del VI secolo, dopo essere stato a lungo lo
scolarca della scuola neo-platonica di Alessandria; la scuola dove all'inizio del secolo precedente
aveva insegnato, e dove era stata assassinata, Ipazia figlia di Teone. L'attivit di Ammonio si era
spostata su Aristotele, su cui faceva lezione e di cui aveva commentato numerosi trattati.10 Il suo
insegnamento aveva influenzato i suoi allievi diretti: Simplicio, Damascio e Giovanni Filopono.
Di questi Damascio prese la guida della scuola di Atene e fu studioso soprattutto di Platone,
ma comment anche gli scritti aristotelici sul cielo. Simplicio, che succedette a Damascio, si trov a
dirigere la scuola di Atene quando Giustiniano la chiuse (529): di qui il suo breve esilio presso
Chosroe, sovrano persiano (529-533). Simplicio comment quasi esclusivamente Aristotele, di cui
Chosroe si era dimostrato particolarmente avido. Il sovrano sassanide aveva una tale conoscenza di
Aristotele  come racconta lo storico Agatia11  da rendere molto plausibile la conclusione che
l'opera dello Stagirita fosse ben presente alla sua corte.
Giovanni, detto il Filopono (amante della fatica) per la sua straordinaria attivit, o forse
anche perch apparteneva alla confraternita alessandrina detta dei Filoponi, visse fin verso la fine
del VI secolo. (Ibn-al-Qifti, secoli dopo, lo immagina ancora attivo ad Alessandria al momento della
conquista araba, ma questo dipende da un errore cronografico che ha avuto una certa diffusione anche
pi tardi). Giovanni era cristiano. Grande  stato il suo influsso sia sul pensiero bizantino che su
quello arabo. Studiando e commentando Aristotele egli ha aperto la strada che ha portato poi alla
fisica moderna (caduta dei gravi, propagazione della luce etc.). Il suo grande disegno era quello di
conciliare la filosofia greca con la teologia cristiana. E il punto d'incontro pi fecondo gli appariva
proprio la grande costruzione aristotelica; per almeno un paio di buone ragioni: per la nozione di Dio
come motore immobile dell'universo e la dottrina dell'immortalit dell'anima. Perci nei suoi
torrenziali commenti ad Aristotele faceva ricorso al Maestro del Liceo per difendere il cristianesimo. 
il primo organico tentativo in tal senso: ma le sue simpatie monofisite lo esposero, da parte
dell'autorit ecclesiastica, ad una prevedibile condanna, il che ebbe come effetto di ritardare di secoli
la congiunzione compiuta poi da Tommaso.
Il punto pi arduo da combinare era  com' facile capire  la concezione dell'eternit del
mondo. Giovanni l'affront almeno due volte: nei diciotto libri Contro Proclo sull'eternit del mondo e
nelle Repliche ad Aristotele sull'eternit del mondo (che non ci  giunto se non attraverso le citazioni
che ne fa Simplicio nel suo commento al trattato aristotelico Sul cielo). E tent anche di sostenere la
possibilit di conciliare la realt fisica con il racconto biblico della creazione (Discorsi esegetici
sulla cosmogonia di Mos). Il primo dei due trattati sull'eternit del mondo Giovanni lo terminava, nel
529, proprio mentre Giustiniano chiudeva la scuola di Atene, diretta allora da Simplicio, e cacciava i
filosofi con mossa tipicamente oscurantista.
Poich questi si rifugiarono da Chosroe con i loro libri, la repressione giustinianea contribu
ad impoverire ulteriormente l'impero, mentre nella capitale si svolgevano roghi di libri greci (cio
pagani).12 Quando, circa un secolo pi tardi, l'impero perse le sue province pi colte (dove
probabilmente non si era applicata alla lettera la direttiva anti-greca e anti-filosofica), il risultato fu
che i testi degli autori presi di mira non si trovavano pi nei tenitori dell'impero greco ma piuttosto
nelle citt e nelle scuole venute a trovarsi sotto l'autorit dei nuovi conquistatori. Il che agevol la
fortuna di Aristotele nel mondo islamico, cui una tesi quale quella dell'eternit del mondo non creava
cos grave disagio.
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Ad Ermia, Aristotele si era legato profondamente. Ne aveva sposato la sorella (o nipote) Pizia,
ne aveva apprezzato l'altezza intellettuale. Aristippo raccontava, non sappiamo con quanto fondamento
e col proposito di porre anche Aristotele in pessima luce, che la donna di cui Aristotele si innamor, e
che spos, era in realt una delle concubine di Ermia e che Ermia diede il suo consenso alla loro
unione. Quella che voleva essere una malignazione nell'intento consuetamente malevolo di Aristippo si
risolve in un ulteriore dettaglio a riprova di una grande e nobile amicizia. Qualcosa del genere si
verifica, in modo ovviamente pi romanzesco, al principio del Che fare? di Cerniscevskij... Altezza
intellettuale e scelta di investire tutta la propria esistenza in una causa, e nel modo pi rischioso, pi
arduo e pi efficace, cio con l'azione segreta, non di rado vanno insieme. Torturato e chiuso tuttavia in
un ostinato silenzio, Ermia fu crocifisso. Richiesto di esprimere un'ultima volont disse: Annunciate
agli amici e ai compagni che non ho compiuto nulla che non convenisse alla filosofia e alla dignit.
Autentiche o meno, queste parole non debbono apparire esagerate o esageratamente retoriche.
Per Ermia, che coadiuvava, in segreto, Filippo nella preparazione della guerra alla Persia, quella cui ora
immolava la sua vita era la causa per eccellenza, era un nuovo capitolo della lunga lotta contro i
Persiani, tema di mobilitazione sempre vivo per i Greci d'Asia.
Ma anche tema modificante della coscienza greca, alternativa al gretto particolarismo di cui,
nonostante le altisonanti proclamazioni, anche Demostene era impregnato, con in pi il contorno
realpolitico della strumentale dedizione alla Persia, nella peggiore tradizione del conflitto con Sparta
per l'egemonia. Ermia aveva qualche fondata ragione per ritenere di morire per una grande causa.
Il racconto della morte di Ermia trae origine probabilmente dalla leggenda creatasi intorno a
lui, tenuta viva in ambito macedone: in particolare dalla storiografia, che, dopo Teopompo, con
Anassimene, Callistene ed altri, raccont la storia greca dal punto di vista di Filippo e di Alessandro. A
noi esso giunge attraverso Didimo, il quale di sicuro leggeva Anassimene. Ma  noto che un uomo di
nome Apellicone, che riapparir pi oltre nella nostra storia, aveva scritto un intero libro sui rapporti di
Aristotele con Ermia.13 Per il martirio di Ermia Aristotele scrisse una lirica di straordinaria bellezza,
che incominciava con queste parole: Virt, al genere umano ricca fonte di travagli, preda bellissima
della vita: per la tua bellezza, o vergine, anche morire  nell'Ellade invidiabile sorte.14 Aristotele fu
anche poeta: da vecchio scriver, in una confessione fulminante: pi sono solo e pi trovo
consolazione nel mito.15 Nelle parole con cui commemor Ermia c'era la fiera e convinta
rivendicazione del carattere virtuoso della causa per la quale Ermia si era immolato. E
intenzionalmente dice: Nell'Ellade si muore  come era morto Ermia  per la virt, a significare che
quella di Demostene non era l'unica Grecia.
Qualche mese prima di Cheronea, nella primavera 338, era morto Speusippo, e l'Accademia si
era trovata di fronte al problema della successione.  significativo il fatto che anche il nome di
Aristotele venisse fatto tra quelli su cui puntare: data la situazione, era un segno di indipendenza
rispetto al potere politico, che in quel momento era saldamente in mano a Demostene, impegnato in una
spasmodica campagna bellicista. Va da s che era praticamente impensabile che Aristotele, ove eletto,
accettasse di ritornare ad Atene proprio nel momento in cui i trattati con Filippo erano stati gi
denunciati e la citt, presa da uno dei suoi ricorrenti raptus di megalomania, si preparava alla guerra
contro la Macedonia. Ad ogni modo fu eletto il vecchio e opaco Senocrate, il quale doveva essere
piuttosto vicino al "patriottismo" demostenico (forse anche perci, in quel momento, la scelta cadde su
di lui). Lo era forse anche per una costante rivalit che lo opponeva ad Aristotele, e forse anche perch
lui realizzava cos, sul piano politico, il rigorismo cui aveva ancorato la sua maschera. Ovvio che
ignorasse il fiume di denaro che Demostene riceveva dalla Persia, mentre aveva le orecchie piene delle
accuse di corruzione che Demostene e i suoi riversavano quotidianamente sui politici filomacedoni.
Perci, inviato in ambasceria, con altri ateniesi, presso Filippo, fu l'unico che Filippo non volle
nemmeno ammettere alla propria presenza. Al ritorno, gli altri lo accusarono di essere risultato, col suo
atteggiamento, inefficace, ma lui si difese con l'argomento tipico di quegli anni: Ma io non ho preso
doni. Magnanimo e ironico, Filippo conferm che era vero.16
Di contro alla cordialit che Aristotele sapeva manifestare verso i vari aspetti dell'esistere,
Senocrate interpretava la propria maschera in modo tetro. Frine, la pi bella donna libera di quel
tempo, volle tentarlo. Gli piomb in casa sostenendo di essere inseguita.17 Senocrate l'accolse e
dovette dividere con lei l'unico lettuccio di cui disponeva. Lei allora ricorse ad ogni risorsa per farsi
amare da lui. Ma invano. Delusa and via, e a chi le chiedeva come fosse andata rispondeva: non ho
lasciato un uomo, ma una statua!. Pare che un'altra volta i discepoli gli abbiano fatto trovare nel letto
Laide, che non era da meno di Frine, ma lui aveva risolto il problema facendosi cauterizzare il sesso.
Era l'unica persona di cui ad Atene i tribunali accettassero la testimonianza senza pretendere prima che
prestasse giuramento. Scolarca per ben venticinque anni, quest'uomo, a suo modo commovente, scrisse
instancabilmente e senza originalit in tutti i campi che Platone aveva gi trattato: gli autori di cataloghi
calcolarono che in tutto aveva scritto 224.239 righi.18 Ma di l a poco si trov anche lui, nel precipitare
degli eventi, alle prese con la grande politica.
Dopo Cheronea, Filippo aveva dovuto affrontare una situazione inedita. Proprio l'inconsulta
politica demostenica risoltasi nel disastro gli impose di assumere un ruolo di aperta e diretta egemonia
nella Grecia continentale. Senza quella improvvisata coalizione che si era liquefatta a Cheronea, tale
passo sarebbe stato probabilmente rinviato. Ma ora le priorit politiche e militari si invertivano: prima
di riprendere il disegno principale della campagna contro la Persia, bisognava riordinare stabilmente il
mondo delle citt greche, pi turbolento del previsto ed al quale non si poteva pi lasciare, per il futuro,
la possibilit di creare imbarazzi alle spalle dell'esercito macedone prima o poi impegnato in Asia. Di
qui l'abile scelta di una grande riconciliazione con Atene (Demostene pot addirittura restare al potere)
e, insieme, di rilancio dell'alleanza panellenica ma con Filippo in posizione cardine.
Filippo aveva sicuramente il vantaggio, invidiatogli spesso da Demostene, di poter decidere da
solo e rapidamente, senza le pastoie dell'assemblearismo democratico.19 Il suo potere centralizzato e
autocratico era, in guerra come nella schermaglia diplomatica, un enorme vantaggio. Ma aveva anche
un risvolto negativo: gli odi feroci di corte. Quando ormai tutto sembrava pronto per la campagna in
Asia, fu assassinato, e pare certo che la moglie Olimpiade, morbosamente protesa a spianare la strada
del trono al figlio, non fosse estranea alla congiura. Nel luglio del 336 Alessandro succedeva a suo
padre. L'illusione di Demostene e dei suoi alleati nelle citt uscite sconfitte a Cheronea era che il
giovanotto appena ventenne non fosse all'altezza: Demostene, ironizzando su di lui, lo chiamava
Margite, dimostrando ancora una volta com' miope e autolesionista quella parte politica che crede
alla propria propaganda. Il presunto Margite, che aveva avuto come precettore Aristotele e come
modello politico suo padre Filippo, bruci sul tempo i ribelli, schiacci con azione fulminante e
distruttiva la rivolta di Tebe (ottobre 335) stroncando, cos, in via definitiva, ogni eventuale ambizione
di citt o gruppi politici a rimettere in discussione l'ordine scaturito da Cheronea. Demostene cedette ad
altri il timone. E Aristotele, ora che il suo compito di precettore era concluso, torn a stabilirsi in
Atene: nella primavera del 334 mentre Alessandro incominciava l'attacco, pi volte procrastinato,
contro il Gran Re di Persia.
Venne ad Atene. E insegnava nel Liceo, come si esprime, con grande esattezza, la Cronaca
di Apollodoro: non aveva dunque istituito ancora una sua scuola, ma non rientrava certo
nell'Accademia, diretta ormai da Senocrate. Perch  ritornato? La domanda non pu non porsi: si era
allontanato nella primavera del 347, dodici anni prima; era stato scartato come successore di
Speusippo, mentre spiravano i venti di guerra tra il suo paese e Atene; non aveva lasciato scolari ad
attenderlo, n la scuola dove aveva studiato per vent'anni era pronta ad accoglierlo, n certo gli
sconfitti nella lunga guerra contro la Macedonia potevano essergli ora pi benevoli che in passato.
Eppure  tornato. Le ragioni di ci possono essere state varie. Innanzi tutto la fine del governo di
Demostene, e la certezza, dopo la distruzione di Tebe, che da quella parte non sarebbero venute
sorprese. Forse anche un mai dismesso ruolo politico "riservato": nel suo testamento design come
unico suo esecutore testamentario Antipatro, l'uomo che Alessandro aveva posto come tutore
dell'ordine macedone in Grecia.20 Questo dato  oltremodo eloquente sui rapporti ininterrotti e
profondi di Aristotele con i livelli supremi del potere macedone. Un dato del genere consente di
cogliere i fili che, dietro la scena, muovono i personaggi: Antipatro e Aristotele si muovono all'unisono
quando vengono, entrambi, in Grecia durante l'assenza prevedibilmente non breve di Alessandro. Poi
c' un altro genere di fattori. Intellettualmente Atene restava una citt di grande richiamo, e insegnare
ad Atene era ben pi stimolante che non nella capitale macedone per quanto grande fosse stata l'opera
di integrazione filellenica da Archelao in poi. E soprattutto c' l'interesse di Aristotele per la citt come
forma politica. La riflessione politica non  preponderante in lui come lo era in Platone, ma occupa
tuttavia una parte rilevante nell'ambito del suo pensiero.
Per le sue lezioni di politica, racchiuse nel trattato in otto libri che di lui si conserva, aveva
studiato e fatto studiare centinaia di costituzioni di citt nonch leggi e usanze dei "barbari". Atene era
anche un punto di osservazione privilegiato per la sua riflessione politica. Se poi guardiamo pi in
profondit nel suo animo di uomo nato in una piccola citt greca periferica, presto entrata nell'orbita di
una forte monarchia feudale-militare, qual era la Macedonia, ci rendiamo conto che il suo Stato
ideale  una citt, certo non in preda al predominio democratico-radicale, ma retta da leggi e avente
come fulcro la classe media possidente. Un ideale, certo, ma che non si identifica con la monarchia dei
suoi sovrani. Aristotele sa bene che tante citt bene ordinate di questo genere possono ben gravitare
nell'orbita di una monarchia egemone e che metropoli democratiche e imperialiste, com'era stata Atene
ai tempi della sua grandezza e come Demostene ancora la sognava, entravano in collisione con un
cosmo bene ordinato come quello costruito da Filippo dopo la vittoria. Ci non toglie per che il
modello della convergenza politica restava per lui la citt e Atene era, proprio da questo punto di vista,
un osservatorio privilegiato. Ecco dunque nel loro intrecciarsi e convergere le ragioni che spiegano la
sua decisione di ricominciare, di avviare un nuovo soggiorno ateniese, di radicarsi attraverso l'unico
strumento a lui perfettamente confacente e giovevole: l'insegnamento.
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5.
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L'edizione di Aristotele su cui avevano lavorato Simplicio e Giovanni Filopono, e prima di loro
il siriaco Porfirio (III d.C.) quando si era trovato ad allestire l'edizione delle Enneadi di Plotino
(205-270 d.C.), era quella che aveva fatto epoca al tempo di Augusto, allestita da Andronico di Rodi e
preceduta da un "catalogo ragionato" intitolato Sugli scritti di Aristotele, opera dello stesso
Andronico. Questo "catalogo ragionato" doveva includere una parte biografica su Aristotele,
corredata di documenti, tra i quali carteggio con Alessandro Magno che Aulo Gellio circa due secoli
dopo trascrive, senza chiedersi se si tratti davvero (come pure  possibile) di testi autentici.21
Come aveva lavorato Andronico?  Porfirio a spiegarcelo, nella Vita di Plotino, testo molto
simile al "catalogo ragionato" di Andronico, tramandata insieme con le Enneadi, e nella quale
Porfirio dimostra tutte le sue scaltrite doti di filologo. Va detto anche che, quando si richiamava ad
Andronico e alla sua edizione aristotelica, Porfirio sapeva bene di cosa parlava: lui che aveva anche
dedicato una introduzione alle Categorie aristoteliche, divenuta poi un classico della logica medievale
nella traduzione latina di Boezio (VI d.C.). Scrive dunque Porfirio che Andronico aveva raggruppato
in Trattati, l'insieme degli scritti di Aristotele secondo il criterio dell'affinit tematica.22 Questo vuol
dire:
1) che, col termine Trattati, Andronico intendeva le grandi suddivisioni in cui il corpus
aristotelico si , cos, strutturato (Etica, Fisica, Logica, Metafisica etc.).  il raffronto col criterio
adoperato da Porfirio per gli scritti di Plotino che ci fa capire che quello  il valore di quel termine.
Dunque Trattato  l'intero Organon non i singoli scritti che Andronico vi convogli: Categorie,
Interpretazione, Analitici etc. Si ha l'impressione che certi "trattati" (come ad esempio la molto
discutibile successione degli otto libri della Politica) li abbia scritti Andronico.
2) che, prima dell'intervento editoriale di Andronico, l'insieme degli scritti su cui quell'uomo
dovette operare si presentavano in casuale e disorganica successione, privi di un qualunque
ordinamento.
Ma allora una domanda si impone: come mai, oltre tre secoli dopo la scomparsa di Aristotele
(322 a.C.), il corpus dei suoi scritti era ancora in un tale disordine, in una tale situazione provvisoria,
e per giunta privo ancora di serie cure editoriali? Una situazione inconcepibile per qualunque altro
autore, a maggior ragione per Aristotele, che aveva potuto contare su una scuola, durata a lungo nel
tempo. Andronico invece ha dovuto operare da pioniere come colui che si muove su di un terreno
ancora non battuto, nuovo. E infatti la sorprendente verit  che egli si  trovato ad operare per primo,
in quanto si e trovato di fronte ad una riscoperta. La riscoperta era avvenuta alcuni decenni prima,
come sappiamo da varie fonti, e, tra gli altri, dal geografo Strabone, fiorito anche lui sotto Augusto, e
depositario di un racconto di prima mano sulla vicenda di quei libri.23
Li aveva portati a Roma, nel suo bottino di guerra, Silla quando aveva conquistato Atene (86 a.
C.) nel corso dell'aspro conflitto con Mitridate. Non erano stati anni facili quelli subito successivi, tra
guerre civili, proscrizioni, dittatura e conseguenti lacerazioni, proseguite anche dopo la morte di Silla
(78 a.C.). Quei libri comunque erano passati a suo figlio Fausto, il quale fu poi assassinato nel 46 d.C.
Il bibliotecario privato di Silla era il dotto grammatico Tirannione (che poi fu maestro di Strabone e
certamente lo inform di questa stona).  facile intuire che quei preziosi reperti non erano rimasti
sotto chiave. Se si considera il modo in cui funzionavano a Roma le cerchie letterarie, possiamo ben
arguire che i frequentatori di Silla e di suo figlio  tra cui per esempio un appassionato di filosofia
greca come Cicerone  avranno attinto a quei libri. Cos circolavano da sempre i libri nuovi: li
leggevano i colti presso le dimore di altri colti, che non di rado procedevano a copie parziali. Lucullo,
Silla disponevano di biblioteche private imponenti: lo stesso Tirannione sembra che avesse una sua
imponente raccolta libraria. Tutore ma di fatto detentore dei libri gi di Fausto Silla, Tirannione non
ha esitato a porre mano agli importanti inediti aristotelici: li ha aggiustati poich i testi che Silla
aveva portato con s erano in condizioni alquanto precarie.24
Il "ritrovamento" da parte di Silla non era stato cos fortuito. Non dobbiamo pensare che il
brillante e colto patrizio romano, espugnata Atene, si fosse messo a perlustrare la citt in caccia di
prede culturali. In realt quei libri erano stati rintracciati non in una dimora qualunque, ma in quella
di un personaggio, Apellicone di Teo, che faceva parte del gruppo dirigente dell'Atene filomitridatica.
Questo Apellicone ci  descritto dal suo contemporaneo Posidonio25 in sostanza come un
cleptomane di libri e di documenti antichi: ma probabilmente quella di Posidonio  una perfida
caricatura. Apellicone  stato uno degli ultimi, appassionati peripatetici, autore tra l'altro di un
trattato sull'amicizia di Aristotele per Ermia di Atarneo. Era amico e uomo di fiducia di Atenione, il
politico che aveva animato la riscossa antiromana di Atene, anche lui tratteggiato da Posidonio come
un semi-criminale e come portatore di interessi filosofici di quart'ordine (per lo meno agli occhi del
suo spregiatore). Attraverso questi racconti ostili riusciamo insomma a capire che quell'ultima
riscossa di Atene era stata promossa appunto da un milieu in cui era sentito il richiamo alla passata
grandezza della citt, ivi compresa la tradizione filosofica. Le scuole dei filosofi sono chiuse! aveva
gridato Atenionet secondo Posidonio, nel corso del comizio che aveva scaldato gli animi degli Ateniesi
alla notizia della sconfitta inflitta da Mitridate agli odiati Romani.
Ma com' che Apellicone possedeva quel tesoro?
.
L'insegnamento in Atene diede finalmente ad Aristotele grandi soddisfazioni. Tiene il suo
insegnamento nel Liceo, un pubblico ginnasio situato nell'area di Apollo Liceo, a nord-est di Atene. I
locali per non sono ancora propriet della scuola, lo saranno, per concessione di Demetrio Falereo
(317-307 a.C.), solo molto pi tardi.
Intorno a lui si raccoglie ormai una scuola, dove l'insegnamento  sostenuto da una vera e
propria organizzazione della ricerca: non solo una biblioteca ma anche una attrezzatura scientifica
connessa alle ricerche di storia naturale. Alessandro era lontano ma proteggeva autorevolmente la
nuova istituzione impiantata dal suo maestro in Atene. Il sovrano diram un ordine, che conosciamo
grazie all'enciclopedia di Plinio il Vecchio:26 mobilitava in permanenza cacciatori, pescatori, singoli
dilettanti a sostegno della raccolta naturalistica delle varie specie animali che si veniva, a quanto pare,
costituendo nel Liceo.
Per quanto sorga sempre il sospetto di una confusione con le successive raccolte del Museo di
Alessandria (istituzione che una costante e crescente tradizione pone non a torto sotto il segno di
Aristotele)  probabile che la notizia di Plinio sia esatta: essa sembra trovare conferma nella grande
ricchezza di osservazioni empiriche presenti nei libri aristotelici di ricerche sugli animali. Lo stesso
Aristotele nei libri intitolati Ricerche sugli animali fa spesso riferimento ad informazioni provenienti da
cacciatori, pescatori, uccellatori.
Il legame che, anche a distanza, univa Alessandro al suo maestro era impersonato fisicamente
da Callistene, il nipote di Aristotele. Da Babilonia, al seguito del sovrano vincitore, Callistene aveva
inviato ad Aristotele dettagliate relazioni sull'astronomia babilonese.27 Contribuiva cos anche lui a
quella mobilitazione di forze convergenti verso la scuola. Ed era anche un segnale rassicurante, per il
maestro, quella voce di Callistene che proveniva da lontano, dalla grande armata invincibile cui il
giovane e brillante storico si era unito tra le accorate raccomandazioni del maestro. Era una
preoccupazione seria, per il maestro, anzi un cruccio ineludibile quel modo di fare e soprattutto di
parlare troppo libero di suo nipote. Lo aveva raccomandato molto ad Alessandro, quando erano partiti
verso l'Asia, e poich il giovane parlava al sovrano con troppa libert, Aristotele lo ammon
affettuosamente, quasi gi paventasse il peggio, con un verso dell'Iliade: Di rapido destino mi sarai,
figlio, per le cose che dici (XVIII, 95).28 II maestro notava con allarme come il giovane fosse
alquanto refrattario alle regole scritte e non scritte della vita di corte. Di qui la sua previsione
pessimistica e, purtroppo, veridica.
La crisi scoppi quando l'evoluzione di Alessandro verso modelli impensabili per la tradizione
greca suscit la reazione del suo stesso entourage. Si pu dire che in questa vicenda  racchiuso l'intero
dramma del potere. In Alessandro, vincitore irresistibile e conquistatore dell'immenso regno persiano,
delirio di onnipotenza e dirompenti scelte politico-culturali si intrecciano. Aveva capeggiato
vittoriosamente quell'impresa che la retorica panellenica aveva sterilmente predicato per decenni e che
suo padre Filippo aveva portato cos vicino alla realizzazione. Dunque era lui il vincitore dei Persiani, il
vendicatore dei caduti alle Termopili nonch il sovvertitore della umiliante pace di Antalcida. E proprio
lui si apriva alla comprensione di quel mondo che aveva alfine sconfitto e addirittura al sogno di una
sintesi greco-persiana: culturale, regale, persino biologica attraverso la politica dei matrimoni misti.
Sognava fortemente di essere lui il successore del Gran Re o intuiva che la storia umana procede per
sintesi e mescolanza sempre pi intrecciata? Non sar mai possibile, nonostante il perbenismo troppo
facile della tradizione "democratica", districare la grandezza del potere dall'accecamento del potere.
Emblematicamente Alessandro raccoglie in s tutt'e due le facce del potere. I Greci e i Macedoni del
suo seguito stentarono a capirlo. Alcuni reagirono. Ne nacque una congiura quando Alessandro volle
imporre al suo seguito alcuni rituali della corte persiana, urtanti per i Greci: per esempio la proskynesis
di fronte al sovrano.29 Fu detta la congiura dei paggi, il fior fiore della giovent dell'aristocrazia
macedone. La repressione di Alessandro fu feroce. I giovanissimi furono torturati e lapidati. Quando
venne fuori il nome di Callistene, Alessandro prest senz'altro fede alla denunzia, anche perch lo
irritava il frequente invito che Callistene apertamente profferiva, richiesto e non richiesto, di tenersi ai
tradizionali costumi dei Macedoni.30 Lo storico al seguito, che gi aveva narrato le Gesta di
Alessandro (opera che non ci  conservata), fu arrestato, orribilmente mutilato, condotto in giro in una
gabbia, fatto sbranare da un leone.31
Nella tradizione greca, e poi romana, l'uccisione di Callistene  rimasta come emblema
indelebile dei crimini del potere contro la filosofia. Teofrasto, l'allievo prediletto di Aristotele, scrisse
un trattato intitolato Callistene ovvero del dolore, di cui si rintracciano frammenti in varie opere di
Cicerone, Seneca, Plutarco. Scrisse Temistio, grande studioso di Aristotele e maestro di Giuliano
l'Apostata: Per Callistene, noi siamo, ancora oggi, irati contro Alessandro.32 L'invettiva pi
incalzante, forse non a caso, la scrive Seneca, che visse in prima persona il conflitto della filosofia col
potere. Prende a pretesto, nelle Questioni Naturali, un pensiero di Callistene sui terremoti e seguita
osservando: Fu, Callistene, ingegno di spicco, insofferente nei confronti di un sovrano incapace di
dominarsi.33 Con la sua stessa persona, Callistene costituisce un atto d'accusa eterno nei confronti di
Alessandro. Un atto d'accusa che nessun successo guerresco sapr mai compensare. Ogni volta che
qualcuno dir di Alessandro "stermin i Persiani a migliaia", si obietter: ma uccise anche Callistene.
Ogni volta che qualcuno dir: "ha conquistato tutto il mondo fino all'oceano ed ha esteso il regno di
Macedonia da un angolo minuscolo della Tracia fino ai limiti estremi dell'Oriente" si dovr dire: ma ha
ucciso Callistene. Non importa che abbia superato le gesta di tutti i condottieri precedenti: nulla di ci
che ha fatto potr essere cos grande come quel crimine.
La liquidazione di Callistene (327 a.C.) segnava anche, per Alessandro, un punto di non ritorno,
di rottura irreparabile con Aristotele. C'era una lettera di Alessandro ad Antipatro, scritta poco dopo il
massacro dei congiurati, in cui il sovrano minacciava di voler risalire fino al vero mandante (o da lui
reputato tale): I ragazzi sono stati lapidati, ma quanto al Sofista [ = Callistene] sono io che lo punir, e
cos anche quelli che me lo hanno mandato.34 Commenta Plutarco, cui dobbiamo la conoscenza di
questo documento:  evidente che con queste parole alludeva direttamente ad Aristotele. Ma alla
mente del filosofo non poteva non affacciarsi un agghiacciante paragone: Callistene finiva per mano di
Alessandro, allo stesso modo in cui era finito Ermia per mano del Gran Re di Persia. Era lo spunto
tragico per una interiore resa dei conti, ed era forse anche la pi grande delusione: vedere stravolta
quella causa per la quale, per lunghi anni, ad Atene, in Troade, poi in Macedonia, si era impegnato.
Non aveva dato il suo apporto alla grande campagna culminata nell'abbattimento della monarchia
persiana, per poi vedere gli stessi metodi praticati dal sovrano nella cui orbita aveva attivamente
militato. Forse qualcuno dei cinque di Cambridge ha poi fatto analoga esperienza.
Via via che si sviluppa il dramma di queste due vite intrecciate, il sovrano e il filosofo, destinate
a spezzarsi insieme, i misteri si infittiscono. Una tradizione costantemente ritornante nei secoli
attribuiva ad Aristotele l'iniziativa, giunta a buon fine, di avvelenare Alessandro. Plinio il Vecchio d
per certo che le cose siano andate cos.35 Plutarco presta molta attenzione a questa versione dei fatti.
L'operazione sarebbe stata compiuta tramite Antipatro, l'uomo che godeva della totale fiducia di
Aristotele.36 Il fatto indubitabile era l'improvvisa morte del giovanissimo sovrano: una morte di cui
l'avvelenamento parve da subito, a tutti, la causa pi plausibile. La tremenda Olimpiade, che gi aveva
contribuito a liquidare Filippo per far posto ad Alessandro, fece un massacro di dignitari sospettati di
avere congiurato per avvelenare il re. La cerchia pi vicina, i "compagni" della prima ora, non
sopportavano pi la politica del loro capo e tramarono per liquidarlo disponendo peraltro, per lui,
esequie spettacolari e disponendosi, al tempo stesso, ad una feroce guerra di successione senza
esclusione di colpi. Di questa lotta fece parte non soltanto il tentativo di impadronirsi del cadavere
imbalsamato del sovrano (vinse Tolomeo di Lago che lo trasport ad Alessandria), ma anche il
coinvolgimento di Aristotele e di Antipatro, e di Cassandro suo figlio che sarebbe stato il latore del
veleno apprestato dal filosofo. Un anonimo che si celava dietro lo pseudonimo di Agnotemide port
alcune prove a sostegno dell'accusa.37 L'imperatore Caracalla, cinque secoli pi tardi, fece bruciare i
libri di Aristotele e dei suoi scolari per vendicare Alessandro, avvelenato dal suo precettore.38
...
.
...
6.
.
Ma com'erano finiti in mano di Apellicone i libri di Aristotele? Quell'uomo era un bibliomane.
Il bibliomane, si sa,  un potenziale delinquente, e, al tempo stesso, un sacerdote dei libri. Nella
Prussia di inizio Ottocento il pastore Tinius ammazzava a tradimento i librai per svaligiare le loro
botteghe.  stato soprannominato bevitore di libri (Bchertrinker).39 Se  vero che i libri non sono
che il decotto, come diceva Aristofane,40 di altri libri,  probabile che il bevitore di libri sia
spesso anche uno scrittore prolifico. Anche Apellicone scrisse: conosciamo di lui qualche titolo, di
argomento aristotelico. Neanche Apellicone arretrava dinanzi al crimine per amor di libro. Studiava
ad Atene. Il suo scopo esistenziale era di comprare, o comunque procurarsi, intere biblioteche, e
Atene, da questo punto di vista, era un posto ideale. Ma a lui piacevano anche le raccolte di documenti
antichi: e ad Atene c'erano vari archivi, il pi celebre dei quali era il Metron, dov'erano conservati
gli originali dei documenti che avevano scandito la gloriosa storia della citt. Un allievo di Aristotele
o di Teofrasto, Cratero il Macedone, aveva composto la sua raccolta commentata di decreti attici
lavorando appunto l: e il repertorio aveva avuto un buon successo. Ma non c'erano solo quegli
originali (e magari anche qualche falso abilmente intercalato): c'erano anche testi d'altro genere, se
si pensa che, ad esempio, le opere che Epicuro venne componendo per tutto il tempo che fu ad Atene
vennero depositate l.41 Insomma quel glorioso archivio era anche un archivio letterario. Ma com'
mai possibile comprare i documenti d'archivio? Anche una societ non molto scrupolosa in questo
campo come dovette essere Atene, escludeva a priori una tale eventualit. Apellicone non si perse
d'animo e pens di rubarli come aveva fatto anche altrove, con successo. E cos fece: ma gli and male
perch fu sorpreso sul fatto.42 Il reato era molto grave e Apellicone avrebbe rischiato moltissimo se
non si fosse messo in salvo con la fuga. Poteva consolarsi pensando che gi altri filosofi ad Atene si
erano salvati la vita fuggendo (magari per ragioni un po' pi nobili). Per lui ad Atene torn, quando
Atenione, suo compagno di studi aristotelici, prese il potere e lo richiam per affidargli alcuni
incarichi diplomatici.43
A quel tempo aveva ormai comprato, tra le altre biblioteche, quella di Teofrasto, che conteneva
quella di Aristotele. Per i due peripatetici giunti al potere nella citt filosofica per eccellenza, quei libri
erano ben pi che una rarit bibliografica, erano un trofeo. In verit la caccia ai libri di Aristotele era
in atto da molto tempo. Chi pi vi si era impegnato erano i sovrani di Pergamo, gli Attalidi. Il loro
obiettivo era di fare della loro biblioteca, a Pergamo, una degna rivale di quella alessandrina. Non
avrebbero potuto gareggiare in quantit di rotolo, ma speravano di mettere le mani su pezzi molto
rari. Si sapeva che testi sconosciuti, e importantissimi, di Aristotele erano ancora in giro e che nessuna
biblioteca era riuscita ad assicurarseli. Per giunta voci insistenti parlavano di eredi di scolari diretti
del maestro che sarebbero stati in possesso di quei tesori: non ad Atene o chi sa dove ma proprio nel
territorio del regno, dunque a portata di mano. Ma costoro, identificati, e lusingati in ogni modo,
avevano venduto roba da poco, altri libri, non quelli. E anche ai Tolomei, che pure s'erano fatti vivi,
avevano venduto dell'altro: per lo pi i libri che Aristotele aveva posseduto nella sua raccolta
personale, non i suoi trattati. Poi, nel 133 a. C. la monarchia degli Attalidi era ingloriosamente finita:
per iniziativa dell'ultimo re, Attalo III, il regno era divenuto provincia romana, la provincia romana
d'Asia, una decisione traumatica cui era seguita una guerra civile durissima ed un sommovimento
sociale. Nessuno per un bel po' pens pi ai libri da inseguire a tutti i costi. Gli stessi eredi degli eredi
dei proprietari, forse per stanchezza forse per bisogno, alla fine pensarono che era meglio far fruttare
quel tesoro prima che andasse completamente in malora (gi i parassiti avevano fatto il loro lavoro).
Apellicone era un acquirente ideale: da un lato non badava a spese (e infatti sbors una cifra enorme),
dall'altro era pur sempre uno della scuola. E cos vendettero tutto a lui.
Ma i libri erano davvero malridotti. Tarli, tigne, umido avevano mangiucchiato quei rotoli
tenuti per tanto tempo in una cantina sotterranea dai proprietari gelosi e per improvvidi.44 Cos
Apellicone si decise ad una impresa superiore alle sue forze: far ricopiare lui quei rotoli librari
integrando, dove necessario, i luoghi danneggiati. Cos mise insieme un testo integro s, ma non
propriamente sano, anzi pieno di errori dovuti quasi sempre alla sua imperizia. Furono questi,
"rifatti" da Apellicone, non ahim! gli originali fatiscenti, gli esemplari che Silla aveva confiscato e
portato a Roma.
Ne scatur una situazione paradossale, che Strabone, allievo di Tirannione, descrive benissimo:
prima della riscoperta gli eredi della scuola avevano lavorato male, perch privi dei testi pi
importanti del maestro (del quale peraltro conoscevano e diffondevano i dialoghi pubblicati in vita
dallo stesso Aristotele); dopo, lavorarono ugualmente molto male perch si basavano sul testo che
Apellicone, bibliofilo ma mediocre filosofo, aveva letteralmente devastato. Ed  da chiedersi fino a che
punto Tirannione e Andronico, nel loro lavoro editoriale, erano riusciti ad annullare gli effetti negativi
del cattivo lavoro editoriale del bibliomane di Teo.
.
La morte di Alessandro (nel giugno del 323) rimise tutto in discussione. Si erano illusi, i suoi
successori, se avevano pensato di tenere sotto controllo l'impero al venir meno dell'uomo carismatico
che, procedendo di vittoria in vittoria, lo aveva creato. Mentre loro si spartivano il gigantesco bottino la
Grecia si muoveva daccapo. Non Tebe, come alla morte di Filippo, ma Atene. Per il capofila non era
pi Demostene, travolto dallo scandalo provocato dalla scomparsa fraudolenta di una bella fetta del
tesoro di Alessandro, che Arpalo, tesoriere di Alessandro, aveva portato ad Atene. Condannato ed
auto-esiliatosi ad Egina, Demostene cerca di pilotare a distanza la politica cittadina diffondendo
pamphlet in forma epistolare, ma ora  Iperide, il grande amico di Frine, l'uomo di punta.
Non fu un fuoco di paglia: fu una campagna dalla quale i Macedoni, guidati da Antipatro,
avrebbero potuto uscire a pezzi, tale era la vastit della trama. Il fulcro erano i mercenar arruolati da
Arpalo (che di quattrini certo non mancava) e guidati da un grande militare di professione quale
Leostene. L'esercito federale messo insieme dalle citt che Demostene, rimesso in grado di agire,
mobilit viaggiando per tutta la Grecia, inchiod Antipatro in Tessaglia, stringendolo d'assedio nella
citt di Lamia. Se Leostene non fosse morto nel corso di una scaramuccia provocata dagli assediati,
Antipatro avrebbe finito per arrendersi, ma neanche la morte di Leostene disarm i confederati. In quel
frangente Epicuro venne ad Atene, a studiare la filosofia nel Liceo.
Mentre la campagna continuava in Tessaglia e prima della decisiva battaglia campale di
Crannon, Aristotele fugg da Atene, all'inizio della primavera del 322. Come avrebbe potuto restare ad
Atene, mentre Atene, daccapo sotto la guida di Demostene e dell'ancor pi radicale Iperide, era in
guerra con Antipatro? La sua situazione era insostenibile. A sessantadue anni lasci una scuola
prestigiosa, un mondo di amici e allievi, e si ritir a Calcide, nell'Eubea, proprio di fronte all'Attica,
ma sotto controllo macedone. Una tradizione piuttosto solida sostiene che era stato imbastito contro di
lui un processo per empiet.45 Si conosceva anche il nome del sacerdote di Demetra, Eurimedonte, che
intendeva sostenere l'accusa. Aristotele si sarebbe dunque sottratto al processo fuggendo, e dichiarando
che preferiva fare in modo che gli Ateniesi non peccassero una seconda volta contro la filosofia, con
ovvia allusione al processo contro Socrate.46 Non era difficile, ad Atene, imbastire un'accusa di
empiet. Era la via maestra per mettere sotto accusa e liquidare intellettuali sgraditi, non perseguibili
per una loro visibile attivit direttamente politica. Cos era stato con Socrate, e probabilmente gi con
Anassagora. Sembra chiaro che, nel clima della guerra contro Antipatro,  parso necessario colpire quel
meteco intrinseco di Antipatro, e con un lungo passato di amicizia coi Macedoni, che continuava ad
agire indisturbato in citt, protetto dalla discreta e appartata e poco permeabile struttura della scuola. Se
ha scelto, accortamente, Calcide, Aristotele deve aver congetturato che la guerra "patriottica" contro i
Macedoni avrebbe avuto corto respiro.  chiaro che si riservava di ritornare non appena Antipatro
avesse sconfitto quei fanatici politicanti che continuavano a giocare alla guerra. Era l da qualche
settimana quando giunse notizia della vittoria di Antipatro a Crannon sui confederati (primavera 322),
che confermava le sue previsioni. Anzi contro le sue pi ottimistiche aspettative l'effetto di Crannon
sulla politica ateniese fu quasi immediato: Demade, che sapeva fiutare il vento, fece votare in
assemblea la condanna a morte di Demostene e degli altri capi, sicuro di ingraziarsi cos stabilmente
Antipatro vincitore. Iperide fugg ad Egina, Demostene a Calauria, vicino Trezene. Ma Aristotele non
si mosse: rest a Calcide. Perch? Probabilmente perch la caotica situazione determinata dal conflitto
stentava a riassestarsi. Se si calcola che solo in settembre una guarnigione macedone entra nel porto di
Munichia e che solo in ottobre gli uomini di Antipatro hanno raggiunto Demostene a Calauria, si pu
facilmente arguire che, nonostante la precipitosa "buona volont" di Demade, i Macedoni non hanno
ripreso immediatamente il controllo della citt.
Ma quando le truppe di Antipatro sbarcavano a Munichia Aristotele era gi morto. Le
circostanze della sua morte sono quanto mai oscure: le fonti che ne parlano, non di rado fantasiose e
confuse, contribuiscono a suggerire le pi varie ipotesi. Secondo Dionigi di Alicarnasso mor di
malattia appena compiuto il sessantatreesimo anno.47 Eumelo, la cui autorit  approvata da Diogene
Laerzio, parla di veleno come causa della sua morte. Il fatto che Eumelo desse ad Aristotele
settant'anni al momento del trapasso ha fatto pensare che volesse costruire una situazione identica a
quella della morte di Socrate. Ma non  chiaro perch avrebbe dovuto inventare entrambi gli elementi
della sua ricostruzione: non solo l'et, ma anche il veleno. Forse la notizia del veleno la trovava da
qualche parte, e su di essa costru il parallelo. In tal caso ci dovremmo chiedere chi avesse provveduto a
far fuori il filosofo a quel modo: degli Ateniesi esasperati dalla sconfitta che mal sopportavano di non
averlo potuto processare, o dei "vendicatori" macedoni della morte di Alessandro?
.
Gli succedette Teofrasto. E il suo governo della scuola fu lunghissimo (Teofrasto mor nel 286
a.C.), non privo di eventi positivi ma turbato da gravi incidenti. Il fatto positivo fu la protezione
accordata alla scuola da Demetrio Falereo, signore di Atene, con l'appoggio macedone, per il decennio
317-307 a.C. Gi vivo Aristotele, Demetrio  i cui esordi politici risalivano al 324  aveva
rappresentato una garanzia politica. Nel 318 aveva rischiato di cadere vittima della reazione
antimacedone, nel 317 fu imposto agli Ateniesi, con poteri straordinari ed il preciso compito di
riordinare la costituzione, direttamente da Cassandro, figlio di Antipatro. E come legislatore
(nomothtes) pens di poter mettere in pratica il modello "ideale" aristotelico, che interpret non a torto
come una costituzione "mista" di tipo censitario. E in omaggio al criterio aristotelico, secondo cui
primo dovere del politico  quello di stabilire quantit e qualit della popolazione, promosse un
censimento della popolazione dell'Attica. Insomma per un certo tempo parve che proprio in Atene si
sarebbe tradotto in realt quanto Aristotele aveva affidato alla sua riflessione politica. E con il governo
di Demetrio, allievo e confidente di Teofrasto, ci si poteva addirittura illudere che si era realizzato il
sogno platonico dei filosofi-reggitori (o reggitori-filosofi). Ma con la caduta di Demetrio la scena
cambia bruscamente. Teofrasto lascia immediatamente Atene, mentre il partito demostenico lancia
l'ennesima offensiva, questa volta per estirpare il corpo estraneo rappresentato dalle scuole di filosofia,
prima fra tutte il Liceo. La proposta di legge fu presentata, appena caduto Demetrio (306 a.C.), da un
certo Sofocle, politico di parte democratica e amico di Democare. Essa era molto semplice. Vietava
l'insegnamento filosofico in Atene salvo esplicita autorizzazione dell'assemblea popolare: in caso di
contravvenzione a queste norme prevedeva la pena di morte.48 Un seguace del Liceo, Filone, impugn
la legge di Sofocle per illegalit. E la spunt, nonostante l'intervento di Democare, il quale, per dare
man forte a Sofocle, nel suo durissimo discorso (di cui ci resta memorabile il motto da un Socrate non
potrai mai cavare un uomo onesto!) ripesc ancora una volta le "colpe" di Aristotele, cio, in
sostanza, la sua attivit come "agente" macedone al tempo di Filippo. Segno che il bersaglio erano, s,
le scuole filosofiche in generale, ma in modo preminente si trattava della scuola di Aristotele,
considerata un covo filomacedone. Un altro segnale inequivoco: alla caduta di Demetrio, il comico
Alessi, prolifico poeta, mise in scena Il cavallo (che era anche il soprannome dato scherzosamente ad
Aristotele), in cui esultava per la cacciata dei peripatetici, travolti dalla rovina politica di Demetrio.
Comunque i tempi in cui i demosteniani tuonavano e la citt si allineava erano finiti. Filone vinse la
causa "per illegalit". Sofocle fu condannato a pagare cinque talenti e Teofrasto pot tornare in Atene,
ripristinato in tutti i suoi beni e nei suoi diritti.49 Demetrio invece non torn pi. And esule in Egitto e
l port il germe aristotelico da cui nacque il Museo di Alessandria.
...
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...
7.
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Nel 286 Teofrasto mor. Il suo testamento, molto circostanziato, ci consente di farci un idea
concreta della struttura materiale del Liceo. Dovranno essere completati i lavori per la ricostruzione
del Museo con le statue delle dee [cio delle Muse]; in secondo luogo l'immagine di Aristotele dovr
essere collocata nel Tempio con tutti gli altri doni votivi che prima erano nel Tempio; il portico che
conduce al Museo dovr essere ricostruito non meno bello di un tempo; le tavole che rappresentano
il movimento ciclico della terra dovranno essere riposte nel portico inferiore; l'altare dovr essere
ricostruito sicch risulti perfetto e decoroso; il denaro per l'erezione della statua di Nicomaco  gi
in mano a Prassitele.50 Non solo comprendiamo, da queste prime clausole, che Teofrasto disponeva
l'avvio di opere che miravano al consolidamento e al miglioramento della struttura, ma siamo portati
a immaginare un sito che prefigura, sia pure in piccolo, il Museo alessandrino. Le tavole sui
movimenti della terra dovevano essere uno strumento di studio di cui la scuola andava fiera: la loro
menzione nel testamento ne  una conferma.
Terminate le disposizioni relative all'edificio, il testamento dispone due lasciti ad personam: a
Callino il podere che posseggo a Stagira, a Neleo tutti i miei libri. Sembra chiaro che il senso di
quelle parole sia tutti i miei libri, perch Teofrasto sta parlando, l, della destinazione di sue
propriet. Al contrario il resto delle disposizioni riguarda le strutture della scuola ed il lascito  perci
collettivo: Lego il giardino e il peripato, e tutte le case vicine al giardino, a quelli degli amici (qui
sotto ricordati) che vorranno, rimanendo l, studiare insieme la filosofia, e aggiunge: a condizione
che nessuno alieni questi beni e nessuno se ne serva come cosa privata, ma piuttosto tutti li posseggano
in comune [...] come  conveniente e giusto. Quindi elenca i nomi di coloro che comporranno la
comunit: Ipparco, Neleo, Stratone, Callino, Demotimo, Demarato e pochissimi altri. Si ha la netta
sensazione, raffrontando questo testamento a quello, molto sommario, di Aristotele, che solo con
Teofrasto la scuola ha assunto una vera e propria struttura sia materiale che organizzativa. La piccola
comunit che  invitata a fruire collettivamente di quei beni  quello che si potrebbe definire il
personale stabile, effettivo della scuola: altra cosa, ovviamente, i frequentatori esterni.
I soli che ricevono un trattamento particolare sono Callino, cui viene lasciato un podere che
Teofrasto possedeva in Macedonia proprio nella citt natale di Aristotele, e soprattutto Neleo, cui
Teofrasto lascia i suoi libri. Come mai questi ultimi non facevano parte delle strutture della scuola,
sullo stesso piano, ad esempio, delle tavole astronomiche? La spiegazione si pu trovare in Strabone,
in quella pagina, che abbiamo ricordato pi volte, dedicata al destino dei libri di Aristotele, in
particolare in quella frase con cui il racconto incomincia e con la quale Strabone mette per cos dire i
pezzi sulla scacchiera:51 Dalla citt di Scepsi [in Troade] provenivano i socratici Erasto e Corisco, e
il figlio di Corisco, Neleo, uno che aveva potuto essere allievo sia di Aristotele che di Teofrasto. Neleo
aveva ereditato la biblioteca di Teofrasto nella quale erano compresi i libri di Aristotele. E aggiunge:
Aristotele infatti li aveva lasciati a Teofrasto, cui aveva lasciato anche la guida della scuola. In
questo brano ogni parola ha il suo peso, ma partiamo dalla fine: come una matrioska russa, la
biblioteca (personale) di Teofrasto racchiudeva dentro di s quella di Aristotele. Come si spiega ci?
Aristotele aveva un suo erede "carnale" nella persona di Nicomaco e aveva, ovviamente, l'erede
collettivo rappresentato dalla scuola: eppure i suoi libri sono passati a Teofrasto e, a partire dal
momento in cui il testamento divent operativo (cio alla morte di Aristotele) rimasero stabilmente
dentro la biblioteca di Teofrasto. Teofrasto  l'erede designato, e i libri sono, evidentemente, il testo
personale degli scolarchi, che se lo tramandano l'un l'altro. Perci Strabone precisa che, nel caso di
Aristotele, lascito dei libri a Teofrasto e designazione di Teofrasto erano stati due atti simultanei e tra
loro connessi. Beninteso, gli scolarchi venivano eletti, ma la designazione del predecessore aveva di
certo il suo peso: come era accaduto appunto nel caso di Teofrasto, alla morte di Aristotele (e nel caso
di Speusippo, alla morte di Platone). L'affidamento ad personam dei libri era un segnale molto forte, o
meglio, in una scuola attentissima "ai libri" in quanto verbo del maestro, era il segnale. Dunque Neleo
era l'uomo su cui Teofrasto puntava. E anche questo si comprende se solo si riguardano le altre
"pedine" della scacchiera di Strabone. Neleo era il figlio di Corisco, cio dell'uomo che insieme con
Erasto e Aristotele era passato da Atene ad Atarneo nel lontano 347 quando Aristotele, coi suoi
fedelissimi, e fedelissimi di Ermia, aveva tempestivamente (e, solo a prima vista, inopinatamente)
lasciato l'Accademia. Per giunta Neleo aveva un altro pregio: aveva fatto a tempo ad essere anche
diretto scolaro di Aristotele prima ancora di ascoltare Teofrasto. Ed  chiaro che Strabone chiarisce e
puntualizza tutto ci prima di parlare del destino di quei libri, perch sapeva (dalla sua fonte) che
questi elementi avevano per l'appunto una stretta relazione col fatto che i libri di Teofrasto (e quindi di
Aristotele) fossero passati a Neleo, e, di conseguenza, con la storia movimentata di quei libri, che
subito dopo racconta.
L'imprevisto fu per che non fu eletto Neleo, a succedere a Teofrasto, ma Stratone di
Lampsaco. La regola della designazione elettiva del capo era "sacra", Aristotele l'aveva persino
accentuata, e quasi esasperata prevedendo frequentissime verifiche e riconferme.52 Ma questa volta
determin un risultato a sorpresa. La implicita "designazione" di Teofrasto and a vuoto. Ma nello
stesso momento falliva anche lo spirito di concordia che il vecchio aveva cos caldamente
raccomandato, nel suo testamento. Neleo se ne and a Scepsi, in certo senso ripetendo il gesto e il
percorso compiuto da Aristotele, e suo padre Corisco e dal concittadino Erasto, quando avevano fatto
la loro "secessione" dall'Accademia. E si port con s il suo prezioso carico di libri. I suoi discendenti
ne furono non meno gelosi di lui. Essi ornai non erano che dei privati, commenta Strabone: gente
che non aveva nulla a che fare con la filosofia e con l'insegnamento di Aristotele. Perci conservarono
quel tesoro come un bauletto di gioielli o un tesoretto di monete, lo nascosero in cantina senza neanche
porsi troppi problemi sulle tecniche pi adatte alla conservazione dei libri. Fedeli alla consegna
paterna, applicata alquanto ottusamente, essi si limitarono a vietarne l'accesso a chiunque. Anche i
pi influenti sovrani del tempo cercarono di farglieli cedere con offerte di ogni genere: non solo gli
Attalidi, nella cui giurisdizione si trovava la loro piccola citt, ma anche i Tolomei, i sovrani che in
Egitto ad Alessandria avevano creato la mitica biblioteca, che si diceva comprendesse tutti i libri del
mondo. Dissero di no anche a loro. O meglio li presero in giro cedendo loro la parte meno pregiata 
cos essi pensavano  del loro tesoro: i libri di altri autori greci che Aristotele aveva posseduto. E cos,
di generazione in generazione, trattennero nella loro umida cantina, a marcire lentamente, gli
"originali" del Maestro, finch un loro discendente stufo di seguitare in quella feticistica commedia, li
vendette ad Apellicone di Teo.
Naturalmente questo non vuol dire che ad Atene la scuola ignor, dopo la secessione di Neleo,
il pensiero di Aristotele. Loro avevano l'abitudine di ripetere, alquanto dogmaticamente,
l'insegnamento del fondatore, riesponendolo in una profluvie di trattati. Gi Teofrasto aveva operato
in quel modo. E Stratone, che aveva ascoltato per tanti anni Teofrasto, era in grado di farlo anche lui,
quantunque il suo "debole" fosse soprattutto per la fisica. Insomma in qualche modo surrogarono la
perdita, ma degli autentici trattati del Maestro dovettero fare a meno.
Naturalmente anche Stratone, ad un certo punto, fece testamento e anche lui lasci ad
personam a qualcuno i libri. Li lasci a Licone, da lui esplicitamente previsto come successore.53 Ma
ormai il costume si era diffuso anche fuori: anche Epicuro, che mor nello stesso anno di Stratone, nel
suo testamento lasciava i libri ad Ermarco, successore designato.54
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8.
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Ma quei libri di Aristotele cos fortunosamente recuperati non erano, ovviamente, degli
"autografi". Autografe erano, per lo pi, le scritture private, non i libri: com' chiaro, per esempio, dal
testamento di Stratone, che lascia all'erede designato, Licone, tutti i libri, tranne quanto  scritto di
mio pugno.55 E non erano nemmeno, in senso stretto, degli originali. Erano, come li chiama Gellio,
con appropriato termine romano, ma desumendo il concetto da Andronico, i commentarii delle
lezioni del Maestro. Aristotele faceva lezione, e la cerchia pi ristretta degli allievi annotava:
probabilmente interloquiva, e Aristotele teneva o non teneva conto di tali interventi; approfondiva,
rielaborava, provava nuove stesure. Riproponeva, nel tempo, gli stessi corsi con nuove formulazioni
o integrazioni. E cos procedette per almeno tredici anni (335-323 a.C.). Non di rado riprendeva il tema
da principio. Per esempio il cosiddetto trattato sulla Politica in otto libri, costruito da Andronico nella
forma in cui noi lo leggiamo, in una successione di libri del tutto arbitraria (dove l'ultimo libro
spetterebbe, con ogni probabilit, alle prime stesure), in realt non  un trattato.  l'agglomerato di una
serie di corsi, ripetuti nel tempo, in cui Aristotele affronta e torna ad affrontare, e riprende alla
radice, e riespone ogni volta ab imis il medesimo argomento facendo passi avanti o anche rimettendo
tutto in discussione. Per rendersene conto basta considerare le definizioni, che mutano di libro in libro,
della nozione di democrazia. Solo inizialmente essa  per lui il governo della maggioranza
numerica, ma alla fine abbandona questa nozione banalizzante e molto astratta, per approdare alla
conclusione che democrazia  il governo di nullatenenti, quale che sia il loro numero (che  la
ragione per cui quel tipo di regime non gli piace affatto). Nei libri sulla Fisica  possibile addirittura
individuare frasi che sono probabilmente note, o meglio osservazioni, di ascoltatori. La successione
logica del tutto risulta in questi casi quanto mai provvisoria. Anche in questi casi Andronico (e prima di
lui Tirannione) avr cercato di dare, a quei libri tornati finalmente alla luce, forma compiuta, il pi
possibile coerente e scorrevole. Ma l'originaria natura di quegli scritti non pot essere cancellata. E la
loro vera natura era: che non dovessero essere capiti da chiunque. In una lettera di Aristotele ad
Alessandro, inclusa da Andronico nel suo scritto, ci era detto chiaramente: Sappi che essi hanno
circolato ma  come se ci non fosse accaduto: in quanto possono essere capiti soltanto da chi ha
ascoltato le nostre lezioni.56 Secondo Plutarco un esempio evidente del carattere segreto, quasi
iniziatico, di questi scritti erano i libri sulla Metafisica.57 In queste condizioni l'opera degli editori,
mirante a farne dei libri leggibili rasentava, di per s, la manipolazione.
Oltre tutto c'era la supplementare difficolt di trovarsi a lavorare non gi sui preziosi,
quantunque malridotti, rotoli acquisiti da Apellicone, bens sulle copie che costui aveva fatto allestire
integrando, a modo suo, i luoghi divorati (in senso letterale!) dal tempo.
Il che vuol dire che l'edizione di Andronico, matrice di tutto quanto nei millenni successivi 
stato letto e apprezzato come opera di Aristotele, fu insidiata, in radice, da due inconvenienti: uno
fattuale, e cio la pessima qualit del testo, "depravato" da Apellicone, e uno soggettivo, e cio il
proposito di dare forma organica e compiuta a qualcosa che non era stato mai tale, nemmeno
all'origine. L'Aristotele che noi leggiamo discende da quello costruito (pi che ricostruito) al tempo di
Augusto.  l'Aristotele di cui si nutr il pensiero medievale, sia islamico che cristiano, e che frate
Tommaso con santa impazienza metteva a frutto via via che, da lui pungolato, Guglielmo di Moerbeke
lo voltava in latino.
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Capo 5. Epicuro e Lucrezio: il senso degli atomi.
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1.
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Andronico di Rodi sapeva benissimo come erano nati gli scritti di Aristotele (e quanto fossero
in radice distanti dal testo da lui allestito). Conosceva la regola dei corsi riproposti via via agli
allievi, da Aristotele, nei tredici anni dell'insegnamento ateniese. Ne parlava nel Prologo della sua
edizione, come risulta da una circostanziata notizia di Aulo Gellio, il quale, un secolo e mezzo pi
tardi, lo parafrasa.1 E quello che Gellio racconta concorda largamente con quanto hanno scritto altri
che pure ebbero la fortuna di leggere Andronico: da Plutarco a Temistio, ad al-Mubashir, alla
traduzione di Tolomeo (biografo) allestita da Hunain.
Vigeva dunque una distinzione tra insegnamento meno impegnativo (destinato all'esterno, e
perci detto essoterico) ed uno molto pi impegnativo (acroamatico, cio solo per ascoltatori
eletti, ammessi a questo genere di lezioni). Preliminarmente aveva luogo una selezione degli
ascoltatori, e, di conseguenza, venivano graduati gli argomenti di studio. E anche i libri, che
scaturivano da questi corsi come commentarii, venivano differenziati da Aristotele secondo il
medesimo criterio.
Gellio non fa neanche un cenno ai dialoghi, cio a quella produzione letterariamente rifinita, e
per concettualmente meno impegnativa, che Aristotele aveva pubblicato nel corso degli anni, sin dal
tempo della sua adesione al platonismo. Si pensa generalmente che li includa  in verit alquanto
approssimativamente  tra gli scritti che definisce essoterici. Quel genere di opere, ancorate anche
formalmente all'antico modello socratico del dialogo, divenuto, da Platone in poi, la forma codificata
della scrittura filosofica, non contribuiva a dare un'idea particolarmente significativa, n
particolarmente originale, del pensiero del Maestro. Peraltro la loro circolazione e diffusione non
conobbe soste; n, ovviamente, ebbe a patire per la "secessione" di Neleo e dei libri da lui ereditati. Ed
 perci proprio questo l'unico Aristotele che vulgo si era continuato a leggere, almeno fino al tempo di
Cicerone. Fu l'emergere, o meglio il riemergere dell'altro Aristotele, dei Trattati riordinati da
Andronico, a condannare alla scomparsa quello che per noi , ormai, l'Aristotele perduto.
Quest'ultimo perse attrattiva presso i lettori specialisti e i commentatori.
Quando Epicuro, ateniese di Gargetto, diciottenne, rientr in Attica (322 a.C.), da Samo dove
era stato allevato, le due scuole filosofiche ateniesi non godevano di ottima salute. Nell'Accademia
insegnava Senocrate, e quanto al Liceo, il quadro non poteva essere pi sinistro, dal momento che
Aristotele era stato costretto a rifugiarsi a Calcide (dove di l a poco mor) con grave danno,  facile
intuirlo, del regolare andamento della scuola. Le vicende politiche di quegli anni lo portarono a
Colofone, dove raccolse intorno a s alcuni allievi, e poi daccapo ad Atene dall'anno 306. Altro anno
critico per il Liceo, perch allora fu Teofrasto che dovette lasciare temporaneamente l'insegnamento a
seguito della caduta di Demetrio. L'Aristotele di cui Epicuro ebbe allora nozione, e su cui si form,
senza per entrare nella scuola, fu proprio quello platonizzante dei dialoghi. Non a torto, al giovane
Epicuro le due scuole non parvero poi cos lontane. Su alcuni capisaldi addirittura coincidevano. Erano
i capisaldi dogmaticamente affermati sia dai platonici che dagli aristotelici, intorno ai quali il giovane
cercava da sempre spiegazioni pi convincenti. Sin da quando, ancora fanciullo, aveva chiesto al suo
maestro di scuola di spiegargli cosa fosse il Caos di Esiodo, senza ottenere soddisfacente risposta.2
Quel mondo esistente da sempre e quell'anima individuale destinata ad esistere sempre, condannata ad
una immortalit non facile da conciliare con l'immediata evidenza dell'immancabile disfarsi di tutti i
corpi dentro i quali ogni anima alberga. E poi quel mondo unico, piccolo e alquanto meschino, gli
sembrava un nonsenso a fronte di uno spazio fatalmente infinito: spazio che quei maestri dell'idealismo
non sapevano come riempire. E allora decise di ricominciare da un altro maestro, dimenticato, che non
aveva fatto scuola, ma di cui circolavano le opere ad Atene: Democrito. Al quale beninteso Aristotele
aveva dedicato una sommaria critica nel primo libro della Metafisica.
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Epicuro fu un maestro dal fascino irresistibile. Il primo che abbia fatto proselitismo non elitario.
I cristiani dovettero imparare parecchio da un tale modello, anche se non lo hanno mai amato, e tanto
meno ammesso. Anche Epicuro prometteva felicit, e salvezza, e, come approdo conclusivo,
l'assimilazione a Dio. Cos'altro promettevano i cristiani? Epicuro apriva a tutti le porte della scuola:
giovani o vecchi, uomini o donne, liberi o schiavi. La sua lettera pi poetica, indirizzata all'amico
Meneceo, si apre con il memorabile appello a praticare la filosofia rivolto all'umanit intera: Nessuno
perch giovane indugi a filosofare, n perch vecchio si stanchi di filosofare. Perch l'et non  mai n
immatura n troppo matura per la salute dell'anima. E chi affermi che l'ora di filosofare non  ancora
giunta oppure che  gi passata,  come se dicesse che l'ora della felicit non  giunta o  gi passata.3
Si coglie in queste parole una eco socratica: Io non sono mai stato maestro di nessuno, ma se
qualcuno, giovane o vecchio, desidera ascoltarmi mentre parlo e mentre eseguo il mio compito, non mi
sono mai rifiutato.4 Nella sua comunit anche gli schiavi prendevano parte all'insegnamento
filosofico.5 Tra questi, emergeva uno schiavo di nome Mis, che fu da lui liberato con disposizione
testamentaria insieme a vari altri e ad una schiava di nome Fedrio.6 Nella sua comunit erano attive
molte donne, ovviamente presentate dagli avversari come etre.7 Termine che ad Atene era ben distinto
da prne, prostituta, e significava in realt donne che non intendevano sottostare all'umiliante
segregazione vigente per il sesso femminile nella culla della democrazia, n rivestire il ruolo
subumano che l veniva imposto alle donne per bene, recluse succubi e ignoranti.
L'entusiasmo degli scolari fu una costante (che irritava molto gli avversari); esso si mantenne
intatto attraverso le successive generazioni di adepti, fino a molto tardi, fino a che, si potrebbe dire, ci
fu qualcuno che continu a richiamarsi al pensiero di Epicuro. Questo atteggiamento serb intatta e
immobile, o quasi, la dottrina e si accompagn ad un culto di Epicuro non dissimile da quello che i
cristiani tributarono a Ges. Basti pensare agli inni lucreziani per Epicuro figuranti al principio di quasi
tutti i libri del poema del grande poeta romano (I a.C.). L'immobilismo dottrinale  che fu caratteristico
anche della scuola di Aristotele  ha per noi un vantaggio: consente di adoperare l'unica opera epicurea
giunta a noi integra, appunto il De rerum natura di Lucrezio, come una fedele rielaborazione del
pensiero del maestro. E Lucrezio medesimo che vuole apparire sotto tale luce di divulgatore di un
verbo: il verbo della libert intellettuale, cui vuole convertire il suo destinatario, il nobile Memmio, e,
al tempo stesso, com' ovvio, ogni lettore del poema. Egli vuole che qualunque lettore, leggendo il
poema in esametri latini, sappia che in realt sta leggendo la fedele riproposizione del pensiero di
Epicuro. Perci insiste molto sulla difficolt del tradurre: appunto perch vuole che il lettore sappia che
quella che ha dinanzi  una traduzione.8 Perci anche, negli inni che quasi ad ogni libro rivolge ad
Epicuro, descrive la propria posizione di fronte al maestro come quella di colui che pone i propri piedi
nelle orme di quel grande.9 Non c' nulla da aggiungere, c' solo da convertire gli increduli o gli
obnubilati dai pregiudizi vigenti alla grande luce delle verit scientifiche disvelate da Epicuro.
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2.
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La prima delle quali riguarda la nozione stessa dell'universo. Epicuro non si stanca di ripetere
che esso  infinito. L'universo esistente non  limitato in nessuna delle sue dimensioni: altrimenti
dovrebbe avere un limite. Ma non esiste un limite se non nel caso vi sia un qualcosa che costituisca
questo limite. Ora poich al di l dell'insieme delle cose non c' nulla (n vi pu essere), si deve
concludere che l'universo non ha limite, e dunque  infinito (Lucrezio, I, 958-964). Non importa 
incalza  in quale punto dell'universo tu ti ponga: dovunque ti troverai in un posto a partire dal quale lo
spazio si estende all'infinito. E fa l'esempio della freccia. Poniamo che io raggiunga il (presunto) punto
estremo dell'universo, e che, di l, scagli una freccia: pensi che essa riuscir a volare oltre o che invece
trover un ostacolo? Qualunque risposta tu scelga, essa ti impedisce la ritirata, ti costringe ad
ammettere che l'universo si estende libero da ogni limite: sia che ci sia l un ostacolo esterno che
impedisce alla freccia di raggiungere la sua meta, sia che essa possa proseguire. In un caso come
nell'altro, il punto da cui la freccia  partita non , evidentemente, il punto terminale dell'universo.
Ovunque tu porrai il limite estremo dell'universo, io ti chieder che cosa avverr della freccia
(Lucrezio, I, 975-981).
Ma non soltanto lo spazio  infinito, infiniti sono i mondi, come il nostro, che esso racchiude.
Un mondo  una parte circoscritta di cielo, che comprende astri e terra e tutte le cose visibili. [...] Che
siffatti mondi siano infiniti di numero  possibile coglierlo col pensiero scrive Epicuro a Meneceo. Un
mondo come il nostro pu nascere in qualunque momento: altrove, per esempio in quegli intervalli tra i
vari mondi che si definiscono intermundia; o pu subentrare a mondi come il nostro, dal momento che
tutti questi mondi possono dissolversi prima o poi. Questi mondi si formano  spiega Epicuro al suo
ascoltatore-lettore  quando certi semi appropriati vi affluiscono da un mondo o da un intermundio o
da pi d'uno, e a poco a poco crescono e si articolano tra loro e passano da un luogo all'altro [...] e
vengono adeguatamente riforniti da quelli che li hanno fino a quando non raggiungono il loro perfetto
compimento e durata.10
Il grande passo avanti che questa visione rappresenta rispetto all'antropocentrismo di Aristotele
(che risulter conforme poi alla nozione cristiana delle "dimensioni" dell'universo)  proprio qui in
questa dilatazione infinita dell'universo, nella moltiplicazione indefinita dei mondi, e nel conseguente
ridimensionamento dei troppo auto-latrici terrestri. Non  assolutamente verosimile, quando da ogni
parte si apre lo spazio libero e senza limiti e infiniti semi volteggiano in mille modi, animati da un
movimento eterno, che unicamente la nostra terra e il nostro cielo siano stati creati, e che, fuori di esso,
tutti questi innumerevoli elementi primi restino inerti (Lucrezio, II, 1052-1057). Ad un certo punto del
suo quinto libro, il pi originale forse dell'intero poema, Lucrezio mostra di ritenere che anche gli altri
infiniti mondi siano abitati da esseri viventi: sarebbe giusto attribuire questo all'universo in generale,
ai vari mondi diversamente costituiti dalla natura, piuttosto che restringerlo a un solo mondo
particolare, qualunque esso sia (V, 1344-1346). In quel caso Lucrezio sembra voler segnalare che
l'ulteriore corollario relativo agli infiniti mondi  una sua illazione. Come vedremo pi oltre, proprio il
finale del libro quinto  forse il luogo in cui Lucrezio pensatore in proprio ha percorso strade sue
proprie. Ma torniamo alla dottrina del Maestro.
"Semi", "elementi primi", "corpi della materia", "atomi". Sono i vari termini con cui la fisica
epicurea denota l'atomo, che considera unica realt primaria, insieme al vuoto. Nell'immenso spazio,
che non ha confini, essi volteggiano, come si esprime Lucrezio. Sono masse sterminate di atomi; ed
una forza immanente (ma gi questa  un'espressione che ha un po' il sapore della provvidenza stoica)
ne determina l'aggregazione. Grazie ad essa sorgono mondi, esseri, corpi, mentre, operando in
direzione contraria, un intimo fattore di logoramento ne determina la inevitabile disintegrazione.
Si pu fissare lo sguardo proprio su questo nesso e individuare qui una crepa del sistema
epicureo. Per Democrito, creatore della visione atomistica della realt, fatta poi propria e sviluppata da
Epicuro, quel volteggiare di atomi non era che un volteggiare cieco, e tuttavia capace di produrre la
realt fisica che tutti vediamo. Epicuro introdusse un correttivo: una sorta di direzionamento degli
atomi, che Lucrezio espresse in latino con la parola clinamen, propriamente inclinazione,
deviazione.11 Introdusse dunque un correttivo al movimento degli atomi. Gli atomi d'altra parte, in
virt del loro peso, cadrebbero costantemente in verticale.
Non pu sfuggire il macro-materialismo di questa visione degli atomi-pallottole. Dopo la
conquista, vanto del pensiero scientifico del nostro secolo, della nozione di materia come energia (che
sembra ridare prestigio al platonismo), ed il superamento del limite in basso della materia costituito
dall'atomo-pallottola, la visione epicurea fa un po' sorridere. E cos anche il garbuglio di invenzioni
macchinose cui Epicuro ricorre per imprimere un movimento a questa massa di atomi, e dare un senso
all'esito di questo incessante movimento, che rassomigli al mondo visibile. Nella caduta in linea retta,
che grazie al loro peso porta gli atomi attraverso il vuoto, a un momento che non  predeterminato e in
un luogo che non  prestabilito [queste precisazioni mirano, un po' affannosamente, ad eliminare ogni
rischio di provvidenzialismo, ma restano affermazioni alquanto dogmatiche], essi si scostano di poco:
quanto basta perch si possa dire che il loro movimento se ne trovi modificato. Senza questa
deviazione, come gocce d'acqua, gli atomi cadrebbero dall'alto in basso nel vuoto profondo: non vi
sarebbe alcun urto tra loro, nessuna collisione, e la natura non avrebbe creato alcunch (Lucrezio, II,
217-224). Formulazione, quest'ultima, quanto mai suggestiva e, insieme, imbarazzante da un punto di
vista strettamente atomistico: la natura creatrice diventa inevitabilmente una entit (o una forza
immanente) che d uno sbocco a quel vortice di atomi in caduta libera. Essa crea con l'aiuto del
clinamen. Tutti gli atomi  cos sguita la dimostrazione  portati attraverso il vuoto inerte devono
muoversi con uguale velocit, nonostante la diversit di peso. I pi pesanti non potranno mai
precipitare dall'alto sui pi leggeri n generare da s [con la loro autonoma efficacia] gli urti che
diversificano: movimenti grazie ai quali la natura dirige [regola] la realt [le cose].12 E poco prima
aveva parlato di movimenti creatori determinati da quegli urti.13 Gli urti (che Democrito non aveva
previsto) sono dunque indispensabili a determinare l'evento creativo, ma la guida della natura (entit
imprecisata) resta indispensabile. Questa guida diventa evidente (ma anche imbarazzante) quando la
infinita variet degli esseri, delle specie, della vegetazione etc., impone di concludere che gli atomi non
sono tutti uguali, sono differenziati, e che  la natura che li ha prodotti appunto cos differenziati, al
fine di consentire la nascita di esseri differenti (II, 377-380). Sembra quasi uno slittamento in direzione
delle "omeomerie" di Anassagora (le ossa sono fatte di parti infinitamente piccole di ossa, cos il
sangue, cos l'acqua etc.), che pure viene fieramente avversato (II, 830-920). Per giunta a questa idea,
che carica la natura di compiti sempre pi complessi e direttivi, si aggiunge un corollario: che le
variet degli atomi non sono infinite (II, 478-521). E viene da chiedersi chi abbia stabilito il numero
massimo: indubbiamente la onnisciente natura. La quale, inevitabile riconoscerlo, rassomiglia,
almeno quanto alle sue funzioni, al ???? (Mente) che secondo Anassagora muove e regola le
omeomerie.
A fronte di questo groviglio irrisolto (e in verit non irrilevante), c' per, in Epicuro, una
grande intuizione anticipatrice: l'idea che il mondo  destinato anch'esso a perire (V, 91-145); che tutto
l'universo  mortale, come lo sono le sue parti (V, 235-350); che l'universo nel suo insieme non
possiede nessun carattere di immortalit (V, 351-379); mentre  la materia atomica come tale che
costituisce l'unico elemento durevole, eterno (II, 294-307). Eternit della materia e mortalit
dell'universo riescono cos a coniugarsi. Viene cos storicizzata anche la realt fisica, un bel passo
avanti rispetto alle concezioni antropomorfiche, pi che antropocentriche, dell'universo, concepito
come non di molto pi grande della carta geografica di Ecateo.
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Se  conforme allo stile dei seguaci di Epicuro annullarsi nel Maestro, ridursi al ruolo di
portavoce del suo pensiero,  per fastidioso constatare come questo costume abbia frapposto ulteriori
difficolt alle nostre gi scarse conoscenze. Accade, cos, che Lucrezio, unico autore epicureo
superstite, ometta, con singolare tenacia e coerenza, nel suo lunghissimo poema, qualunque riferimento
a se stesso. Le uniche volte che parla in prima persona (ho visto...), e rievoca  o sembra rievocare 
esperienze sue personali, che ci aiutano a ricostruire, sia pure con cautela, qualche attimo della sua vita,
lo fa unicamente per rievocare una esperienza scientifica da lui direttamente vissuta. Non  certo un
cedimento all'autobiografismo. Cos, un autore che  stato a contatto con una delle pi importanti
cerchie intellettuali del tempo, quella di Cicerone e di Attico (lo capiamo da un cenno di Cicerone in
una lettera al fratello e da una frase di Cornelio Nepote)14 resta per noi quasi completamente uno
sconosciuto. Al punto che, forzando un po' le cose, qualche studioso, e non dei pi ingenui, si  spinto
a pensare che un Lucrezio non sia mai esistito. Ipotesi che, se anche fosse vera, renderebbe la
situazione anche pi disperante: ci troveremmo infatti davanti ad un poema adespoto; non avremmo pi
neanche il nome dell'autore, n dovremmo prestar fede al nome che pure figura al principio e alla fine
del poema nei due preziosi manoscritti medievali che lo tramandano. Ma questa ipotesi  solo un
paradosso.  impossibile che i due riferimenti ad un poeta Lucrezio che troviamo in Cicerone e in
Cornelio Nepote non riguardino il Lucrezio che i manoscritti del De rerum natura presentano come
autore del poema. Inoltre in un frammento epigrafico, proveniente dal monumento epicureo fatto
costruire a Enoanda (Asia Minore) da un devoto epicureo di nome Diogene, viene fuori il nome del
meraviglioso Caro, che potrebbe essere Lucrezio.
Qualche sorpresa suscita il fatto che, quasi quattro secoli pi tardi, un erudito cristiano della
levatura di Girolamo sia in grado di fornire, nel suo repertorio cronografico (Chronicon), una piccola,
sapida e movimentata biografia di Lucrezio, fornita anche di precise date di nascita e di morte.15 Una
vita breve, appena 44 anni, conclusasi col suicidio e compresa tra il 94-3 ed il 51-50 (ovvero 50-49)
a.C. Una vita segnata da un unico tragico evento: la follia, causata da un filtro amoroso. Follia che
avrebbe causato, per un verso, la composizione a intervalli (nelle parentesi di lucidit) del poema e,
per l'altro, il suicidio. La notizia si conclude con una informazione filologica: editore (postumo) del
poema sarebbe stato proprio Marco Tullio Cicerone. Un editore critico d'eccezione, il grande oratore,
politico, studioso di filosofia greca e poeta non trascurabile, ucciso dai sicari dei triumviri nel 43 a.C.
Questa storia  molto suggestiva, anche se qua e l un po' troppo ingenua. Perch, ad esempio,
attribuire alla alternanza follia/lucidit il fatto che un poema non sia stato composto di getto e senza
interruzione? E quale poema di ottomila versi non si compone un po' per volta e alternando la stesura a
pause pi o meno lunghe? Dunque la composizione scandita nel tempo del lungo e complesso poema
(ammesso che sia ricavabile da indizi interni al poema!) non  che un carattere comune a qualunque
analoga, sommamente impegnativa, composizione: non richiede, come causa determinante, la follia
intermittente.
Ad ogni modo la follia amorosa  un eccellente spunto romanzesco. E cos un decadente,
Marcel Schwob (1867-1905), il cui libro (Vies imaginaires, 1896) fu paragonato all'hashish, scrisse il
breve romanzo della vita di Lucrezio: non del tutto immaginario, come il titolo prometteva, visto che
l'hashish di partenza lo trovava in San Girolamo. Per Schwob, il cui esotismo un po' colonialista alla
Salammb scadeva nel gusto orientaleggiante del Bagno turco o dei quadri di Paul-Louis
Bouchard e di Tapir y Bar, il filtro amoroso era stato propinato a Lucrezio da una misteriosa bella
africana dai seni metallici e dalle masse attorcigliate di capelli, la quale passava gran parte del
suo tempo su letti da riposo, circondata di crateri di vino e coperta, sulle braccia, di smeraldi
translucidi. Facciamo grazia del resto: alla fine del dramma, Lucrezio si avvicin alla bella africana,
che faceva cuocere  in un sussulto attivistico contrastante con la precedente assuefazione ai "letti da
riposo"  una pozione su di un braciere in una pentola di metallo. (E si sa quanto siano pericolosi i
precipitati chimici prodotti da alcuni metalli). A furia di fissare la pozione, che diveniva sempre pi
simile a un cielo torbido e verde (fenomeno raro in verit), Lucrezio, nonostante i blandi
ammonimenti della donna, fu indotto a bere il filtro. E subito la sua ragione scomparve, ed egli
dimentic tutte le parole greche del rotolo di papiro [di Epicuro]. E per la prima volta, divenuto pazzo,
conobbe l'amore e nella notte, poich era stato avvelenato, conobbe la morte. Una specie di T nel
deserto, forse un po' pi sbrigativo. Povero San Girolamo, di quali morbosit gli  toccato di essere la
fonte. Inutile dire che il santo erudito deve aver tratto quelle notizie da altre fonti precedenti. Neanche
tanto antiche, dal momento che un altro battagliero padre della chiesa, Lattanzio (morto intorno al 320
d.C.), che conosce e spesso adopera, a fini polemici, Lucrezio, pur elencando, nel quadro della sua
macabra attivit apologetica, i suicidi degli scrittori pagani, compreso quello di Democrito padre
dell'atomismo, ignora del tutto un qualunque suicidio di Lucrezio. Si pu essere portati a pensare che
tutta la leggenda sia nata dalla lettura del poema: da quello che Lucrezio aveva scritto del (presunto)
suicidio di Democrito (III, 1040-1041: sentendo illanguidire nella sua mente i movimenti della
memoria, si present spontaneamente alla morte) e dalla cupa e mortificante descrizione della
fisiologia dell'amplesso che Lucrezio squaderna alla fine del libro quarto (1037-1191). Va da s, per
passare ad un altro aspetto della biografia geronimiana, che l'idea, alquanto stravagante, che Cicerone
abbia fatto, morto Lucrezio, l'edizione critica (emendavit) del poema,  semplicemente una
costruzione  indegna di un biografo serio ma concepibile nel IV secolo quando Simmaco faceva
allestire edizioni di Livio e di altri classici  imbastita sulla base della lettera di Cicerone al fratello
Quinto, contenente un breve e controverso giudizio sui versi di Lucrezio. Naturalmente  facile
precisare che nulla autorizza a pensare che Lucrezio fosse gi morto quando Cicerone scriveva quella
troppo sollecitata frase: la frase  del febbraio del 54 a.C. e Lucrezio, proprio dalla cronologia nota a
Girolamo, sarebbe morto non prima dell'anno 50. Insomma di quella biografia non resta in piedi nulla,
se non il fatto che proprio essa dimostra che, in assenza di notizie sul poeta, ci si era ridotti, come del
resto lo siamo anche noi, ad interrogare, magari un po' disinvoltamente, il poema.
La realistica descrizione delle miniere di Skapt Hyle in Tracia e l'espressione molto diretta e
quasi autoptica che adopera (VI, 806-810: non vedi quali fetori emana Skapt Hyle?) hanno fatto
pensare, forse a ragione, a un viaggio in Grecia: una esperienza che i colti romani, specie se portati alla
filosofia, quasi mai si negavano. Per Lucrezio, che termina il poema mettendo in esametri latini alcuni
capitoli di Tucidide, potrebbe essere stato anche una specie di "pellegrinaggio" nei luoghi tucididei.
Nulla di insolito, dunque, n di particolarmente illuminante sulla persona del poeta. Ma c' una serie di
luoghi, nel poema, che aiutano invece a capire cosa pensava Lucrezio fuori della stretta sua attivit di
appassionato divulgatore della fisica atomistica. E sono i suoi pensieri politici, o meglio riferiti alla
realt politica, che palesemente scaturiscono dalla sua lunga esperienza della realt politica e sociale
romana. Come per un altro grande traduttore romano, il commediografo Plauto, si  potuto scrivere un
Plautinisches im Plautus (Elementi plautini in Plauto), cos l'analogo potrebbe farsi per Lucrezio
mirando appunto al suo pensiero, o meglio alla sua reattivit politica, che non pu avere rapporto con il
trattato di Epicuro Sulla natura.
Un testo capitale  il secondo proemio. Quel proemio radicalmente, provocatoriamente,
antitetico all'esaltazione romana dell'eroismo guerresco: dove si esalta lo stare a guardare le altrui
guerre, senza partecipare ai pericoli. Metafora della serenit conseguita, con la filosofia, dal saggio,
che resta esente dai turbamenti delle passioni indotte dai pregiudizi appunto come l'osservatore sereno
della tempesta o della battaglia ne rimane indenne. Ma  lo svolgimento ulteriore del proemio che
colpisce: niente vi  di pi dolce che occupare le alte fortezze della scienza: regioni serene dalle quali,
abbassando lo sguardo, puoi vedere gli altri uomini errare da ogni parte, competere per primeggiare
nell'ingegno, contendere in nobilitas [che a Roma significa puntare alle magistrature pi alte, pretura e
consolato, che procurano, ai discendenti dell'eletto a tali cariche, il rango di nobilis], sforzarsi con
fatica che non ha l'eguale di notte e di giorno di spingersi fino al massimo delle ricchezze e di ottenere
il potere. Il corpo umano  prosegue poco oltre  ha bisogni molto limitati: la natura non richiede di
pi. E oppone, a quel pochissimo, il modello di vita signorile: statue dorate di giovani che reggono
nella destra fiaccole accese per rischiarare orge notturne. Le febbri non abbandonano un corpo
lussuosamente vestito prima che un corpo sdraiato su stoffe plebee (plebeia vestis).16 Alla fine del
libro terzo il motivo ritorna nella forma pi pungente. Tutto il libro, dedicato al tema della mortalit
dell'anima e della conseguente infondatezza del timore della morte, di cui  un corollario la
dimostrazione della inconsistenza di questi castighi ultraterreni, culmina, con autentica foga oratoria,
nello svolgimento di un paradosso (solo apparentemente tale): le pene infernali  il sasso di Sisifo,
Titio lacerato dai rapaci etc.  non sono in quel superaffollato Ade creato dall'umana fantasia, bens su
questa terra! Sisifo esiste, ma esiste su questa terra; lo abbiamo sotto gli occhi: si accanisce a brigare
nelle elezioni per ottenere i fasci e le scuri terribili [i simboli del potere consolare], ma sconfitto, si
ritira in preda alla disperazione.17 E qui, dopo il puntuale riferimento alle elezioni romane, agli
immancabili tormenti delle campagne elettorali e delle sconfitte, Lucrezio colloca una delle pi
importanti sue riflessioni: il potere  cosa vuota, e soprattutto non viene mai effettivamente conseguito
(inanest nec datur umquam).18 Il potere dunque non lo ha neanche chi crede di averlo.  un fantasma.
L'atto con cui gli elettori te lo affidano, o pare te lo affidino,  ingannevole: non ti danno
effettivamente nulla. Questo  un colpo mortale a tutta l'etica pubblica romana, fondata sul
perseguimento delle cariche politiche elevate, in omaggio ad una idea di convivenza che ruota intorno
alla compravendita elettorale.
La chiarificazione di questa sentenza all'apparenza paradossale  in un altro punto altamente
politico del poema: il finale del libro quinto, dove  tracciato un profilo della storia umana e del
progressivo (e agli occhi di Lucrezio rovinoso) costituirsi della propriet privata e dello stato. Secondo
lui  qui probabilmente svincolato da precedenti formulazioni di scuola  in origine il criterio per
l'assegnazione di un ruolo di guida nelle comunit primitive fu la bellezza, la prestanza fisica; allora la
propriet non esisteva e le risorse (bestiame, terra) erano distribuite secondo la bellezza, la forza, e le
qualit di spirito di ciascuno. Solo in seguito fu inventata la propriet (res inventa est) e fu scoperto
l'oro, che rub senza fatica alla forza e alla bellezza il loro prestigio.19 La vera dottrina (vera ratio)
 cio,  da pensare, la dottrina di Epicuro , ove governasse, sovvertirebbe radicalmente questa
assurda scala di valori: vera ricchezza sarebbe, in tal caso, saper vivere con poco, del quale poco non vi
 mai penuria. Invece la convivenza  stata fondata su una scala di valori opposta, che pone a
fondamento di tutto l'opulenza. Follia, poich la lotta che sostengono per conseguire il potere (ad
summum succedere honorem: altro riferimento al consolato) ha reso la strada irta di pericoli.20
L'invidia li colpisce immancabilmente ed essi precipitano nell'orribile Tartaro.  meglio dunque
obbedire e serbare la tranquillit piuttosto che esercitare il dominio21 (satius... parere quietum/quam
regere imperio: un verso bersagliato da Virgilio nel pi imperialista dei versi dell'Eneide [VI, 851]).
Un elogio dello stato di dipendenza che suscita interrogativi sulla posizione sociale dello stesso
Lucrezio. Il quale, alla conclusione di questo importante svolgimento, si concede una sorta di invettiva:
lasciali sudare sangue ed esaurirsi in vane lotte sull'angusto cammino dell'ambizione! Loro non
hanno pi mente autonoma (sapiunt ex ore alieno).22 Ecco perch alla fine del libro terzo, in un
contesto non meno incalzante ed emotivo, lanciava la formula il potere non viene mai effettivamente
conseguito: appunto perch chi, seguendo le strade dell'ambizione, alla fine lo consegue, abdica al
suo stesso cervello: sapit ex ore alieno.
Tale era Lucrezio. Ed  un segno della intima perplessit intellettuale di Cicerone e della sua
cerchia il fatto che un uomo del genere sia vissuto alla loro ombra e a loro stretto contatto, e che in
quella cerchia abbia poetato mettendo in crisi molte delle certezze per cui questi uomini vivevano o
credevano di vivere.
...
.
...
3.
.
Lucrezio d una posizione centrale, nella sua esposizione della dottrina epicurea, alla
dimostrazione della mortalit dell'anima. Questo argomento occupa per intero il terzo dei sei libri del
poema, e costituisce il fulcro su cui poggia la tesi che sembra stare pi a cuore al poeta: non si deve
temere la morte, con tutte le implicazioni che quel timore insensato comporta.
Combattendo la veduta della immortalit dell'anima, radicatissima nel pensiero di Platone e di
Aristotele, e prima ancora nella tradizione religiosa, Epicuro davvero compiva il pi radicale gesto di
rottura. Il gesto che ne faceva ipso facto il nemico, l'eversore della tradizione; addirittura l'ateo,
nonostante la sua insistente professione di fede nell'esistenza degli dei, meri spettatori peraltro,
secondo la sua concezione, dell'autonomo funzionamento dell'universo.
Scrive Epicuro a Meneceo: Abbi sempre familiare il pensiero che nulla per noi  la morte.
Ogni bene ed ogni male, infatti,  nella sensazione, e la morte  privazione della sensazione. Perci la
retta conoscenza che nulla per noi  la morte rende godibile la mortalit della vita, non perch vi
aggiunga un tempo infinito, ma perch elimina il desiderio dell'immortalit. Epicuro sovverte il senso
comune: Nulla di terribile vi  nel vivere per chi abbia la schietta consapevolezza che nulla di terribile
vi  nel non vivere. Di qui discende non soltanto il precetto epicureo sulla insignificanza per ciascuno
dei viventi della morte, ma anche la assunzione come dato assodato che la vita di chi non ha fatto
proprio quel precetto  un inferno.  l'esatto contrario di quello che il senso comune ama credere: che
cio non vivere  terribile, mentre vivere  di per s una condizione favorevole. Vaneggia chi sostiene
di temere la morte non perch ci arrechi dolore quando  presente, ma in quanto imminente. Ci che
infatti non ci turba quando  presente, quando  atteso reca un dolore inesistente. Dunque il pi
rabbrividente dei mali  nulla per noi: giacch quando noi siamo, la morte non  presente, e quando 
presente la morte, allora noi non siamo. Anche su questo punto il senso comune  in errore: il volgo,
ora fugge la morte come il pi grande dei mali, ora la cerca come cessazione dei mali della vita! Invece
il sapiente n rinunzia al vivere n ha paura del non vivere.23
 la consapevolezza della natura mortale dell'anima che elimina il timore della morte. Dopo
averti fatto conoscere gli elementi costitutivi dell'universo [gli atomi], la variet delle loro forme e il
movimento eterno che li trascina e li fa volteggiare spontaneamente, e il modo in cui possono creare
tutte le cose, l'ulteriore argomento che dobbiamo trattare  la natura dell'animo e dell'anima, e bisogna
scacciare quel timore dell'Acheronte che, penetrando fino al fondo dell'esistenza umana, turba alla
radice la vita di tutti, la colora interamente del nero della morte e non consente che alcun piacere
sussista puro e senza ombre (Lucrezio, III, 31-40).
Il filo del ragionamento  limpido: anche l'animo e l'anima (le facolt intellettive e lo spirito
vitale) sono agglomerati di atomi  ovviamente di speciali atomi ad hoc; di conseguenza con la morte
dell'organismo si dissolvono anch'essi (ma questo passaggio richiede, nel seguito del libro, una
specifica dimostrazione); se dunque anche l'anima  mortale, tutto quello che una tradizione millenaria
ha raccontato sulle pene eterne che ci attendono nell'aldil  privo di fondamento. I discorsi terrificanti
sull'Ade, l'Acheronte, le sofferenze delle anime e tutto lo strumentario teorico e pratico connesso a
questo mondo inventato si disfano come neve al sole, svaniscono. E sorge semmai il problema di capire
perch siano nati. Lucrezio su questo punto  molto chiaro ed insistente: c' una casta sacerdotale che
vuole esercitare un controllo spirituale sugli esseri umani. Lo dice gi subito al principio del poema al
suo destinatario ed al lettore: vinto dai discorsi terrificanti (terriloquis dictis) dei sacerdoti, in
qualunque momento (quovis tempore) tu cercherai di staccarti da me (I, 102-103). Qui l'idea dell'
interesse di qualcuno a mantenere gli uomini nell'ignoranza col timore dell'aldil  molto netta.
Vedremo se non sia il frutto di una peculiare sensibilit di Lucrezio. La sua diagnosi non  disgiunta,
comunque, da quella tradizione critica, che risale alla sofistica ed  documentata per noi dal dramma
satiresco di Crizia (Sisifo), dove l'invenzione dell'aldil come luogo di pene eterne da paventare
nell'aldiqua  presentata come il ritrovato di qualcuno che voleva cos consolidare il controllo sui
comportamenti degli uomini.
Quello che per distingue l'antica scoperta sofistica dell'"invenzione degli dei" dalla scientifica
predicazione epicurea sull'inesistenza delle pene ultraterrene  la diversa efficacia etica delle due
scoperte. Epicuro ed i suoi seguaci si pongono agli antipodi dell'indifferentismo etico dei sofisti (di
alcuni di loro, beninteso). Per Epicuro ed i suoi seguaci la rivelazione della semplice verit secondo cui
la morte  la fine di tutto e non vi sono "secondi tempi" che ci attendono, implica un'etica tutta terrena
e perci tanto pi austera. Tutta la partita si gioca qui, non c' un dopo in base al quale regolarsi. Il
bene tu lo fai non per ragioni esteriori ma perch devi farlo qui come fonte della tua felicit qui. Ed il
culmine di questa elevatissima etica laica  che il bene  fonte di felicit e benessere: l'altruismo, si
potrebbe dire con gli utilitaristi inglesi, come forma suprema (e sicuramente non nociva) di egoismo.
.
La superiorit morale di colui che si muove nella luce di Epicuro rispetto alla volgarit
edonistica di chi continua a nutrirsi di pregiudizi  posta in luce con la consueta veemenza oratoria da
Lucrezio (non a torto, definito da Goethe, oratore con doti poetiche) verso la conclusione del libro
terzo. Distesi a tavola, reggendo le coppe piene di vino, con la fronte ombreggiata di corone, amano
dire in tono convinto: "Breve  per noi mortali il godimento di questi beni: presto saranno passati, e noi
non potremo pi richiamarli" (III, 912-915). L'empito oratorio prende la mano al poeta, il quale si
lascia andare ad inventare una dura reprimenda della Natura ai ciechi edonisti (se la Natura
improvvisamente si mettesse a parlare e rivolgesse questi rimproveri): una finzione oratoria che
richiama alla mente il discorso della Patria a Catilina, collocato, con analogo proposito emotivo, da
Cicerone nel finale della Prima Catilinaria. Ecco una scelta dal discorso della Natura che ha
certamente ispirato il discorso altrettanto duro della Natura all'Islandese nel dialogo leopardiano. Che
motivo hai, individuo mortale, per abbandonarti a questi lamenti? A questi pianti senza misura? Perch
la morte ti strappa questi gemiti? Se hai potuto godere a tuo piacimento della vita fin qui trascorsa, se
tutti questi godimenti non sono stati come versati in un vaso forato, se non sono scorsi via perduti senza
profitto, perch come un convitato sazio non ritirarti dalla vita?.24 Torna ancora una volta il motivo
romano del banchetto come luogo geometrico della saziet: i banchetti illuminati da statue efebiche
nel secondo proemio, i banchetti degli edonisti tristi in questo stesso contesto del libro terzo. Cosa
risponderemo se non che la Natura ci sta intentando un giusto processo, che sta perorando una causa
pi che fondata?.25 Altra terminologia politico-giudiziaria tipicamente romana.
La Natura che si mette improvvisamente a parlare non , per, una semplice trovata oratoria. La
Natura  la sola "divinit" che occupa, con funzioni direttive, l'universo atomico lucreziano. Certo la
personificazione  un gioco, nel quale il suo amico Cicerone, nel discorso suo pi celebre e pi limato,
si era illustrato, e aveva fatto scuola. Ma la Natura  anche la forza che muove gli atomi. Quando cerca
di spiegare il confuso concetto di deviazione (clinamen), Lucrezio si lascia sfuggire una frase molto
illuminante: senza questa declinazione, gli atomi, come gocce d'acqua cadrebbero tutti in verticale
verso la profondit del vuoto, non nascerebbe tra loro alcuna collisione, e la Natura non avrebbe potuto
creare alcunch.26 E poco dopo, ancor pi chiaramente: gli atomi non potranno mai generare di per
s (gignere per se) quegli urti che determinano i differenziati movimenti grazie ai quali la Natura
regola la realt (per quos Natura gerat res).27 In latino non ci potrebbe essere espressione pi
impegnativa di rem (o res) gerere: indica l'attivit del capo, del responsabile, del leader, di cui i posteri
ricordano appunto le res gestae.
Riepilogando. C' una Natura forza direttiva e regolatrice; c' un misterioso clinamen
(provocato dalla natura?) necessario a determinare gli incontri-scontri degli atomi; questi urti
provocano i movimenti genitali (II, 228: genitalis motus) tra loro variati, caso per caso, da cui
nascono gli esseri, gli oggetti etc. Sar probabilmente la Natura, visto che gerit res, a stabilire la
differenza tra un "moto genitale e l'altro". Ma questo la caricherebbe, certo, di un ruolo apertamente
divino, assimilabile a quello di una divinit attiva e interventista, e decisiva, come le divinit
tradizionali. Addirittura gli scappa di definirla creatrice (II, 224). Una soluzione sarebbe quella di
definire questa divinit sui generis come un dio immanente nella realt stessa, tanto pi che si chiama
"natura"; ma non sembra che Epicuro, sicuramente non l'ha fatto Lucrezio, si sia spinto a questa
chiarificazione, che rischiava comunque di mandare in frantumi il meccanicismo atomistico.
La poca chiarezza su questo punto ha creato contraddizioni. A distanza di un libro, Lucrezio si
contraddice sul punto delicato che sta alla base della sua costruzione e parla di "movimento spontaneo"
degli atomi (III, 33), mentre nel libro precedente aveva scritto che gli atomi non potranno mai
generare da s quegli urti che determinano i differenziati movimenti, grazie ai quali la Natura regola la
realt. Qui invece, riepilogando il gi detto, afferma che gli atomi sua sponte (spontaneamente)
volteggiano, agitati da un movimento eterno (III, 33).  talmente imbarazzante la situazione, che
Lucrezio ricorre persino alla nozione di fato. Nel contesto del libro secondo, dove propende per
l'idea che gli atomi non siano essi stessi a suscitare n gli urti, n i conseguenti movimenti,
Lucrezio approda infatti ad una formula che rischia di andare addirittura fuori dell'ortodossia, per lo
meno sul piano terminologico. Dice infatti che tutti i movimenti sono solidali, che ogni volta un
movimento nuovo nasce dal pi antico, secondo un ordine prestabilito (fisso: certo ordine), e che nel
loro declinare, gli atomi tuttavia non determinano un moto che rompa le leggi del fato (II, 251-254).
Eppure, sappiamo da Cicerone, Epicuro ritiene di superare la necessita del fato per mezzo della
declinazione degli atomi (De fato, 10, 22). Dunque, a quanto pare, Epicuro diceva il contrario: il
clinamen infrange la necessit del fato.
Va da s che a questo punto si pone la domanda: che rapporto vi sar tra la Natura, la
onnipotente natura lucreziana, e questo "fato"? Forse coincidono? Un dualismo infatti sarebbe un vero
problema. E ancora pi la situazione si complica, se si pensa che nel finale del libro quinto, quando si
tratta non pi del mondo naturale ma di quello storico e umano, quando meno il lettore se lo aspetta,
viene fuori una non so quale forza nascosta (V, 1233: vis abdita quaedam), che rovescia
inaspettatamente le fortune umane. Una qualche forza nascosta [segreta] frantuma i destini umani e
calpesta i fasci gloriosi e le terribili scuri [ancora una volta i simboli del potere dei consoli romani] e
sembra farsene beffe.28 Non c' che dire:  qualcosa che somiglia alquanto alla tradizionale nozione
di "fato". Il primo a rilevarlo fu un grande ed inquieto pensatore francese, Pierre Bayle, nella voce
Lucrce del Dictionnaire historique et critique. Ecco un filosofo  scrisse Bayle  che ha un bel
negare ostinatamente la provvidenza e la forza della fortuna, e attribuire tutte le cose al movimento
necessario degli atomi, causa che non sa n dove va n ci che fa; e invece l'esperienza lo costringe a
ravvisare, nel corso stesso egli eventi, una spiccata propensione (affectation) a rovesciare le dignit
eminenti che si manifestano tra gli uomini. E prosegue: io non mi stupisco del fatto che Lucrezio si
sia accorto di questa tendenza, inesplicabile a stare ai suoi principi, e disagevole da spiegarsi anche
secondo gli altri sistemi: bisogna ammettere infatti che i fenomeni della storia umana gettano i filosofi
in imbarazzi non meno gravi che i fenomeni della storia naturale. E conclude per che il sistema
epicureo  quello che maggiormente viene messo in difficolt dalle difficults dont je parle.29
Qualche studioso moderno, di sicuro meno intelligente del grande critico secentesco, ha tentato di
cambiare quella frase per impedirle di dire ci che non dice.30 Una tale futile procedura non
meriterebbe nemmeno di essere ricordata se non fosse di per s un segnale dell'imbarazzo che suscita
nei critici (a dir vero alquanto bigotti) una cosi forte deviazione di Lucrezio dall'ortodossia epicurea.
Si potrebbe dire che quella deviazione avviene proprio l dove, ancora una volta, Lucrezio
pensa a realt romane: i bei fasci e le terribili scuri.  alle insegne del potere politico romano che
pensa quando vuole indicare bersagli della cieca potenza, della "forza occulta" propensa a mandare in
rovina i potenti. Il calarsi nella sua realt romana  occasione dunque per Lucrezio di maggiore
autonomia intellettuale rispetto al Maestro di cui si proclama, negli inni, seguace pedissequo. Di fronte
alla realt romana Lucrezio crea in autonomia, e pensa e reagisce in autonomia. Questo  evidente  nel
medesimo contesto finale del libro quinto  sul terreno forse pi importante: quello della religione. Il
che si spiega. Non  comparabile con la situazione greca il peso politico e l'uso scopertamente
strumentale della religione vigente a Roma. Di conseguenza Lucrezio non ha verso il volgare culto
degli dei quella acquiescenza bonaria che fu propria di Epicuro, il quale (ed Ermarco, suo erede, ancor
pi chiaramente) ammetteva persino, o riteneva accettabile, la sanzione religiosa come strumento di
controllo. Lucrezio descrive con accenti degni di Evemero (a Roma divulgato da Ennio) l'invenzione
degli dei  come invenzione infatti l la presenta e la trattazione sulle loro sedi, pur promessa in un
punto del poema, non l'ha mai sviluppata ,31 e destina il suo feroce sarcasmo ai rituali della religione
romana.32 Non  religiosit mostrarsi continuamente in giro coperti dal velo, indirizzarsi ad una pietra
[intende l'adorazione delle statue], avvicinarsi a tutti gli altari, buttarsi per terra a mani spalancate
davanti ai santuari, sporcare gli altari con fiumi di sangue di quadrupedi (V, 1198-1201).33 Aveva ben
ragione Bertrand Russel quando osserv che il poema di Lucrezio era incongruo rispetto al bigotto
rilancio augusteo dell'antica religione.34 Quelle frasi che abbiamo appena ricordato dovettero apparire
scandalose gi pochi anni pi tardi, quando Augusto esibiva la propria pietas di adoratore velato di
statue e di altari, e tale ci appare in celebri bassorilievi, che lo raffigurano cos conciato, insieme con
l'intera famiglia, addobbata alla stessa maniera (anche se, poi, le donne di quella casa, quando si
toglievano quei veli, adottavano comportamenti a dir poco imbarazzanti: n solo agli occhi del casto
principe).
E fu cos che i poeti in riga con le direttive culturali augustee ignorarono ostentatamente
Lucrezio, da cui avevano imparato quasi tutto, n solo sul piano della tecnica poetica. Magari lo
criticarono obliquamente, ma non ne fecero mai il nome. Tranne Ovidio, che per della temperie
augustea alla fine fu vittima. Lui scrisse con vero entusiasmo, in una delle opere che furono poi usate
per danneggiarlo, che il poema di Lucrezio sarebbe durato tanto quanto il mondo.35
Ma con ogni probabilit non  soltanto l'insegnamento irreligioso, o antireligioso, alla base
della sfortuna di Lucrezio al tempo di Augusto (un'epoca,  bene ricordarlo, decisiva dal punto di vista
del destino dei libri: la censura che il principe praticava o avallava aveva il suo diretto effetto in
biblioteca). Lucrezio viene messo da parte, come del resto Catullo, anche perch il suo linguaggio nella
sfera sessuale  di una sommamente esplicita crudezza: inconciliabile col perbenismo augusteo. Mai
pi, in seguito, la poesia latina (la poesia, non la produzione tecnica in versi) ha adottato una tale
tematica (la fisiologia dell'amplesso)  riservata ovviamente a trattatistica tecnica , n, tanto meno, un
tale linguaggio. La misura e il tono da tenersi, da Lucrezio ampiamente violati, saranno quelli
"codificati" da Virgilio, quando tratta delle pene d'amore degli animali, nelle Georgiche, di quelle
degli umani, nel quarto dell'Eneide. Inoltre la fisiologia dell'amplesso, che occupa la parte finale del
quarto libro lucreziano (1030-1287) comprende anche una sferzante satira dell'innamoramento e del
corteggiamento (1121-1191), ivi compreso il buffo e caricaturizzato amante lasciato fuori della porta
(exclusus amator: 1177). Ai letterati augustei, che tanto praticarono il genere di poesia imperniato
appunto sulla volontaria e tormentosa schiavit d'amore morbosamente vissuta, non sar piaciuta
affatto quella pesante raffigurazione caricaturale del loro servitium.
Non molto  tramandato di quello che il Maestro aveva scritto sull'argomento, se non la asciutta
sintesi che ne dava Diogene di Tarso nell'Epitome dell'etica di Epicuro: "il saggio non s'innamorer".
Ci non toglie che, anche in questa materia, Lucrezio dipender, magari alla lettera  come nel caso
della tucididea peste d'Atene da lui posta a conclusione del poema , da Epicuro: in particolare da quel
trattato Sull'amore, che Diogene Laerzio include tra i migliori del Maestro.36 Non pu essersi
comportato coi testi di Epicuro diversamente che con Tucidide: oltre tutto egli si proclama, sin dal
principio, traduttore di Epicuro. Purtroppo la totale perdita dei trattati del Maestro ci preclude quel
riscontro che ci  cos agevole nel caso della peste di Atene. Se dunque Lucrezio riflette puntualmente
Epicuro anche nel caso del trattato Sull'amore, non ha senso cercare conferma (come spesso si fa) della
romanzesca biografia antica del poeta nella cruda e spietata sua trattazione dell'amplesso e della follia
d'amore. O anche di Epicuro, cio della fonte di quei duri versi, dovremo immaginare che bevve il
poculo amatorio ed ammatt?
...
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4.
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Il saggio  sosteneva Epicuro  sar dogmatico nelle sue convinzioni dottrinarie, n lascer
mai adito al dubbio.37 Un tale proposito, certo non gradevole, denota forse l'intimo sospetto, da parte
del Maestro, di aver lasciato sussistere delle crepe o delle incoerenze nella propria costruzione. Il
problema di far tornare comunque i conti se lo son dovuti porre i divulgatori del suo pensiero, portati,
alquanto velleitariamente, a disseminare le proprie dimostrazioni di senza dubbio (procul dubio) ed
altre rassicuranti espressioni. Lo vediamo nel caso di Lucrezio alle prese con un problema enorme.
Cio il seguente: da un universo di atomi che (per definizione) non possono prendere l'iniziativa di un
movimento che infranga le leggi del fato, cio da un universo rigidamente meccanicistico come nasce
il libero arbitrio individuale? (II, 256-260). Come si salta dai movimenti obbligati degli atomi alla
libera volont (libera voluntas) senza essere costretti a procedere di causa in causa all'infinito (II,
255)? Che questo problema tormenti il nostro lo si capisce anche dalla inopinata e quasi eterodossa
forzatura  di cui si  gi detto  visibile all'inizio del libro III, dove Lucrezio si spinge a dire che gli
atomi si muovono spontaneamente (sponte sua: III, 33). Qui invece il problema appare in tutta la sua
dilemmaticit: se il moto degli atomi  eterodiretto, come possono essi dare corpo ad esseri dotati di
"libera volont", in particolare di libera volont di movimento? Da dove viene questa libert accordata
sulla terra a tutto ci che respira? Da dove viene questo potere strappato ai fati, che ci fa andare in
qualunque posto ci conduca la nostra volont, e ci permette di cambiare direzione, senza essere
determinati n dal tempo n dal luogo ma a piacimento della nostra mente?.
La risposta, che si apre con un rassicurante senza dubbio (II, 261),  quanto mai tortuosa e
confusa. In un primo momento la spiegazione  soprattutto una constatazione:  evidente che
qualunque movimento obbedisce ad un impulso della volont; anche nei cavalli rinchiusi in un recinto,
la volta che lo si spalanchi, l'impulso a correre via discende pur sempre da un atto mentale cui segue
immediatamente l'atto del mettersi a correre. Come si manifesta l'impulso-volont? Tutta la materia
sparsa nel corpo deve animarsi (II, 266); il principio del movimento ha la sua origine nel cuore
[269] e discende dalla volont dell'animo (270: ex animi voluntate). Ma allora agli atomi bisogna
accordare la medesima propriet, e riconoscere che esiste in loro, oltre agli urti e al peso, un'altra causa
inerente al movimento (285: aliam causam motibus), da cui proviene in noi questa innata facolt (286:
haec innata potestas): infatti nulla nasce dal nulla (284-287).
Cos la facolt innata del libero volere viene spostata agli atomi medesimi. Cos il problema
viene in realt spostato, non certo risolto. N la qualit della spiegazione appare molto elevata:
rassomiglia, se possiamo ricorrere ad un paragone irriverente, a quella spiegazione pseudo-scientifica,
o meglio ridotta ad un semplice gioco di parole, onde nel Medioevo si spiegava che il papavero fa
dormire perch racchiude in s la virtus dormitiva. Da quanto detto si sarebbe portati a pensare che
questa facolt innata spetti a tutti gli atomi. Ma, seguitando ad addentrarci nella divulgazione
lucreziana, veniamo ad apprendere che in realt l'animo (animus, cio la forza intellettuale che guida il
corpo)  fatto di atomi specialissimi:  sottilissimo (persubtilis) e fatto di atomi estremamente minuti
(minutis corporibus factum) (III, 179-180). Per convincertene  seguita il volenteroso Lucrezio  non
avrai che da riflettervi sopra. Non c' nulla che si compia con la rapidit che adopera la mente a
proporsi un atto e a cominciarne l'esecuzione. L'animo  pi pronto a muoversi di qualsiasi oggetto
sotto i nostri occhi e a portata dei nostri sensi. Ma una sostanza cos mobile deve comporsi di elementi
estremamente rotanti ed estremamente minuti, se l'impulso pi lieve pu metterli in movimento (III,
182-188). L'idea, piuttosto ingenua, viene resa verosimile con una analogia tratta dall'esperienza
macroscopica: osservate i semi del papavero; basta un alito di vento per farne cascare, dal fiore, un bel
mucchio; al contrario un cumulo di pietra resta immobile se esposto allo stesso impulso.
Sulla scia di Epicuro, Lucrezio  convinto che si intaccherebbe la costruzione atomistica se si
concedesse  come pretendono altre correnti di pensiero  che le facolt intellettive, tra cui la volont,
siano non gi parte dell'uomo, al pari di un piede o di un occhio, ma una disposizione vitale (III,
99: habitus vitalis, o anche, come dicono i Greci, armonia): come si parla spesso della salute del
corpo senza che la salute sia un organo del soggetto (III, 102-103). La replica di Lucrezio  piuttosto
fragile: ma spesso la parte esterna e visibile del nostro corpo  malata, mentre in un'altra parte, non
visibile, stiamo benissimo (106-107). Dopo di che, liberatosi frettolosamente di una ipotesi valida, si
affretta a promettere: ma ora vedrai che ti dimostrer che anche l'animo risiede tra le membra (117).
Nella splendida pagina che fa da breve preambolo alla traduzione tedesca di Lucrezio del suo
collega berlinese Hermann Diels (1924), Albert Einstein nota, in un ragionamento ricco di profondit e
di affetto per il grande poeta materialista, che l'idea stessa di immaginare, per anima e spirito, atomi
particolarmente leggeri non  che una scappatoia. Immaginando ci  scrive Einstein  Lucrezio [e
ovviamente la critica coinvolge Epicuro] entra a rigore in contraddizione col proprio pensiero. O anche
 soggiunge  attribuisce ad uno speciale tipo di materia quelle che sono in realt forme
dell'esperienza.
Ma sarebbe forse un errore di prospettiva trattare la costruzione epicurea come un "sistema"
scientifico. Epicuro non fece ricerche di fisica n di geometria n di storia naturale. Timone di Fliunte,
che lo detestava, lo definiva ultimo dei fisici (fr. 51 Diels). Il senso e il fine della sua costruzione  la
saggezza rasserenante, che deve scaturire dalla sua pedagogia etica. Epicuro vuol essere un maestro di
felicit. La fisica atomistica, che egli trovava gi sviluppata in Democrito, e alla quale ha apportato
empirici e forse puerili aggiustamenti come l'oscura trovata del clinamen, non  che una indispensabile
premessa di quell'autonoma (in senso kantiano) ed elevata etica laica che  al centro del suo pensiero.
La demolizione delle ataviche paure che nessun precedente sistema filosofico aveva intaccato  il
timore degli dei, incombenti come capricciosi protettori e ancor pi capricciosi castigatori, e il timore
della morte, necessario corollario della universalmente asserita immortalit dell'anima : questo  il
suo grande obiettivo. Restituire cio la felicit agli uomini liberandoli da assurde e dolorosissime paure.
Perci Lucrezio scioglie a lui un inno nel suo primo proemio: L'umanit trascinava sulla terra una
esistenza abietta, schiacciata sotto il peso della religione: dall'alto delle regioni celesti minacciava i
mortali con aspetto terribile. Quand'ecco che per primo un greco, un essere umano, os levare i suoi
occhi mortali contro di lei, e opporsi. Grazie a lui, al suo insegnamento scientifico, la religione 
stata rovesciata e messa sotto i piedi, e la nostra vittoria ci innalza al cielo, ci fa pari agli dei (I,
62-70). La felicit cos conquistata  assenza di dolore,  sofisticato piacere,  conquista intellettuale.
Felicit tutta umana perch in un mondo che  un incessante vortice di atomi, estraneo ad ogni
(immaginato) intervento divino la responsabilit  solo nostra: sono gli umani stessi gli artefici di
questa difficilissima e austera conquista del piacere cio della felicit. Nello sfondo c' una Natura
onnipotente che a tratti sembra identificarsi con l'universo medesimo, come forza immanente, ma le cui
fattezze non sono mai chiarite, perch una chiarificazione di questo punto non viene nemmeno tentata.
Una Natura  ed  questo un elemento che diverr il caposaldo del pensiero leopardiano  che
non ha creato questo mondo per noi, come, nella pi densa e ispirata delle Operette morali, spiega
appunto la Natura al malcapitato Islandese. Convinciti  ripete due volte Lucrezio al suo destinatario,
cio a tutti i proseliti che vuole conquistare  che il mondo (natura mundi) non  stato fatto per noi da
una volont divina: talmente  colmo di inconvenienti (tanta stat praedita culpa) (II, 180-181 = V,
198-199). L'implicazione evidente  che, se una volont divina lo avesse creato, il mondo sarebbe
confortevole per noi, mentre invece non lo  affatto:  colmo di colpe nei nostri confronti. Qui
traspare un bisogno sottile, e con la forza della ragione serenamente accantonato, di provvidenza. Un
bisogno che non deve avere come consolatoria risorsa le favole, ma la serenit del saggio: la sua
capacit di rendersi felice, dissipando il dolore e cercando nell'amicizia degli altri esseri umani, senza
distinzione di sesso o di status, il fondamento stesso della felicit. In punto di morte Epicuro cos
scriveva ad Idomeneo e agli altri amici: In questo giorno beato, che  insieme l'ultimo della mia vita,
vi scrivo queste righe. I dolori derivanti dalla stranguria e dalla dissenteria non mi hanno lasciato
neanche per un attimo n mai hanno sminuito la loro intensit. Ma a tutti questi mali resiste la mia
anima, lieta nel ricordo dei nostri colloqui del passato. Datti cura, te lo raccomando, dei figli di
Metrodoro in modo degno della generosa propensione che sin da giovinetto mostrasti verso di me e
verso la filosofia. Ogni giorno della vita del saggio, anche quello della morte,  felice perch  lui che
 capace, con il suo lavoro mentale, di renderlo tale.
Nessuna religione ha avuto la capacit di insegnare questo ai suoi adepti. Si vanta la forza delle
religioni guardando alla loro durata nel tempo. Si trascura di ricordare che anche la saggezza laica di
Epicuro, che in nulla ha bisogno degli dei, ha vissuto e continua a vivere nei millenni. Essa rivela, nei
suoi seguaci moderni, altrettanta vitalit che le religioni salvifiche. Ma Epicuro non offriva la salvezza
in un'altra vita, insegnava anche a saperla conquistare, con la ragione, in questa.
...
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...
5.
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Nessuna scuola filosofica, nessuna religione glielo perdon. L'avversione contro Epicuro (e di
riflesso contro i divulgatori e propugnatori del suo pensiero) fu costante e implacabile: quasi un genere
filosofico-letterario. All'inizio del decimo e ultimo libro delle Vite dei filosofi, tutto dedicato ad
Epicuro, Diogene Laerzio d una sommaria rassegna dei calunniatori (come nell'Apologia di Socrate
scritta da Platone tutta la prima parte  dedicata agli "antichi accusatori"). Furono fabbricate "lettere
scandalose" fatte circolare sotto il nome di Epicuro, di alcune si sapeva che autore era lo stoico
Diotimo (o Teotimo). Posidonio e la sua scuola si dedicarono anch'essi a questo genere di polemica
bassa incentrata su dettagli privati infamanti.38 I pi scatenati erano ovviamente gli apostati. Il fratello
di Metrodoro, quando questi  allievo prediletto di Epicuro  abbandon il Maestro, scrisse un
pamphlet intitolato Delizie, in cui sosteneva che Epicuro era talmente dedito alla dissolutezza che
vomitava due volte al giorno, e che lui stesso a stento era riuscito a sfuggire a quei notturni
trattenimenti e a quella associazione di iniziati.39
Diogene Laerzio reagisce a questa tradizione con una memorabile pagina apologetica che
incomincia con le parole: La follia di questi critici  evidente. Il nostro invece ha sufficienti testimoni
della sua invincibile probit di sentimenti verso tutti: la patria che lo onor con statue di bronzo, gli
amici il cui numero fu tale che ammonterebbero, nel complesso, ad intere citt, tutti coloro che lo
frequentarono intimamente, legati dalla catena del fascino  delle sirene si potrebbe dire  della sua
dottrina, se si eccettua Metrodoro che pass alla scuola di Carneade, forse perch l'invincibile bont
del Maestro gli era di peso; l'ininterrotta continuit della sua scuola, che, mentre quasi tutte le altre si
sono spente, sempre dura e l'innumerevole schiera dei discepoli che trasmettono l'uno all'altro la guida
della scuola; e la gratitudine ai suoi genitori, la benefica generosit verso i fratelli, la mitezza verso gli
schiavi, come risulta evidente anche dal suo testamento e dal fatto che essi prendevano parte al suo
insegnamento, di cui il pi celebre fu Mis, cui abbiamo prima accennato [ infatti ricordato in X, 3]; e
in generale la sua filantropia che dispiegava verso tutto il genere umano.40
L'elogio continua con altri dettagli, dopo di che Diogene offre una nutrita antologia di scritti del
Maestro, che occupa gran parte del libro, a riprova della fondatezza di quegli elogi.  parso importante
rilevare che quella pagina Diogene deve averla tratta da scrittori venuti ben prima di lui. Si  osservato
infatti che, al tempo in cui viveva Diogene (II d.C.), la successione di scolarchi al vertice della scuola
che un tempo aveva sede nel "Giardino" di Epicuro si era interrotta da un pezzo. In verit, per
rispondere alla importante domanda "come la pensava Diogene", importante appare proprio il fatto che
egli abbia assunto quella pagina come parte del suo scritto facendone il perno di tutta la lunga e
circostanziata esposizione e presupposto della silloge dei testi.
Silloge per noi preziosa, che ci ha salvato, integri, tre brevi scritti, nel naufragio degli oltre
trecento rotoli librari che Diogene ricorda, con ammirazione per il prolifico scrittore, quando d una
breve scelta dei titoli principali delle opere di Epicuro. Il naufragio di questa imponente raccolta non
pu essere disgiunto dalla ostilit di cui quel pensiero fu bersaglio costante.  evidente che, soprattutto
grazie al cristianesimo, la linea di pensiero greco risultata vincente (perch in un modo o nell'altro
assorbita nel pensiero cristiano)  quella di Platone e di Aristotele: il che ha contribuito a "condannare"
alla perdita tutto il resto.
A prima vista pu sorprendere l'accanimento cristiano contro Epicuro ed i suoi seguaci: la
"teologia" epicurea infatti non pu non risultare demolitrice dell'Olimpo pagano. Ma quell'Olimpo era
da tempo vuoto quando i Padri latini del quarto secolo sferzavano Epicuro e Lucrezio tacciandoli di
"follia", sinonimo per loro di ateismo (la religione viene messa sotto i piedi se prestiamo fede ad
Epicuro scrive Lattanzio).41 Contro ogni concezione non confessionale della divinit essi brandivano
quel termine. Quando questi guerrieri della nuova fede imperversavano  nei loro scritti  contro il
breviario epicureo di Lucrezio (che pure incontrer il favore di un Isidoro di Siviglia), apparivano
ormai intollerabili, anche per i cristiani, formulazioni come quella di Epicuro a Meneceo: Empio non
 colui che nega gli dei del volgo; ma colui che applica agli dei le credenze del volgo.42 Eppure per
molto tempo epicurei e cristiani erano stati trattati alla stessa stregua, e rifiutati entrambi. Nella seconda
met del II secolo d.C. Luciano di Samosata racconta di un figuro di nome Alessandro, venditore di
oracoli, il quale, prima di smerciare i suoi misteri, era solito proclamare: Se c' qualche ateo o
cristiano o epicureo che sta qui a spiare i nostri riti, mandatelo subito via. Lui gridava: Fuori i
cristiani !, e la folla: Fuori gli epicurei!.  soltanto quando la duplice violenza era stata compiuta il
rito incominciava.43
Erano ancora di l da venire i tempi in cui un vero commercio "sacro" si sarebbe sviluppato
intorno ai santuari cristiani, nel fiorire di quello che molti secoli dopo Pierre Gassendi avrebbe definito
"l'elemento servile" delle religioni. Gassendi (1592-1655), allievo e critico di Cartesio, restauratore
degli studi epicurei in et moderna, professore di matematica al Collge de France, sosteneva, nel suo
trattato De vita et moribus Epicuri (1649), che quella che Epicuro aveva insegnato era una religione
singolarmente pura. Egli distingueva infatti nelle religioni tra elementi servili, lo scambio cio di favori
tra uomini e divinit, ed elementi filiali, quelli riguardanti la pura devozione.44 Orbene  egli diceva ,
la religione di Epicuro a taluno pu apparire "manchevole" appunto perch totalmente priva di elementi
servili.
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Capo 6. Un mestiere pericoloso.
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In una conferenza tenuta a Praga nel 1935, Edmund Husserl formul questa diagnosi: I
conservatori e i filosofi stanno combattendo gli uni contro gli altri, ed  certo che il combattimento si
svolger nella sfera del potere politico. Volgendo uno sguardo all'indietro egli soggiunse: Gi dagli
inizi della filosofia incomincia la persecuzione. Gli uomini che consacrano la loro vita alle idee sono
messi al bando della societ. E con uno scatto di ottimismo, che oggi potrebbe apparire anacronistico
o comunque poco collimante con la realt, concludeva: Ciononostante, le idee sono pi forti di ogni
altra potenza empirica. L'anno successivo Husserl venne privato dal regime nazista della qualifica di
professore.
Nel mondo antico questa tensione tra filosofi e potere politico appare essere stata
particolarmente acuta. Per una ragione o per l'altra, i personaggi di cui abbiamo sin qui raccontato le
vicende hanno vissuto tale esperienza: o direttamente, nel corso della loro vita, che non fu esente da
pericoli, o perch le idee che essi avevano professato furono oggetto di allarmato rifiuto o di una vera e
propria demonizzazione. Quando poi il cristianesimo divenne religione dominante, avendo attirato a s
l'animo e la mente delle classi dirigenti del mondo ellenistico-romano, la situazione peggior
ulteriormente.
Meriterebbe una approfondita riflessione (che qui non faremo) questo problema: perch quel
tipo di religione conquist i ceti elevati e li convinse che, convertiti, avrebbero meglio assolto al loro
ruolo direttivo? La risposta sta forse nella capacit che il cristianesimo dimostr di avere, di aderire
all'ordine esistente, sia sociale che politico, senza per smarrire una sua autonoma struttura
organizzativa oltre che dottrinale: una sorta di Stato nello Stato che, al disfarsi in Occidente dell'impero
romano, dimostr di avere tutta la necessaria vitalit per sopravvivergli. Sta di fatto che nel secolo circa
che intercorre tra l'editto di tolleranza di Costantino e la proclamazione, da parte di Teodosio, del
cristianesimo come religione ufficiale dello Stato, cambia il mondo e muore la mentalit che potremmo
definire "antica".
Il pensiero filosofico non cristiano fu allora esposto ad un pericolo estremo: quello di venir
cancellato per effetto di una drastica "rivoluzione culturale". Le cose non andarono cos perch, nel suo
lungo cammino verso l'egemonia, il cristianesimo stesso aveva assorbito non trascurabili elementi di
pensiero greco, tanto da cominciare a dividersi e a dilaniarsi in "eresie" proprio per effetto degli
elementi filosofici che aveva assorbito in s. Il passaggio per non fu indolore.
Alessandria ebbe allora un ruolo quasi emblematico. Era la citt di Atanasio, il grande
campione dell'ortodossia, che a partire dal primo concilio ecumenico, svoltosi a Nicea (non lontano
dalla nuova capitale) ancora sotto Costantino (325 d.C.), aveva tra alti e bassi prevalso contro
l'arianesimo. Primo atto di una battaglia sulla "Trinit", che comportava, a ben guardare, uno scontro
tra teologica dedizione ad una "verit" incomprensibile ed incoercibile impulso razionale di matrice
filosofica. Atanasio, morto nel 373, fu tra i primi vescovi ad essere oggetto di culto, pur non essendo
classificabile nella categoria dei martiri. Alessandria aveva, per il prestigio dei suoi vescovi,
conquistato un ruolo che si traduceva, anche, in una sorta di indipendenza politico-istituzionale e
dottrinale. Alla fine del IV secolo e all'inizio del V si succedettero, su quel trono patriarcale, figure
egemoniche ed inquietanti: il vescovo Teofilo, salito al potere nel 391 d.C., e suo nipote Cirillo, il quale
regn molto a lungo, dal 412 al 444.
Il "regno" di questi due uomini, le distruzioni e le morti che essi direttamente o indirettamente
provocarono, sono da sempre argomento di divisione tra cultura laica e cultura clericale. Edward
Gibbon, che scriveva la sua History of the Decline and Fall of the Roman Empire pochi anni prima
della Rivoluzione francese, ha cos caratterizzato, bollandolo per sempre, il vescovo Teofilo: La
cattedra arcivescovile di Alessandria era allora occupata da Teofilo, eterno nemico della pace e della
virt, uomo audace e cattivo, le mani del quale furono alternativamente macchiate dal sangue e
dall'oro.1 Gi con il "governo" di Teofilo si manifesta un fenomeno destinato ad avere un grande
futuro: che potremmo chiamare provocazione allusiva. Intendiamo, con questa formula, un gesto
dell'autorit che, consapevolmente o inconsapevolmente compiuto (ma l'inconsapevolezza  assai
difficile da sostenere), si lascia interpretare come un incitamento da parte della massa fanatica, e si
risolve, cos, in un moltiplicatore di violenza. A suo modo  un meccanismo perfetto, grazie alla
divisione di ruoli, che consente all'autorit di restare formalmente estranea rispetto alla responsabilit
diretta delle peggiori violenze. Questo appunto accadde sotto Teofilo, e si ripet sotto Cirillo.
Diamo ancora la parola a Gibbon: Gli onori resi [da una parte della popolazione alessandrina]
a Serapide eccitarono la sua [di Teofilo] pia indignazione; e i suoi oltraggi ad un'antica cappella di
Bacco persuasero i pagani che egli meditava un'impresa pi importante e pericolosa. Il culto di
Serapide era ancora molto vitale ad Alessandria, nonostante la forte e agguerrita presenza cristiana. La
citt era allora davvero una metropoli dalle molte anime: e quella "pagana" non era affatto debellata,
anche se minoritaria. Teofilo diede il segnale, le orde dei suoi seguaci fanatici fecero il resto. Non
racconteremo le fasi dell'assedio, diremo soltanto che la distruzione sistematica del tempio, fino alle
fondamenta, coinvolse anche la preziosa e antica biblioteca del Serapeo, quella "biblioteca figlia" la cui
nascita era dovuta a Tolomeo Filadelfo (III a.C.). Circa vent'anni dopo  commenta Gibbon  la vista
degli scaffali vuoti eccitava il rimpianto e lo sdegno di ogni spettatore che non avesse la mente
totalmente ottenebrata da pregiudizi religiosi. E cita le parole molto imbarazzate del cristianissimo
Orosio, un iberico scolaro di Agostino, che suonano all'incirca cos: Quegli scaffali, li ho visti io coi
miei occhi: distrutti da uomini nostri, al tempo nostro.2 Gibbon commenta che Orosio, sebbene
bigotto, qui sembra che provi rossore per il misfatto.
Due decenni pi tardi, sotto Cirillo, la dinamica fu analoga. In un caso come nell'altro, il potere
civile venne a trovarsi in contrasto con quello dei vescovi. N il ricorso al potere centrale, al lontano
imperatore che risiedeva sul Bosforo, serv a molto. Teodosio il grande era stato in piena sintonia con
Teofilo. Ed ora nessuno a Bisanzio  dove Pulcheria dirigeva i passi di un Teodosio II ancora infante 
avrebbe osato mettersi contro il potente Cirillo. Il suo titolo di santo  un segno che le sue opinioni e
la sua fazione riuscirono alla fine a prevalere, commenta Gibbon,3 il quale ricorda anche alcuni degli
exploits che si narravano sul conto di questo "santo" prelato, inventore del dogma secondo cui Maria 
madre di Dio (Theotkos).
Cirillo pregava e digiunava nel deserto, ma i suoi pensieri (come si esprime Isidoro di Pelusio
in una lettera) erano sempre fissi sul mondo. Non raro esempio di eremita mondano, Cirillo aveva
anche scritto molto: pensando alle moderne edizioni che racchiudono le sue opere, collocate nelle
moderne biblioteche che tutti visitiamo con trepidazione e con diletto, Gibbon parla di sette prolissi
volumi in folio dormienti in pace a fianco dei loro rivali. N si priva del piacere di ricordare che Ellies
Dupin, il dotto e sfortunato autore, alla fine del Seicento, della Bibliothque ecclsiastique, sospettato
(non a torto) di simpatie gallicane, ci insegna a disprezzare quei volumi, sebbene ne parli con
rispetto.
Orbene Cirillo, diversamente da suo zio, aveva trovato sulla sua strada un ostacolo: il prefetto
dell'Egitto, Oreste, uno dei maggiori funzionari imperiali. Oreste non intendeva il suo ruolo come
quello di un volgare capoparte, e distribuiva equamente le sue simpatie verso tutti i sudditi. Un primo
attrito si produsse quando Cirillo volle cacciare gli Ebrei, prendendo a perseguitare la loro antica
comunit, stabilitasi ad Alessandria sin dalle origini della citt. La distruzione delle sinagoghe fu il
preludio della espulsione. Il prefetto dell'Egitto non poteva assistere inerte a questa ondata di violenze:
ma le sue rimostranze presso il governo centrale non trovavano ascolto, tale era la soggezione che
Cirillo esercitava sulla corte.
Cirillo aveva a disposizione una truppa di volontari pronti a tutto: erano i parabolani, una
sorta di confraternita di infermieri, che si era costituita al tempo della pestilenza scoppiata sotto
l'imperatore Gallieno. A questi si aggiungeva un'altra "truppa": i monaci fanatici giunti ad
Alessandria, su sollecitazione del vescovo, dal deserto della Nitria. Costoro un giorno aggredirono, a
scopo di intimidazione, Oreste. Dinanzi alle bestie feroci del deserto (cos Gibbon definisce quei
monaci) persino le guardie si diedero alla fuga, e Oreste rischi di rimanere stecchito sul selciato,
coperto di sangue. Salvato dai suoi cittadini, Oreste fece punire esemplarmente il capo dei
monaci-squadristi, di nome Ammonio. Ammonio mor sotto le frustate, ma Cirillo lo innalz alla gloria
degli altari col nome di Taumasio.
Era la guerra aperta. Il secondo, ancora pi grave conflitto, ebbe come pretesto e come vittima
una donna, molto legata ad Oreste ed insigne nella sua citt per dottrina e prestigio: Ipazia di
Alessandria.
Ipazia era la figlia di Teone, matematico e filosofo, e di suo padre e del suo insegnamento era
l'erede. Le fonti che ci parlano di lei, neoplatoniche o cristiane che siano, non manifestano che
ammirazione per questa donna straordinaria: per la sua dottrina, per il suo stile di vita austero e per la
sua rinomata bellezza. Ad Alessandria era divenuta una "autorit", e come tale Oreste la frequentava
per ottenerne il consiglio. Ipazia  divenuta una figura leggendaria, ed anche un simbolo: ma il nucleo
della tradizione che la riguarda  indiscutibile. La testimonianza di un suo allievo, che poi divenne,
forse tradendo il suo insegnamento, vescovo cristiano di Tolemaide, Sinesio di Cirene, poeta e oratore,
appare decisiva:  la voce ammirata e devota di un uomo che ha compiuto una scelta ben diversa e che
appare proprio perci quanto mai degno di ascolto. Cirillo non poteva tollerare questo cenacolo
scientifico neoplatonico. Il suo progetto di "conquista" della citt gli appariva come intralciato,
disturbato, da questa altra voce, da questo diverso, e vivo, centro spirituale. Rinfocolare la lotta
antipagana, creando un bersaglio polemico, serviva proprio a tal fine. Anche in questo caso si trattava
di alludere, additare il bersaglio; altri avrebbero operato: A ciascuno il suo!. Gli effetti di un cos
abile modo di procedere si vedono ancora dopo secoli. L'Enciclopedia italiana, in pieno XX secolo, si
esprime cos: Fin dal principio [Cirillo] si distinse per il suo zelo contro i novaziani e i giudei, che,
causa frequente di disordini, fece cacciare in una sommossa popolare dalla citt; per il che dovette
sostenere a lungo l'inimicizia di Oreste, prefetto augustale. A torto egli venne accusato di avere
ordinato l'uccisione di Ipazia; ma non  improbabile che i promotori della sommossa in cui ella per
abbiano creduto di fare cosa a lui gradita.4  all'incirca quello che Cirillo avrebbe desiderato si
dicesse.
L'occulto incitamento ad agire consistette nel lasciare intendere che Ipazia, col suo prestigio
presso Oreste, costituisse l'unico impedimento alla riconciliazione tra il vescovo e il prefetto. Di l il
passo successivo era breve: eliminare quell'ostacolo. Non mancavano certo, e Cirillo ben lo sapeva,
fanatici protesi all'azione, zelanti interpreti di una volont che non altro desiderava che essere
interpretata e tradotta in pratica.
Alla porta dell'accademia dove Ipazia insegnava si affollavano scolari e curiosi, ma Ipazia,
avvolta nel mantello dei filosofi  una sorta di divisa che fu gi propria delle allieve dirette di
Platone  attraversava impavida la citt, inquietante e turbolenta, per insegnare in pubblico il pensiero
dei filosofi greci: non solo Platone, n solo Euclide o Tolomeo, ma anche ogni altra dottrina filosofica
greca. Racconta Damascio  il quale visse un secolo pi tardi e fece a tempo a subire la persecuzione
antifilosofica di Giustiniano  che Ipazia con indosso il mantello filosofico faceva le sue uscite nella
citt e spiegava pubblicamente, a chiunque voleva ascoltarla, Platone o Aristotele o le opere di
qualsiasi altro filosofo.5 Fu durante una di queste sortite che la aggredirono. In un giorno di
Quaresima dell'anno 415, i monaci della Nitria, guidati da un lettore di nome Pietro, si appostarono
lungo il percorso che consuetamente compiva la carrozza di Ipazia. La assaltarono mentre faceva
ritorno a casa. Tiratala gi dal carro  narra una fonte ecclesiastica contemporanea  la trascinarono
fino alla chiesa che prendeva il nome da Cesario. Qui la denudarono e la massacrarono a colpi di
tegole, quindi la tagliarono a pezzi e ne bruciarono i miserabili resti.6 Damascio aggiunge che le
avevano cavato gli occhi dalle orbite mentre era ancora viva. La scena  quella di un sacrificio umano
compiuto per il dio dei Cristiani in una sua chiesa.
Il crimine  commenta Socrate Scolastico  rec infamia sia a Cirillo che alla chiesa di
Alessandria. Si coglie bene, grazie a queste parole, che lo storico ecclesiastico non nutre particolare
simpatia per il feroce vescovo, ma non osa coinvolgerlo direttamente e personalmente come
mandante.7 Torneremo su questo passo. Damascio, invece, nell'ampio resoconto che dedica ad Ipazia
nella Vita di Isidoro,  esplicito sulle colpe di Cirillo: Cirillo si rose a tal punto nell'animo che tram
l'uccisione di lei in modo che avvenisse al pi presto.8 Per Damascio non vi  dubbio che fu lui,
definito capo della setta opposta, a dare l'ordine dell'assassinio. Per il moderno critico 
imbarazzante dover scegliere tra una fonte coeva ma reticente ed una fonte molto esplicita, certo molto
critica, ma successiva di oltre un secolo ai fatti narrati.
 dovuto forse ad un favorevole capriccio della sorte, o piuttosto alla spregiudicata curiosit
intellettuale del Patriarca Fozio, il fatto che ci sia in piccola parte conservato un terzo racconto di quella
tragica vicenda. Si tratta di un estratto dalla Storia ecclesiastica dell'ariano Filostorgio, nato circa il
368 d.C. e dunque contemporaneo dei fatti narrati (e forse addirittura testimone diretto, ad Alessandria,
di quell'eccidio). L'opera di Filostorgio, in quanto ariano, fu perseguitata, e questo favor la sua
scomparsa. Ma Fozio, nel IX secolo, ne rintracci un esemplare e lo fece oggetto, pur prendendone
teologiche e prudenziali distanze, delle letture collettive da lui regolarmente condotte (anche dopo la
assunzione del Patriarcato) coi suoi allievi: letture di cui egli d conto in modo alquanto caotico nella
cosiddetta Biblioteca. Fozio ebbe un cos profondo interesse per Filostorgio da lasciare non solo una
sintesi della Storia ecclesiastica di lui nella Biblioteca (capitolo 40), ma anche una massa enorme di
estratti: i quali si sono salvati in alcuni manoscritti, recanti tuttora l'interessante intitolazione Dalle
lezioni di Fozio, o meglio Dalla viva voce di Fozio.9 Uno di questi estratti  tutto dedicato ad
Ipazia.  merito dunque di Fozio aver trascelto quel passo. Orbene Filostorgio, il quale ebbe anche
interessi scientifici, sembra che abbia ascoltato direttamente l'insegnamento di Ipazia e di Teone.
Colpisce infatti la precisione con cui afferma che la figlia era divenuta, in campo astronomico, molto
pi brava del padre.10 Qui Fozio abbrevia la sua fonte, e riassume tutto il resto con una semplice
frase: L'empio11 a questo punto dice che, al tempo del regno di Teodosio II, quella donna fu fatta a
pezzi dai sostenitori della consustanzialit.
Oggi questo modo di parlare ci fa sorridere, ma ai fini della comprensione di questa storia pu
risultare prezioso. Qui infatti Fozio, mentre parafrasa la sua fonte, ne riprende anche le parole pi
importanti. Di sicuro  Filostorgio che deve aver scritto i sostenitori della consustanzialit,
intendendo riferirsi, in tono sprezzante, agli "ortodossi" atanasiani, ormai vincitori e "padroni"
incontrastati dell'ortodossia.12 Come sappiamo, Atanasio, ad Alessandria, era, come ferreo assertore
della consustanzialit, un personaggio simbolo: dire perci, in riferimento a quell'assassinio
commesso appunto ad Alessandria dai seguaci di Cirillo, che lo avevano commesso i sostenitori della
consustanzialit era particolarmente sferzante. Ovvio che Fozio, se parlasse in proprio, non si
esprimerebbe cos, ma, appunto, sta riferendo quanto legge in Filostorgio, segnalando al pi con
l'epiteto l'empio la propria presa di distanze.  importante per che ci dia quella esatta
informazione: per Filostorgio, dunque, l'assassinio non era opera di una amorfa folla fanatica, era opera
di quel clero che, ad Alessandria in modo particolare, spadroneggiava. L'espressione i sostenitori
della consustanzialit non pu riferirsi a generici assassini invasati, ma colpisce la gerarchia, quella
gerarchia atanasiana (e perci da Filostorgio detestata) che ad Alessandria aveva il suo epicentro ed il
suo punto di forza. Filostorgio intende dunque denunziare non gi un doloroso episodio di fanatismo,
ma un crimine dei suoi avversari e persecutori. Quanto pregnante ed intenzionale sia il suo modo di
parlare si comprende raffrontando le sue parole con quelle del lessicografo Suida, il quale, narrando di
Ipazia, dice che fu fatta a pezzi dagli Alessandrini, e precisa che solo secondo alcuni l'istigatore era
stato Cirillo. Tra questi alcuni c'era Filostorgio, testimone diretto di quella vicenda.
Socrate Scolastico  pi sottile. Non dice che Cirillo istig al delitto, dice che a lui venne
biasimo a causa di quell'efferato episodio. E spiega cos: perch stragi, battaglie e simili sono
estranee a coloro che si ispirano a Cristo.13 Parole dosate e ambigue, tanto pi da apprezzarsi se si
considera l'autorit dottrinale, per la dommatica cattolica, di Cirillo, l'inventore della Theotkos.
Le parole di Socrate possono in verit significare due cose: che Cirillo non seppe essere un
buon pastore visto che sotto il suo governo ci fu continua violenza (e probabilmente Socrate vorrebbe
dir questo), ma possono anche significare (in senso benevolo) che, visto il prodursi di tante violenze al
tempo in cui Cirillo era vescovo, tutto questo non pot che riverberarsi negativamente anche su di lui
(incolpevole).
Molto pi esplicito il cronista antiocheno Giovanni Malala, il quale scrive al tempo di
Giustiniano. Il suo "localpatriottismo" antiocheno  forse provocato dal favore che Teodosio II
manifest verso Alessandria: favore documentato, secondo Giovanni, anche dalla costruzione della
grande chiesa di Alessandria, tuttora detta di Teodosio. Teodosio  cos si esprime nella consueta
semplicit il cronista  amava Cirillo. E la prova della subalternit dell'imperatore (cio della sua
occhiuta tutrice, Pulcheria) verso il potente vescovo tutore dell'ortodossia  per lui la seguente: In
quella occasione gli Alessandrini, autorizzati ad agire dal vescovo, di propria mano gettarono ad ardere
nel fuoco Ipazia, la celebre filosofa della quale si tramandano grandi cose.14
Sembra chiaro che Malala stabilisce un nesso  ma non chiarisce quale  tra l'affetto di
Pulcheria (e Teodosio II) per Cirillo e la liquidazione di Ipazia. La spiegazione di questo nesso la
ricaviamo da Damascio: ci fu un tentativo di inchiesta, evidentemente su iniziativa del prefetto Oreste,
ma l'inchiesta fu insabbiata. Anche in questo caso ci restano frammenti di informazione: non solo
perch anche Damascio, oltre Filostorgio, ci  noto dagli estratti che ne fecero Suida e, ancora una
volta, Fozio (altrimenti la Vita di Isidoro, dove tanto si parla di Ipazia non l'avremmo affatto), ma
soprattutto perch la fonte giuntaci integra, cio il prudente Socrate Scolastico, di questa inchiesta non
parla affatto, o forse la adombra ancora una volta dietro la criptica espressione che abbiamo prima
ricordato.
Sono poche parole di Damascio, salvate da Suida, ad illuminarci. Scrisse Damascio: Questo
crimine port vergogna alla citt [ la stessa espressione di Socrate!], e l'imperatore si sarebbe
indignato per l'accaduto se Edesio non si fosse lasciato corrompere.15 Parole tanto ellittiche che
hanno indotto taluno a pensare  ma  ipotesi oziosa  ad una lacuna.16 La spiegazione possibile  solo
una: Oreste chiese un'inchiesta; Costantinopoli non pot non concederla, e mand ad Alessandria un
tale Edesio, il quale non fece nulla perch si lasci corrompere, evidentemente da quella medesima
autorit (il vescovo) che aveva avallato, e forse auspicato, l'assassinio.
A Damascio la vita and meglio. Quando era ormai vecchio e viveva e operava ad Atene con gli
altri neoplatonici, Giustiniano chiuse la scuola platonica (529 d.C.) e cacci lui e gli altri. Essi
fuggirono in Persia presso Chosroe I, il quale era curioso di filosofia ed ottenne, per Damascio, il diritto
a rientrare nel territorio dell'impero e la garanzia di liberamente professare il platonismo (531). Questo
diritto fu addirittura sancito nel trattato di pace tra Giustiniano e Chosroe.  degno di nota come, al
crepuscolo ormai del pensiero greco, la libert di filosofare venisse garantita ai Greci, contro il loro
cristianissimo imperatore, dall'ultimo grande sovrano persiano, della dinastia dei Sassanidi.
I percorsi della libert sono i pi vari, e lo Spirito non spira dove vuole ma dove pu. Certo per
Giustiniano quella fu una gran concessione se si pensa che, sotto di lui, libri e opere d'arte dei Greci
venivano, per fanatica adesione al cristianesimo, bruciati e fatti a pezzi e gettati nel Cinegio come
condannati a morte.17
Tra il fare a pezzi una statua (o un libro) o, invece, una persona intercorre pur sempre una
differenza capitale. La sorte di Ipazia purtroppo non rimase isolata. Non seguiremo lo sviluppo della
travagliata storia del pensiero, ma trarremo, dalle fonti, due piccoli frammenti. Essi riguardano due
figure in certo senso opposte, di et moderna: l'imprudente Pietro Ramo ed il prudentissimo Cartesio.
Pierre de la Rame (Petrus Ramus), aveva sfidato l'universit di Parigi, ne aveva combattuto sin
dai suoi esordi l'aristotelismo dominante, aveva insegnato in terra protestante ottenendone asilo, era
considerato a tutti gli effetti ugonotto: nella notte di San Bartolomeo (27 agosto 1572) fu scovato dai
sicari cattolici e massacrato. Dopo averlo ucciso lo sventrarono e gli estrassero il cuore per portarlo in
giro come un trofeo.
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Cartesio invece era uomo accorto e saggio. Anche sull'opportunit di un viaggio rifletteva e
ponderava. Aveva lungamente riluttato, quasi per un intero anno, da febbraio a settembre, di fronte
all'idea di accettare l'invito di Cristina di Svezia e di trapiantarsi in quel paese freddissimo, a
Stoccolma, per insegnare alla sovrana, allora ancora protestante, i principi della sua filosofia. Alla fine
part, il 1 settembre del 1649. Egli non sapeva che mentre veleggiava verso la Svezia un altro uomo
era partito, da Roma, il padre gesuita Viogu, col fermo proposito di convertire la regina.
Per secoli la morte di Cartesio, avvenuta a Stoccolma l'11 febbraio del 1650,  stata attribuita
ad una polmonite, causata dal gran freddo dell'inverno svedese. E proprio Viogu aveva dato l'estrema
benedizione al filosofo che moriva dentro i locali della legazione francese. In un rapido susseguirsi di
eventi, appena pochi mesi pi tardi, Cristina dichiar di voler abdicare, e nell'agosto inform il gesuita
Antonio Macedo, inviandolo a Roma, di volersi fare cattolica. Pochi avevano dato peso all'epigrafe
fatta porre gi in maggio dall'amico Pierre Chanut sulla tomba di Cartesio: Espi gli attacchi dei suoi
rivali con la purezza della sua vita. Il documento rivelatore  apparso pi di tre secoli dopo. Nel 1980
lo storico e medico tedesco Eike Pies ha scoperto a Leida, nell'archivio dei manoscritti occidentali
della Rijksuniversiteit, una lettera segreta indirizzata ad un suo avo.18 L'aveva scritta, poche ore dopo
la morte di Cartesio, l'olandese Johann van Wullen, medico personale di Cristina, al suo collega
Willem Pies. E l'aveva scritta con grande astuzia, celando, dietro informazioni oziose e previa una
apparente adesione alla tesi ufficiale della polmonite, la notizia che voleva giungesse almeno nella
"libera" Olanda: Cartesio era stato avvelenato. Viogu, possiamo aggiungere, aveva compiuto il suo
lavoro.
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FINE.
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Note al testo suddivise per capitolo.
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Capo 1. Socrate ovvero l'infallibilit della maggioranza.
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1 Diogene Laerzio, Vite dei filosofi II, 21.
2 Diogene Laerzio, Vite dei filosofi II, 21.
3 Aristofane, Nuvole, 1494-1504.
4 Platone, Simposio 174A-B.
5 Simposio 174D.
6 Simposio 212C-D.
7 Simposio 212E.
8 Simposio 223D.
9 Tucidide VI, 15.
10 Antifonte fr. 67 Blass.
11 Lisia fr. 30 Gernet-Bizos.
12 Simposio 219B-D. Colpisce in questo contesto il cenno di Alcibiade al giudizio della
"moltitudine sciocca" sui suoi rapporti con Socrate (218D).
13 VI, 60, 1.
14 Senofonte, Historia Graeca I, 7, 7.
15 I, 7, 8.
16 Historia Graeca I, 7, 11.
17 I, 7, 12.
18 I, 7, 14.
19 Historia Graeca I, 7, 15.
20 Historia Graeca I, 7, 34.
21 Senofonte, Memorabili I, 2, 40. Il fine di Senofonte  di mostrare che altri, non Socrate, era
stato maestro di politica di Alcibiade.
22 ?? ??? ?????? ???????  la parola ?????????? scomposta nelle sue parti.
23 Ecco un caso concreto di teorizzazione della volont gnrale molto avant la lettre.
24 Historia Graeca I, 7, 12.
25 I, 7, 15.
26 Nel 411 la flotta, intatta, da Samo, aveva pilotato la riscossa.
27 Platone, Settima lettera 324D.
28 Settima lettera 324DE.
29 Apologia 32DE.
30 Mem. I, 2, 33-38.
31 Platone, Apologia 20E-21A.
32 Settima lettera 325C.
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Capo 2. L'esule: vita randagia del cavaliere Senofonte.
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1 Diogene Laerzio, Vite dei filosofi II. 22-23.
2 Historia Graeca II, 4. 8-10.
3 Historia Graeca II, 4, 24.
4 Historia Graeca II, 4. 26.
5 Historia Graeca II, 4. 6.
6 Historia Graeca II, 4, 41.
7 Historia Graeca II, 4, 43.
8 Costituzione degli Ateniesi, 40, 4.
9 Anabasi III, 1, 4.
10 III, 1, 7.
11 V, 3, 7.
12 VII, 7, 57.
13 I, 10, 2-3.
14 II, 1, 12-13.
15 E quanto ai Memorabili, essi circolarono come mera registrazione di conversazioni che
Socrate aveva avuto o che Senofonte pretendeva che il maestro avesse avuto, al pari dei dialoghi
socratici di altri frequentatori del maestro, quali Simone e Critone. Dunque pi come "opera" di
Socrate che dei trascrittori del suo pensiero. Diogene Laerzio, nelle Vite dei filosofi (II, 48), intese
anche lui cos.
16 Anabasi V, 3, 7-13.
17 Gellio XIV, 3; Ateneo 505A.
18 Platone Leggi 694C-D.
19 Mem. I, 1, 11.
20 Anabasi II, 6, 21-29.
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Capo 3. Platone e la riforma della politica.
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1 Diogene Laerzio, Vite dei filosofi II, 22.
2 Diogene Laerzio, Vite dei filosofi III, 3.
3 Ateneo 496B.
4 Crizia fr. 25 Diels-Kranz, Die Fragmente der Vorsokratiker, griechisch und deutsch von H. Diels
5 Diogene Laerzio, Vite dei filosofi III, 6.
6 Diogene Laerzio, Vite dei filosofi III, 7.
7 Platone, Crizia 108B.
8 Diogene Laerzio, Vite dei filosofi III, 5; Eliano, Varia historia II, 30.
9 Diogene Laerzio, Vite dei filosofi II, 48.
10 Diogene Laerzio, Vite dei filosofi III, 6.
11 Mem. I, 2, 29-30.
12 Teeteto 147D.
13 147D.
14 148B.
15 201D-E.
16 203A.
17 Settima lettera 326B.
18 326A-B.
19 326D.
20 327A.
21 327B.
22 Diogene Laerzio, Vite dei filosofi III, 18.
23 Plutarco, Dione 5; Diogene Laerzio, Vite dei filosofi III, 19.
24 Diogene Laerzio, Vite dei filosofi II, 20.
25 Settima lettera 327E-328A [con libera parafrasi della oratio obliqua].
26 328B.
27 328C.
28 328E.
29 329A.
30 Leggi VII, 803B.
31 Settima lettera 329D.
32 330A.
33 350C-D.
34 330D.
35 341B-C-D.
36 334C-D.
37 334D.
38 Ottava lettera 354 B.
39 Leggi XII 942D.
40 Seneca, De ira 3, 15, 4.
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Capo 4. Aristotele uno e due.
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1 Diogene Laerzio, Vite dei filosofi V, 2.
2 Eliano, Varia historia III, 19.
3 Diogene Laerzio, Vite dei filosofi IV, 6.
4 I. Dring, Aristotle in the Ancient Biographical Tradition, Gteborg 1957, p. 470.
5 Oratori attici, ed. Mller, fr. 2.
6 Ne restano frammenti nel codice Monacense greco 222 e nelle Questioni ad Anfilochio
137-147.
7 Didimo, In Demosthenem, col. 5, ll. 53-55.
8 Demostene X, 32.
9 Plut. Dem., 20, 4-5.
10 Commentaria in Aristotelem Graeca, ed. Accademia Prussiana, Berlin 1882-1909 IV, 3-5.
11 Historiae II, 28, 2.
12 Giovanni Malala, Cronaca [anno 562], p. 491, Bonn.
13 Eusebio, Praeparatio Evangelica XV, 15 (p. 793).
14 Didimo, in Demosthenem, col. 6, ll. 22-38; Diogene Laerzio, Vite dei filosofi V, 7; Ateneo XV, 696C.
15 Fr. 668 Aristotelis fragmenta, ed. V. Rose, Leipzig 1886.
16 Diogene Laerzio, Vite dei filosofi IV, 8-9.
17 Diogene Laerzio, Vite dei filosofi IV, 7.
18 Diogene Laerzio, Vite dei filosofi IV, 14.
19 I, 4; II, 23; IV, 36; VIII, 11, 32-33; XVIII, 235 ecc.
20 Diogene Laerzio, Vite dei filosofi V, 12: ????????? ????? ?????? ??? ??? ??????.
21 Gellio XX, 5.
22 Porfirio, Vita Plotini 24.
23 Strabone XIII, p. 608.
24 Plut., Sull. 26.
25 Posidonio fr. 36, 53 Jacoby (Ateneo, V 214D-E).
26 Nat. Hist. VIII, 44.
27 Commentaria in Aristotelem Graeca, ed. Accademia Prussiana, Berlin 1882-1909 VII, 506, 11.
28 Diogene Laerzio, Vite dei filosofi V, 5.
29 Taziano, Adv. Graecos, 2, p. 2, 23 Schurtz ( = Patrologia Graeca, VI, 808).
30 Temistio, Or. 10, 130A (p. 155, 6 Dindorf).
31 Diogene Laerzio, Vite dei filosofi V, 5. Ma ci sono resoconti meno truci.
32 Or. 7, 94A (p. 112, 13 Dindorf).
33 Quaestiones Naturales VI, 23, 3.
34 Plut., Alex. 55, 7.
35 Nat. Hist. XXX, 53.
36 Plut., Alex. 77.
37 Ibid.
38 Dione Cassio LXXVII, 7.
39 K. Huizing, Il mangialibri, Neri Pozza Editore, Vicenza 1996.
40 Uccelli 1024 e 1046.
41 D. Clay, Epicurus in the Archives of Athens, Hesperia, Suppl. XIX, 1982, pp. 17-26.
42 Posidonio fr. 36, 53 Jacoby (Ateneo V, 214D).
43 Ibid.
44 Strab. XIII, 1, 54, p. 608.
45 Diogene Laerzio, Vite dei filosofi V, 9 (sulla base di Favorino); Origene, Contro Celso, I, 380; Vita di Tolomeo, 10 ( =
Dring p. 343, 45d).
46 Eliano, Varia historia III, 36.
47 Ep. ad. Amm. 5.
48 Polluce IX, 42; Diogene Laerzio, Vite dei filosofi V, 38.
49 Diogene Laerzio, Vite dei filosofi V, 38.
50 Diogene Laerzio, Vite dei filosofi V, 51-52.
51 XIII, 1, 54 (p. 608).
52 Diogene Laerzio, Vite dei filosofi V, 4.
53 Diogene Laerzio, Vite dei filosofi V, 62.
54 Diogene Laerzio, Vite dei filosofi X, 21.
55 Diogene Laerzio, Vite dei filosofi V, 62.
56 Aristotele fr. 662 Aristotelis fragmenta, ed. V. Rose, Leipzig 1886 ( = T 23, 4 O. Gigon, Aristotelis opera III: Librarum deperditorum fragmenta, Berlin-New York 1987).
57 Plut., Alex. 7 ( = Dring, p. 429).
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Capo 5. Epicuro e Lucrezio: il senso degli atomi.
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1 Notti Attiche XX, 5.
2 Diogene Laerzio, Vite dei filosofi X, 2.
3 Diogene Laerzio, Vite dei filosofi X, 122.
4 Plat. Apol. 33a.
5 Diogene Laerzio, Vite dei filosofi X, 10.
6 Diogene Laerzio, Vite dei filosofi X, 3; X, 21.
7 Diogene Laerzio, Vite dei filosofi X, 7.
8 I, 136-145.
9 III, 3-6.
10 Diogene Laerzio, Vite dei filosofi X, 88-89.
11 Lucrezio II, 292.
12 II, 238-242.
13 II, 228.
14 Cicerone Q. fr. II, 10; Cornelio, Vita di Attico, 12.
15 Girolamo, Chronicon s. a. 94/3.
16 Lucrezio II, 7-36.
17 III, 995-997.
18 III, 998.
19 V, 1110-1114.
20 V, 1123-1124.
21 V, 1129-30.
22 V, 1131-1133.
23 Diogene Laerzio, Vite dei filosofi X, 124-125.
24 Lucrezio III, 933-938.
25 III, 950-951.
26 II, 221-224.
27 II, 240-242.
28 V, 1233-1235.
29 Dictionnaire [1699] cd. 1820/24, pp. 512-514 (nota F).
30 The Classical Quarterly 41, 1991, 257.
31 Lucrezio V, 153-155.
32 V, 1172-1193.
33 Invece Epicuro ammetteva che il sapiente dedicasse statue (Diogene Laerzio, Vite dei filosofi X, 121b).
34 St. filos. occidentale, II, Milano, 1966, p. 349.
35 Amores, I, 15, 23-24.
36 Diogene Laerzio, Vite dei filosofi X, 27.
37 Diogene Laerzio, Vite dei filosofi X, 121b
38 Diogene Laerzio, Vite dei filosofi X, 3-8.
39 Diogene Laerzio, Vite dei filosofi X, 6.
40 Diogene Laerzio, Vite dei filosofi X, 9.
41 Lattanzio, De opificio Dei 6, 1; De ira Dei 8.
42 Diogene Laerzio, Vite dei filosofi X, 123.
43 Luciano, Alexander 38.
44 Pierre Gassendi, De vita et moribus Epicuri, libro IV, cap. III.
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Capo 6. Un mestiere pericoloso.
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1 History, cap. XXVIII.
2 VI, 15, 32.
3 History, cap. XLVII.
4 Vol. X, 1931, p. 439.
5 Vita di Isidoro, 77, 6-7 ed. Zintzen.
6 Socrate Scolastico, Storia eccl. VII, 15. Gibbon intende ??????? come gusci di ostrica e
immagina che gli assassini abbiano scarnificato il cadavere.
7 Anche il cardinale Baronio negli Annali ecclesiastici (anno 415, 48) prende le distanze.
8 Vita di Isidoro, 79, 24-25.
9 Barocci 142; Marciano 337 (gi di Bessarione), etc.
10 Storia eccl. VIII, 9 (p. 111 ed. Bidez).
11 Cio Filostorgio: da Fozio cos chiamato perch fosse chiaro a chiunque che il suo interesse
per lo storico ariano non nasceva da simpatie filoariane.
12 Ortodossia che a Nicea aveva affermato il principio della identit di sostanza tra Padre e
Figlio nella Trinit.
13 VII, 15.
14 Chron. XIV (533-36).
15 Vita Isid. p. 81, 7-8 Zintzen.
16 Ma come si possono ipotizzare lacune in un testo fatto di estratti, cio in un testo nato, se si
potesse cos dire, lacunoso?
17 Malala, p. 491, Bonn.
18 L'importante studio di E. Pies, che rivela ed illustra il documento,  apparso nel 1996 (Der
Mordfall Descartes, Brockhaus, Solingen; trad. it. Il delitto Cartesio, Sellerio editore, Palermo 1999).
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Elenco degli autori e dei testi antichi citati.
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A cura di M. Stefania Montecalvo.
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AGATIA: Storie.
AMMONIO: Commenti ad Aristotele.
ANTIFONTE.
ARISTOFANE: Nuvole, Uccelli, Rane.
ARISTOTELE: Costituzione di Atene.
ATENEO: I sofisti a banchetto.
CASSIO DIONE.
MARCO TULLIO CICERONE: Lettere al fratello Quinto.
CORNELIO NEPOTE: Vita di Attico.
CRIZIA: Sisifo.
DAMASCIO: Vita di Isidoro.
DEMOCARE.
DEMOSTENE.
DIDIMO: Commento a Demostene.
DIOGENE LAERZIO: Vite dei filosofi.
DIONIGI D'ALICARNASSO: Epistola ad Ammeo.
ELIANO: Storia varia.
EURIPIDE: Ifigenia in Tauride.
EUSEBIO: Preparazione al Vangelo
FILOSTORGIO: Storia Ecclesiastica.
FOZIO: Biblioteca, Questioni ad Anfilochio.
AULO GELLIO: Notti Attiche.
GIOVANNI MALALA: Cronaca.
GIROLAMO: Cronaca.
LATTANZIO: La creazione divina, La collera divina.
LISIA.
LUCIANO: Alessandro.
LUCREZIO: La natura.
OMERO: Iliade.
ORIGENE: Contro Celso.
OROSIO: Contro i pagani.
OVIDIO: Amori.
PLATONE: Apologia, Teeteto, Simposio, Crizia, Leggi, Settima lettera, Ottava lettera.
PLINIO IL VECCHIO: Storia naturale.
PLUTARCO: Silla, Alessandro, Demostene, Dione.
POLLUCE.
PORFIRIO: Vita di Plotino.
POSIDONIO.
SENECA: L'ira, Questioni naturali.
SENOFONTE: Anabasi, Elleniche, Memorabili.
SIMPLICIO: Commento ad Aristotele (Sul cielo).
SOCRATE SCOLASTICO: Storia ecclesiastica.
STRABONE.
TAZIANO: Contro i Greci.
TEMISTIO: Orazioni.
TIMONE DI FLIUNTE.
TUCIDIDE.
PUBLIO VIRGILIO MARONE: Eneide.
VITA DI TOLOMEO.
...
FINE.